Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 23857 del 03/09/2021

Cassazione civile sez. VI, 03/09/2021, (ud. 09/03/2021, dep. 03/09/2021), n.23857

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SESTA CIVILE

SOTTOSEZIONE 1

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. BISOGNI Giacinto – Presidente –

Dott. SCOTTI Umberto Luigi Cesare Giuseppe – Consigliere –

Dott. PARISE Clotilde – Consigliere –

Dott. MARULLI Marco – rel. Consigliere –

Dott. CAIAZZO Rosario – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 13427-2020 proposto da:

J.G., elettivamente domiciliato in ROMA, VIA PIETRO BORSIERI

12, presso lo studio dell’avvocato ANGELO AVERNI, rappresentato e

difeso dall’avvocato AUGUSTO SEBASTIO;

– ricorrente –

contro

MINISTERO DELL’INTERNO, (OMISSIS);

– intimato –

contro

COMMISSIONE TERRITORIALE PER IL RICONOSCIMENTO DELLA PROTEZIONE

INTERNAZIONALE DI (OMISSIS);

– intimata –

avverso il decreto n. cronol. 2106/2020 del TRIBUNALE di LECCE,

depositato il 31/03/2020;

udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio non

partecipata del 09/03/2021 dal Consigliere Relatore Dott. MARCO

MARULLI.

 

Fatto

RITENUTO IN FATTO

1. Con il ricorso in atti si impugna l’epigrafato decreto, con il quale il Tribunale di Lecce, attinto dal ricorrente ai sensi del D.Lgs. 28 gennaio 2008, n. 25, art. 35-bis, ha rigettato le istanze del medesimo in punto di protezione internazionale e di protezione umanitaria e se ne chiede la cassazione sul rilievo 1) della violazione e falsa applicazione degli artt. 131,134 e 156 c.p.c., e dell’art. 111 Cost., essendo l’impugnato provvedimento di rigetto assistito da motivazione decisamente apparente non ostendendosi in modo chiaro, univoco ed esaustivo le ragioni su cui esso si fonda; 2) della violazione e falsa applicazione del D.Lgs. 19 novembre 2007, n. 251, art. 2, comma 1, lett. g), art. 3, commi 3 e 5, artt. 5 e 14, del D.Lgs. n. 25 del 2008, art. 8, commi 2 e 3, e art. 27, comma 1-bis, del D.P.R. 12 gennaio 2015, n. 21, art. 6, comma 6, della Dir. n. 2013/32/UE, art. 16, e della Dir. n. 2011/95/UE, art. 15, avendo il decidente denegato l’accesso alle misure reclamate senza far uso dei poteri officiosi di indagine conferitogli dalle norme in materia, nell’esercizio dei quali, anche attraverso l’audizione del ricorrente – qui omessa quantunque ne fossero state richiamate le dichiarazioni rese in sede amministrativa giudicandole contraddittorie e lacunose – sarebbero potute emergere circostanze, in ordine alla vicenda personale del medesimo, alla sua vulnerabilità ovvero agli sforzi per integrarsi socialmente nel paese di accoglienza, in grado di orientare diversamente l’esito del giudizio.

Non ha svolto attività difensiva il Ministero intimato non essendosi il medesimo costituito con controricorso ex art. 370 c.p.c., ma solo a mezzo di “atto di costituzione” ai fini della partecipazione all’udienza pubblica inidoneo allo scopo.

Diritto

CONSIDERATO IN DIRITTO

2. Il primo motivo di ricorso è infondato.

Ricordato per vero che il dedotto vizio di motivazione apparente si rende ravvisabile allorquando il giudice di merito ometta ivi di indicare gli elementi da cui ha tratto il proprio convincimento ovvero li indichi senza un’approfondita loro disamina logica e giuridica, rendendo, in tal modo, impossibile ogni controllo sull’esattezza e sulla logicità del suo ragionamento (Cass., Sez. VI-V, 7/04/2017, n. 9105), nella specie la mera lettura del provvedimento impugnato fuga alla radice ogni illazione di fondatezza della dispiegata censura.

Ed invero, posto che come si apprende dal testuale tenore della motivazione il Tribunale si è indotto a denegare l’accesso alle misure reclamate osservando, nell’ordine, che “i fatti narrati dal richiedente non attengono a persecuzioni per motivi di razza, nazionalità, religione, opinione politica o appartenenza ad un gruppo sociale e pertanto – anche qualora veritieri – non integrerebbero gli estremi per il riconoscimento dello status di rifugiato”; con riferimento alla fattispecie di cui al D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 14, lett. a) e b), che “rispetto a questa ipotesi di protezione sussidiaria il ricorrente non ha svolto alcuna allegazione che possa essere valutata in termini di rischio futuro di essere destinatario, in caso di rimpatrio, di sanzioni come la pena morte o altri trattamenti inumani o degradanti”; con riferimento alla fattispecie di cui al D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 14, lett. c), che sulla base delle fonti consultate non si ritiene “che vi sia un grado di violenza così elevato da comportare per i civili, per la sola presenza nell’area in questione, il concreto rischio della vita o di un grave danno alla persona e pertanto il diritto al riconoscimento della protezione sussidiaria ai sensi del D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 14, lett. c)”; ed in ultimo che “la generica violazione dei diritti fondamentali nel Paese “non è sufficiente a giustificare la concessione della protezione umanitaria”, tanto più se “non risulta documentata una sufficiente integrazione sul territorio dello Stato” né l’acquisizione di una stabile posizione lavorativa, ne discende che l’impugnata decisione è sorretta da un congruo e perspicuo ragionamento decisorio con cui il decidente ha dato conto in modo chiaro, univoco ed esaustivo delle ragioni che a suo giudizio rendevano le istanze ricorrenti dispiegate avanti a sé inaccoglibili.

3. Il secondo motivo di ricorso è inammissibile.

Esso assomma sé in modo indistinto e non perscrutabile un nutrito elenco di manchevolezze asseritamente inficianti il provvedimento impugnato, ma la loro prospettazione, ad un osservazione d’insieme, sfugge ad ogni regola di capitolazione cassatoria e deflette piuttosto nitidamente dal principio della specificità del motivo, astenendosi dallo sviluppare una critica puntuale e pertinente delle ragioni della decisione impugnata; piuttosto esso racchiude, al suo interno, il non segreto proposito di indurre questa Corte ad esercitare un ufficio non suo chiedendo che essa sostituisca il proprio apprezzamento di fatto a quello operato del decidente di merito.

4. Ciò, pur sempre, non senza poi considerare, più in dettaglio, che, quanto alla censura in punto di omessa audizione del richiedente, è convinzione di questa Corte che anche in mancanza della videoregistrazione del colloquio il giudice non è obbligato a procedere all’audizione del richiedente, purché sia garantita a costui la facoltà di rendere le proprie dichiarazioni, o davanti alla Commissione territoriale o, se necessario, innanzi al Tribunale, di modo che la domanda del medesimo può essere respinta sulla sola base degli elementi di prova desumibili dal fascicolo e di quelli emersi attraverso l’audi7ione o la videoregistrazione svoltesi nella fase amministrativa, senza che sia necessario rinnovare l’audizione dello straniero (Cass., Sez. I, 28/02/2019, n. 5973); così come l’attenuazione dell’onere probatorio che pur caratterizza il procedimento, non lo sottrae totalmente dall’applicazione del principio dispositivo, onde permane per il ricorrente l’onere di indicare i fatti costitutivi del diritto azionato, pena l’impossibilità per il giudice di introdurli d’ufficio nel giudizio (Cass., Sez. I, 10/09/2020, n. 18808).

5. Il ricorso va dunque respinto.

6. Nulla spese in difetto di costituzione avversaria. Doppio contributo ove dovuto.

P.Q.M.

Respinge il ricorso.

Ai sensi del D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, art. 13, comma 1-quater, dichiara la sussistenza dei presupposti per il versamento da parte del ricorrente, ove dovuto, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso.

Così deciso in Roma, nella Camera di consiglio della VI-I sezione civile, il 9 marzo 2021.

Depositato in Cancelleria il 3 settembre 2021

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