Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 23902 del 03/09/2021

Cassazione civile sez. III, 03/09/2021, (ud. 17/03/2021, dep. 03/09/2021), n.23902

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE TERZA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. FRASCA Raffaele G. A. – Presidente –

Dott. DI FLORIO Antonella – Consigliere –

Dott. VINCENTI Enzo – Consigliere –

Dott. ROSSETTI Marco – Consigliere –

Dott. PELLECCHIA Antonella – rel. Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 29333-2019 proposto da:

I.B.P.U., domiciliato ex lege in Roma, presso la

cancelleria della Corte di Cassazione rappresentato e difeso

dall’avvocato PASCALE DE FALCO;

– ricorrenti –

nonché contro

MINISTERO DELL’INTERNO, elettivamente domiciliato in ROMA, VIA DEI

PORTOGHESI 12, presso l’AVVOCATURA GENERALE DELLO STATO, che lo

rappresenta e difende;

– resistenti –

avverso il decreto del TRIBUNALE di VENEZIA, depositata il

18/07/2019;

udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio del

17/03/2021 dal Consigliere Dott. PELLECCHIA ANTONELLA.

 

Fatto

RILEVATO IN FATTO

che:

1. I.B.P.U., cittadino della Nigeria, chiese alla competente commissione territoriale il riconoscimento della protezione internazionale, di cui al D.Lgs. 25 gennaio 2008, n. 25, art. 4:

(a) in via principale, il riconoscimento dello status di rifugiato, D.Lgs. 19 novembre 2007, n. 251, ex art. 7 e ss.;

(b) in via subordinata, il riconoscimento della “protezione sussidiaria” di cui al D.Lgs. 19 novembre 2007, n. 251, art. 14;

(c) in via ulteriormente’ subordinata, la concessione del permesso di soggiorno per motivi umanitari, D.Lgs. 25 luglio 1998, n. 286, ex art. 5, comma 6, (nel testo applicabile ratione temporis).

2. Il richiedente dedusse a fondamento delle proprie ragioni di aver lasciato il paese d’origine per motivi legati al suo stato di salute. Invero, a causa della sua malattia era costretto a stare lontano dalla famiglia e non trovando le cure necessarie andò prima in Libia e poi in Italia, in cerca di assistenza sanitaria. La Commissione Territoriale rigettò l’istanza.

Avverso tale provvedimento I.B.P.U. propose ricorso dinanzi il Tribunale di Venezia, che con Decreto n. 5930 del 2019, pubblicato il 18 luglio 2019, rigettava il ricorso.

Il Tribunale riteneva:

a) infondata la domanda per il riconoscimento dello status di rifugiato, perché il richiedente non aveva dedotto alcun fatto di persecuzione grave e personale;

b) infondata la domanda per il riconoscimento della protezione sussidiaria, perché nella regione di provenienza non era in atto un conflitto armato;

c) infondata la domanda per il riconoscimento della protezione umanitaria, poiché l’istante non aveva ne allegato, ne provato, alcuna circostanza di fatto, diversa da quelle poste a fondamento delle domande di protezione “maggiore” (e ritenute inveritiere), di per se dimostrativa d’una situazione di vulnerabilità.

3. La sentenza è stata impugnata per cassazione da I.B.P.U. con ricorso fondato su quattro motivi.

Il Ministero dell’Interno non ha notificato tempestivo controricorso, ma ha depositato solo atto di costituzione per l’eventuale partecipazione alla pubblica udienza.

Diritto

CONSIDERATO IN DIRITTO

che:

5.1. Con il primo motivo il ricorrente lamenta la “violazione di norme di diritto ex art. 360 c.p.c., n. 3 – illegittimità del provvedimento di diniego del riconoscimento dello status di rifugiato per violazione del D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 7, comma 2, lett. a)”. Secondo il ricorrente le condizioni presenti nel paese di origine metterebbero il richiedente in una situazione di pericolo, stante la continua violazione dei diritti umani e per tale ragione ci sarebbero i presupposti per la concessione dello status di rifugiato.

Il motivo è infondato.

Va rilevato che il Tribunale, pur avendo il ricorrente chiesto il riconoscimento soltanto della protezione c.d. sussidiaria, ha ritenuto di ufficio di dover esaminare la sua posizione anche ai fini del riconoscimento dello status di rifugiato e ha però escluso che la ragione addotta dal ricorrente come giustificativa dell’allontanamento dal suo paese fosse riconducibile a fatti legittimanti quel riconoscimento. Nell’illustrazione, anche a non voler dare rilievo alla circostanza che nell’esporre il fatto sostanziale e processuale il ricorrente allude alla ragione di allontanamento per motivi di salute, nulla si dice che evidenzi quei fatti.

5.2 Con il secondo motivo il ricorrente lamenta la “violazione di norme di diritto ex art. 360 c.p.c., n. 3 – illegittimità del provvedimento di rigetto sulla richiesta di protezione internazionale di rifugiato e della richiesta di protezione sussidiaria di cui D.Lgs. n. 251 del 2007”.

Il motivo è inammissibile, in quanto del tutto privo di correlazione con la motivazione.

Ancorché l’intestazione evochi anche lo status di rifugiato, in realtà, a pag. 5 il motivo dichiara di correlarsi alla negazione della sussistenza delle condizioni per la protezione sussidiaria.

Senonché, l’illustrazione dalle ultime tre righe della pagina 5 sino alle prime due della pagina 10 svolge considerazioni che sono basate su una pretesa valutazione di non credibilità del racconto del ricorrente, nemmeno individuato nei suoi termini. Senonché, il decreto impugnato non è basato in alcun modo su una simile valutazione, ma sul fatto che l’ipotesi del D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 14, lett. a), non risultava nemmeno invocata dal ricorrente e che quella della lett. b) non assumeva rilievo.

Nella parte finale del motivo ci si duole, poi, della negazione dell’ipotesi di cui alla lett. c), ma la censura, di sola mezza pagina, in alcun modo considera la motivazione enunciata al riguardo dal decreto alle pagine 6-7: in esse, pur riscontrando diverse criticità presenti nel paese di origine, il Tribunale, utilizzando fonti COI aggiornate e ufficiali (EASO 2017) ha ritenuto assente una situazione di violenza generalizzata o di conflitto armato nella zona di provenienza del richiedente, l’Edo State..

5.3. Con il terzo motivo (indicato con il n. 4) il ricorrente lamenta la “violazione dell’art. 360 c.p.c., n. 4 per omesso esame circa un fatto decisivo per il giudizio che è stato oggetto di discussione tra le parti del provvedimento impugnato in merito alla richiesta di protezione umanitaria del D.Lgs. n. 286 del 1998, ex art. 5, comma 6”. Il Tribunale di Venezia avrebbe dovuto riconoscere il permesso per motivi umanitari stante la condizione di salute del richiedente e l’assenza di adeguata assistenza medica in Nigeria.

Il motivo è inammissibile.

Contrariamente a quanto sostenuto dal ricorrente, il Tribunale ha tenuto conto dello stato di salute del richiedente ai fini della valutazione della domanda di protezione umanitaria. Di fronte alle allegazioni prodotte, dalle quali si evinceva la presenza di una piccola ulcera e la positività all’Helicobacter Pylori, il Tribunale ha attivato il suo dovere di cooperazione istruttoria, richiedendo documentazione aggiornata in merito allo stato di salute del soggetto. Grazie a tale documentazione, aggiornata al 20 febbraio 2019, si evinceva che la cura intrapresa dal richiedente aveva comportato miglioramenti netti e una regressione della malattia in corso. Per tali ragioni, i giudici di merito hanno ritenuto, tramite una adeguata motivazione, assente una condizione di vulnerabilità tale a giustificare il riconoscimento della protezione.

L’illustrazione del motivo si disinteressa totalmente della motivazione così enunciata e svolge solo considerazioni generiche: ne segue inammissibilità alla stregua del principio di diritto consolidato di cui a Cass. n. 4741 del 2005, ribadito, in motivazione non massimata, da Cass., S.U., n. 7074 del 2017.

5.4. Con il quarto motivo il ricorrente chiede la sospensione dell’efficacia esecutiva del provvedimento impugnato.

La sorte dei primi tre motivi assorbe l’ultimo motivo, al di là della irricevibilità da parte di questa Corte.

6. Pertanto la Corte dichiara inammissibile il ricorso. L’indefensio degli intimati non richiede la condanna alle spese.

7. Infine, poiché il ricorso è stato proposto successivamente al 30 gennaio 2013 ed è dichiarato inammissibile, sussistono i presupposti processuali (a tanto limitandosi la declaratoria di questa Corte: Cass. Sez. U. 20/02/2020, n. 4315) per dare atto – ai sensi della L. n. 228 del 2012, art. 1, comma 17, che ha aggiunto il testo unico di cui al D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1-quater (e mancando la possibilità di valutazioni discrezionali: tra le prime: Cass. 14/03/2014, n. 5955; tra le innumerevoli altre successive: Cass. Sez. U. 27/11/2015, n. 24245) – della sussistenza dell’obbligo di versamento, in capo a parte ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello, ove dovuto, per la stessa impugnazione.

PQM

la Corte dichiara inammissibile il ricorso.

Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, inserito dalla L. n. 228 del 2012, art. 1, comma 17, dà atto della sussistenza dei presupposti per il versamento, da parte del ricorrente dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello, ove dovuto, per il ricorso a norma del citato art. 13, comma 1-bis.

Così deciso in Roma, nella Camera di consiglio della Sezione Terza Civile della Corte Suprema di Cassazione, il 17 marzo 2021.

Depositato in Cancelleria il 3 settembre 2021

 

 

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