Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 23830 del 23/11/2016


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Cassazione civile sez. trib., 23/11/2016, (ud. 28/09/2016, dep. 23/11/2016), n.23830

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE TRIBUTARIA

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. CAPPABIANCA Aurelio – Presidente –

Dott. GRECO Antonio – Consigliere –

Dott. LOCATELLI Giuseppe – Consigliere –

Dott. MOCCI Mauro – Consigliere –

Dott. CRICENTI Giuseppe – rel. Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

SENTENZA

sul ricorso 9173-2011 proposto da:

C.I.M.M., elettivamente domiciliato in ROMA VIA

CRESCENZIO 91, presso lo studio dell’avvocato CLAUDIO LUCISANO, che

lo rappresenta e difende giusta delega in calce;

– ricorrente –

contro

AGENZIA DELLE ENTRATE, in persona del Direttore pro tempore,

elettivamente domiciliato in ROMA VIA DEI PORTOGHESI 12, presso

l’AVVOCATURA GENERALE DELLO STATO, che lo rappresenta e difende;

– controricorrente –

avverso la sentenza n. 15/2010 della COMM.TRIB.REG. del PIEMONTE,

depositata l’11/02/2010;

udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del

28/09/2016 dal Consigliere Dott. GIUSEPPE CRICENTI;

udito per il controricorrente l’Avvocato ZERMAN che ha chiesto il

rigetto;

udito il P.M. in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott. DE

MASELLIS Mariella, che ha concluso per l’inammissibilità in

subordine rigetto del ricorso.

Fatto

FATTI DI CAUSA

Nei confronti del ricorrente l’Agenzia delle Entrate ha emesso cartella esattoriale ai sensi del D.P.R. n. 600 del 1973, art. 36 bis, a seguito di controllo automatizzato della dichiarazione dei redditi presentata nel 2004 per l’anno di imposta 2003.

Il Fisco ha riscontrato un carente o omesso versamento di Irpef procedendo a recupero della somma dovuta, aumentata delle sanzioni di legge.

Il contribuente ha impugnato la cartella adducendo vizi formali, come la decadenza dal termine per la liquidazione del dovuto, la mancata sottoscrizione del ruolo, la mancata applicazione della continuazione nel calcolo delle sanzioni, la deducibilità dei contributi integrativi versati.

Il ricorso è stato respinto in entrambi i gradi di giudizio.

Ora il ricorrente propone ricorso per cassazione con cinque motivi che ripetono le censure già mosse nella fase di merito, ed avverso le quali si è costituita l’Agenzia con controricorso.

Diritto

MOTIVI DELLA DECISIONE

1.- Con il primo motivo il ricorrente lamenta violazione del D.P.R. n. 600 del 1973, art. 36 bis, assumendo la decadenza del Fisco dal potere impositivo, per la tardività nell’attività di liquidazione.

Il motivo è infondato.

E’ giurisprudenza consolidata di questa Corte che il termine stabilito nel D.P.R. n. 600 del 1973, art. 36-bis (nel testo, applicabile “ratione temporis”, introdotto dal D.P.R. 27 settembre 1979, n. 506, art. 1), entro il quale l’Amministrazione Finanziaria deve provvedere alla liquidazione dell’imposta, ha natura ordinatoria, secondo l’interpretazione, avente efficacia retroattiva, che ne ha dato la L. 27 dicembre 1997, n. 449, art. 28, comma 1, (Sez. 5 n. 9524 del 2009; Sez. 5 n. 2918 del 2010; Sez. 5, n. 7899 del 2012), così che nessuna decadenza può essere comminata per il mancato rispetto del termine in questione.

2.- Con il secondo motivo il ricorrente denuncia violazione di legge (D.P.R. n. 602 del 1973, art. 13) per avere la corte di merito ritenuto non prevista a pena di nullità la sottoscrizione del ruolo e per aver ritenuto che a dimostrare che l’atto non fosse sottoscritto avrebbe dovuto essere il ricorrente stesso, in violazione della regola sulla ripartizione dell’onere probatorio.

Il motivo è infondato in quanto postula che la sottoscrizione sia elemento indefettibile del ruolo, contrariamente al fatto che si tratta di un atto interno. Del resto, neanche la cartella esattoriale esige la sottoscrizione a pena di nullità, per come ripetutamente affermato da questa Corte. Invero: “in tema di riscossione delle imposte, la mancanza della sottoscrizione della cartella di pagamento da parte del funzionario competente non comporta l’invalidità dell’atto, quando non è in dubbio la riferibilità di questo all’Autorità da cui promana, giacchè l’autografia della sottoscrizione è elemento essenziale dell’atto amministrativo nei soli casi in cui sia prevista dalla legge, mentre, ai sensi del D.P.R. n. 602 del 1973, art. 25 la cartella va predisposta secondo il modello approvato con decreto del Ministero competente, che non prevede la sottoscrizione dell’esattore ma solo la sua intestazione” (Sez. 5 n. 26053 del 2015; Sez. 5 n. 13461 del 2012).

3.- Con il terzo motivo si denuncia violazione del D.Lgs. n. 472 del 1991, art. 7, comma 1. La sentenza impugnata, secondo il ricorrente, da un lato avrebbe erroneamente ritenuto giustificata l’applicazione delle sanzioni senza tener conto della continuazione; dall’altro non avrebbe motivato il perchè di tale omissione.

Il motivo infondato.

E’ regola che l’applicazione delle sanzioni con il criterio della continuazione, norma di favore per il contribuente, presuppone che la violazione sia formale, e non sostanziale, ossia non incida sulla determinazione della base imponibile e non sia di pregiudizio alle azioni di controllo (Sez. 5, n. 5897 del 2013; Sez. 5. N. 22430 del 2014; Sez. 5 n. 10357 del 2015).

Nella fattispecie, il mancato o carente versamento dell’Irpef, nonchè la deduzione di costi o oneri non deducibili (contributi previdenziali integrativi) non costituiscono violazioni meramente formali, ma sono tali da incidere sulla base imponibile, e dunque non si può fare questione di applicazione della continuazione nel calcolo delle sanzioni.

4.- Con il quarto motivo il ricorrente lamenta violazione del D.P.R. n. 917 del 1986, art. 10 erroneamente inteso dalla sentenza impugnata, che avrebbe ritenuto non deducibili i contributi previdenziali integrativi, ossia quelli conseguenti, per il ricorrente, geometra di professione, alla iscrizione alla cassa di previdenza.

Il motivo è infondato.

E’ infatti orientamento costante di questa Corte che gli oneri previdenziali integrativi, non essendo posti a carico dell’iscritto, ma del cliente, dal quale il professionista riscuote il pagamento, non possono costituire un onere deducibile (Sez. 5, n. 13465 del 2014 – quanto ai commercialisti; n. 8258 del 2008.- per ingegneri ed architetti – 1605 del 2006 – per ragionieri -).

Si tratta di una somma posta a carico del cliente che non concorre nè al reddito nè al volume di affari del contribuente, che dunque non è legittimato a dedurne il costo.

5.- Con il quinto motivo, il ricorrente si duole dell’erronea interpretazione del D.P.R. n. 917 del 1986, art. 15.

Ritiene che la sentenza impugnata ha considerato legittimo il rifiuto dell’Agenzia di considerare deducibili gli interessi passivi sul mutuo, in quanto il relativo atto era stato stipulato 22 mesi dopo l’acquisto della casa, e cosi oltre il termine di un anno dalla compravendita, come previsto dalla legge.

Secondo il ricorrente invece la legge non pone il limite temporale dell’anno solare, consentendo invece la deduzione anche per mutui stipulati oltre i 364 giorni. IL D.P.R. n. 917 del 1986, art. 15 (ex art. 13) invero prevede che “gli interessi passivi, e relativi oneri accessori, ronchè le quote di rivalutazione dipendenti da clausole di indicizzazione pagati a soggetti residenti nel territorio dello Stato o di uno Stato membro della Comunità europea ovvero a stabili organizzazioni nel territorio dello Stato di soggetti non residenti in dipendenza di mutui garantiti da ipoteca su immobili contratti per l’acquisto dell’unità immobiliare da adibire ad abitazione principale entro un anno dall’acquisto stesso, per un importo non superiore a 4.000 Euro. L’acquisto della unità immobiliare deve essere effettuato nell’anno precedente o successivo alla data della stipulazione del contratto di mutuo”.

Si intende che la legge ha voluto delimitare in un anno la distanza tra il mutuo e l’acquisto, anno che sarebbe superato se la norma venisse intesa nel senso che consente la deducibilità anche se tra il mutuo e la vendita trascorrano più di 364 giorni, pur essendo entrambi collocabili in due anni successivi.

In altri termini la ratio della norma è che il mutuo non debba essere più distante dalla vendita di un anno. E questa regola verrebbe disattesa se si consentisse che il mutuo segua o preceda la vendita di più di un anno solare. Ciò accadrebbe se la vendita fosse stipulata ad esempio il 1 gennaio del 2015 mentre il mutuo fosse di dicembre 2016.

Il ricorrente ritiene che in questo esempio si rispetta il termine di legge poichè il mutuo segue la stipula di un anno, ossia è effettuato nell’anno solare successivo alla vendita.

Ma in realtà la legge impone il termine massimo di un anno tra i due atti, e dunque di 364 giorni, non già che l’uno si perfezioni nell’anno precedente o successivo all’altro.

Il ricorso va pertanto respinto e le spese seguono la soccombenza.

PQM

La Corte respinge il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese di lite, che liquida in complessive 800,00 euro oltre spese prenotate a debito.

Così deciso in Roma, il 28 settembre 2016.

Depositato in Cancelleria il 23 novembre 2016

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