Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 23877 del 25/09/2019

Cassazione civile sez. trib., 25/09/2019, (ud. 30/04/2019, dep. 25/09/2019), n.23877

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE TRIBUTARIA

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. CRUCITTI Roberta – Presidente –

Dott. GIUDICEPIETRO Andreina – Consigliere –

Dott. FEDERICI Francesco – Consigliere –

Dott. FRACANZANI Marcello Maria – Consigliere –

Dott. DI MARZIA Paolo – rel. Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso proposto da:

D.F.F., rappresentato e difeso, giusta procura speciale

stesa su atto separato allegato al ricorso, dall’Avv. Fabrizio

Acronzio, del Foro di Teramo, il quale ha indicato recapito PEC, ed

elettivamente domiciliato presso lo studio dell’Avv. Vincenzo

Cancrini, alla via Quintino Sella n. 23 in Roma;

– ricorrente –

contro

Agenzia delle Entrate, in persona del Direttore, legale

rappresentante pro tempore, rappresentata e difesa, ex lege,

dall’Avvocatura Generale dello Stato, ed elettivamente domiciliata

presso i suoi uffici, alla via dei Portoghesi n. 12 in Roma;

– controricorrente –

avverso la sentenza n. 4, pronunciata dalla Commissione Tributaria

Regionale di L’Aquila il 10.01.2013 e pubblicata il 15.02.2013;

ascoltata, in camera di consiglio, la relazione svolta dal

Consigliere Dott. Di Marzio Paolo;

la Corte osserva.

Fatto

FATTI DI CAUSA

D.F.F. è stato un dirigente della Banca Tercas Spa fino a quando, con decorrenza dal 7.2.2005, è intervenuta la risoluzione consensuale del rapporto di lavoro, avendo l’Istituto di credito corrisposto anche un incentivo all’esodo. In separato giudizio, giunto al giudicato, l’odierno ricorrente ha ottenuto il riconoscimento del suo diritto a vedersi applicare la tassazione agevolata al 50% sulle somme ricevute a titolo di incentivo all’esodo, ed ha pure conseguito, in data 12.9.2008, la liquidazione del rimborso per un importo pari ad Euro 95.980,28, oltre interessi.

Nel presente giudizio si controverte, invece, circa la riliquidazione operata dall’Ufficio finanziario sulle somme complessivamente corrisposte al contribuente in prospettiva, o in conseguenza, della cessazione del rapporto di lavoro (TFR). L’Agenzia delle Entrate comunicava infatti al contribuente, il 12.1.2010, che a seguito del rinnovo dei calcoli, risultavano da lui dovute somme ulteriori.

L’avviso di accertamento, separatamente impugnato dal contribuente, era seguito dalla cartella di pagamento n. (OMISSIS), relativa al tributo Irpef nella misura di Euro 57.162,51, inclusi accessori, indicata come attinente l’anno 2005 e notificata il 16.6.2010 dall’Ufficio dell’Agenzia delle Entrate di Teramo, in contestazione nel presente giudizio.

Il contribuente proponeva ricorso innanzi alla Commissione Tributaria Provinciale di Teramo che lo accoglieva, ritenendo che l’Amministrazione finanziarla non avesse tenuto in debito conto la diversa sentenza in materia di rimborso, intervenuta tra le stesse parti e passata in giudicato, vanificandone parzialmente gli effetti, perchè nella somma su cui l’Ufficio finanziario aveva ricalcolato il tributo, risultavano comprese per intero, e non per metà, gli importi corrisposti al contribuente a titolo di incentivo all’esodo.

Avverso la decisione assunta dalla CTP, l’Agenzia delle Entrate proponeva gravame innanzi alla Commissione Tributaria dell’Abruzzo, ed i giudici aquilani accoglievano il ricorso, ritenendo che nessuna censura potesse essere mossa all’operato dell’Ente impositore, che aveva provveduto alla riliquidazione dell’imposta dovuta ai sensi del D.P.R. n. 917 del 1986, art. 19, in nulla violando l’obbligo di provvedere alla tassazione nella misura del 50% in relazione alle somme corrisposte al D.F. a titolo di incentivo all’esodo. La CTR riteneva anche tempestiva la notificazione della cartella esattoriale effettuata dall’Agenzia.

Avverso la decisione adottata dalla Commissione Tributaria Regionale di L’Aquila ha proposto ricorso per cassazione D.F.F., affidandosi a due motivi di ricorso. Resiste con controricorso l’Agenzia delle Entrate.

Diritto

RAGIONI DELLA DECISIONE

1.1. – Il ricorrente contesta con il suo primo motivo di ricorso, proposto ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, la violazione o falsa applicazione, da parte dell’impugnata Commissione Tributaria Regionale, dell’art. 2909 c.c., per non aver applicato il principio della definitività dell’accertamento giudiziario passato in giudicato.

1.2. – Con il suo secondo motivo di impugnazione il ricorrente censura, ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, la violazione o falsa applicazione del D.P.R. n. 602 del 1973, art. 25, in relazione al D.P.R. n. 600 del 1973, art. 36-bis in cui è incorsa la Commissione Tributaria Regionale, non avendo il giudice di secondo grado rilevato la decadenza dall’esercizio del potere impositivo in cui era incorsa l’Amministrazione finanziaria.

2.1. – Mediante il suo primo motivo di ricorso, l’impugnate critica la CTR per aver violato il principio del giudicato, ritenendo che nel conteggio delle somme da valere quale importo su cui ricalcolare il tributo dovuto in ordine al complessivo trattamento di fine rapporto (TFR), dovessero essere comprese anche, per intero, le somme già oggetto di rimborso, perchè indebitamente trattenute dal datore di lavoro per conto dell’Ente impositore.

Deve allora osservarsi che in un giudizio di natura impugnatoria, quale è per eccellenza quello di legittimità, il ricorrente ha l’onere di proporre contestazioni specifiche avverso la decisione assunta dal giudice contestato. Diversamente, nel ricorso in esame, il ricorrente si limita a muovere rilievi alla valutazione espressa dalla CTR, ma neppure illustra nel dettaglio le conseguenze pregiudizievoli che l’errore in cui sarebbe incorso il giudice impugnato gli avrebbero prodotto. Afferma di aver subito un’imposizione eccessiva, ma neppure illustra in che misura. Si osservi che la CTR ha affermato la legittimità dell’operato dell’Amministrazione finanziaria, anche sul fondamento della correttezza dei conteggi effettuati “come aritmeticamente risulta provato dai conteggi esposti (e non contestati)” (sent. CTR, P. 3).

Tanto premesso, la critica proposta non coglie, e non critica, la ratio decidendi adottata dalla CTR. Quest’ultima ha ritenuto legittimo l’operato dell’Agenzia, che ha provveduto al ricalcolo del tributo dovuto dal D.F. in relazione alla somma degli importi ricevuti a titolo di TFR, applicando l’aliquota corrispondente. In relazione alle somme, da considerarsi come un incentivo all’esodo, di cui il ricorrente ha conseguito il rimborso, la CTR ha specificamente motivato che nessun “effetto pregiudizievole ha comportato nell’anzidetto computo la considerazione, da parte dell’Ufficio, della somma di Euro 95.980,00, già trattenuta dal sostituto d’imposta e fatta oggetto di rimborso, posto che di essa si è tenuto conto solo, e necessariamente, in termini algebrici” (sent. CTR, p. 3).

Questa chiara ragione della decisione non è stata sottoposta a critica specifica dal ricorrente, che si è limitato a riproporre le proprie tesi senza adeguatamente censurare le affermazioni del giudice impugnato.

Il motivo di ricorso deve pertanto essere dichiarato inammissibile.

2.2. – Mediante il suo secondo motivo di ricorso, il contribuente critica la CTR impugnata per non aver rilevato la decadenza dall’esercizio del potere impositivo in cui sarebbe incorso l’Ente impositore. Rileva il ricorrente che il giudice dell’appello ha esplicitamente affermato che, nel caso di specie, avrebbe ritenuto di fare applicazione del disposto di cui al D.P.R. n. 600 del 1973, art. 36-ter, conseguendone l’applicabilità del termine di decadenza di cui al quarto anno successivo rispetto alla dichiarazione dei redditi. Nel caso di specie, però, avendo la stessa Amministrazione finanziaria dichiarato nell’atto impositivo che lo stesso era stato originato in conseguenza di controllo automatizzato, effettuato ai sensi del D.P.R. n. 600 del 1973, art. 36-bis, il termine di decadenza corrispondeva al terzo anno successivo alla dichiarazione. Pertanto, essendo stata la dichiarazione del sostituto d’imposta presentata il 28.6.2006, ed essendo stata, la cartella impugnata in questa sede, notificata il 16.6.2010, l’atto impositivo risulta invalido in conseguenza della decadenza dal potere impositivo dell’Amministrazione, maturata al compimento del terzo anno successivo alla presentazione della dichiarazione.

Occorre preliminarmente rilevare che la contestazione appare ammissibile, risultando la proposizione della questione, in primo come in secondo grado, dalla impugnata decisione della CTR, ed avendo provveduto l’odierno ricorrente ad indicare analiticamente modi e luoghi con i quali la contestazione è stata diligentemente coltivata.

Nondimeno, la questione proposta dal contribuente risulta infondata. Nel caso di specie, infatti, come correttamente replicato dalla controricorrente Agenzia delle Entrate, l’Amministrazione finanziaria ha provveduto alla rili-quidazione del tributo dovuto sul trattamento di fine rapporto, agendo ai sensi del TUIRD.P.R. n. 917 del 1986, art. 19. In conseguenza trova applicazione il D.P.R. n. 602 del 1973, art. 25, lett. a), u.p., in tal senso dovendo correggersi la motivazione adottata dalla CTR, ed il termine riconosciuto all’Ente impositore è pertanto quello del quarto anno successivo alla presentazione della dichiarazione da parte del sostituto d’imposta.

Questo termine, come innanzi illustrato, è incontestato che sia stato rispettato dall’Amministrazione finanziaria, ed il motivo di ricorso risulta pertanto infondato.

P.Q.M.

La Corte rigetta il ricorso proposto da D.F.F., e condanna il ricorrente al pagamento, in favore della controricorrente Agenzia delle Entrate, delle spese di lite del presente giudizio di cassazione, che liquida in complessivi Euro 3.800,00, oltre spese prenotate a debito.

Ai sensi del D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, art. 13, comma 1 quater, dà atto della sussistenza dei presupposti per il versamento, da parte del ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso a norma del citato art. 13, comma 1 bis.

Così deciso in Roma, il 30 aprile 2019.

Depositato in cancelleria il 25 settembre 2019

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