Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 23826 del 02/09/2021

Cassazione civile sez. lav., 02/09/2021, (ud. 16/02/2021, dep. 02/09/2021), n.23826

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE LAVORO

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. BALESTRIERI Federico – Presidente –

Dott. PATTI Adriano Piergiovanni – Consigliere –

Dott. GARRI Fabrizia – Consigliere –

Dott. CINQUE Guglielmo – rel. Consigliere –

Dott. PICCONE Valeria – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 16193-2015 PROPOSTO da:

R.G., domiciliato in ROMA PIAZZA CAVOUR presso LA CANCELLERIA

DELLA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE, rappresentato e difeso dagli

Avvocati GIUSEPPE MARZIALE, PATRIZIA TOTARO;

– ricorrente –

contro

AZIENDA OSPEDALIERA DI RILIEVO NAZIONALE SANTOBONO PAUSILIPON, in

persona del legale rappresentante pro tempore, domiciliata in ROMA

PIAZZA CAVOUR presso la CANCELLERIA DELLA CORTE SUPREMA DI

CASSAZIONE, rappresentata e difesa dall’avvocato ANNA MARIA

ZICCARDI;

– controricorrente –

avverso la sentenza n. 3541/2014 della CORTE D’APPELLO di NAPOLI,

depositata il 21/05/2014 R.G.N. 1651/2011;

udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio del

16/02/2021 dal Consigliere Dott. GUGLIELMO CINQUE.

 

Fatto

RILEVATO

CHE:

1. La Corte di appello di Napoli, con la sentenza n. 3541 del 2014, ha confermato la pronuncia emessa dal Tribunale della stessa sede con la quale era stata respinta la domanda proposta da R.G., dirigente medico di primo livello, nei confronti dell’Azienda Ospedaliera Santobono Pausillipon volta ad ottenere, sul presupposto di essere divenuto responsabile della struttura semplice di malattie renali su base malformativa, la corresponsione del trattamento economico previsto per l’incarico ricoperto: in particolare con riferimento all’indennità di posizione e di specificità medica di cui al CCNL di settore.

2. A fondamento della decisione i giudici di seconde cure, dopo avere ripercorso il quadro normativo di riferimento, hanno rilevato che non era condivisibile la tesi del ricorrente secondo il quale l’esistenza del proprio diritto alla misura superiore dell’emolumento derivava dal solo rilievo del ruolo dirigenziale ricoperto perché ciò finiva per il contraddire i caratteri specifici dell’emolumento in questione che tendeva ad evitare, attraverso un atto di graduazione delle funzioni, appiattimenti retributivi e a misurare, al di fuori di ogni automatismo, il valore economico di ogni posizione dirigenziale; hanno, poi, specificato che la Delib. n. 583 del 2004, con cui erano state definite le strutture semplici e individuati i rispettivi responsabili, aveva solo delineato in via programmatica l’assetto organizzativo della Azienda resistente, cui doveva fare seguito il necessario contratto individuale di assegnazione al R. dell’incarico direttivo, che nella fattispecie non vi era stato; a maggior ragione, poi, per il periodo successivo alla Delib. 22 dicembre 2006, ove, a seguito della organizzazione aziendale, era stata prevista la soppressione della struttura semplice dipartimentale delle malattie renali su base malformativa, la pretesa del ricorrente non era fondata; infine, la domanda non avrebbe potuto essere accolta neanche in virtù della disposizione di cui al D.Lgs. n. 165 del 2001, art. 52 ovvero ex art. 36 Cost. e a titolo di indebito arricchimento senza causa, vertendosi in ipotesi di rapporto di lavoro dirigenziale, in cui la retribuzione di posizione veniva già corrisposta, e in relazione al quale rapporto non erano stati esplicitati i compiti svolti prima del 2004 per cogliere le differenze con quelli espletati successivamente.

3. Per la cassazione di tale sentenza ha proposto ricorso per cassazione R.G. affidato a sette motivi.

4. La Azienda Ospedaliera di Rilievo Nazionale Santobono Pausillipon ha resistito con controricorso.

5. Le parti hanno depositato memorie.

6. Il PG non ha rassegnato conclusioni scritte.

Diritto

CONSIDERATO

CHE:

1. I motivi possono essere così sintetizzati.

2. Con il primo motivo si denuncia la violazione e/o falsa applicazione dell’art. 112 c.p.c., in relazione all’art. 360 c.p.c., n. 3, per violazione del principio di corrispondenza tra chiesto ed il pronunciato, in quanto mai era stata sollevata la questione della mancanza dell’atto costitutivo, in ordine alla pretesa azionata, costituito dall’atto di graduazione delle funzioni.

3. Con il secondo motivo si censura la omissione di esame e/o motivazione; la violazione e/o falsa applicazione degli artt. 51, 55, 56 CCNL Sanità medica 1996, art. 5 Sanità medica 1996 secondo biennio; artt. 26, 37, 39 CCNL Sanità medica 2000 (Biennio 1998/2001); artt. 37 e 42 CCNL Sanità medica 2005, art. 5 Sanità medica secondo biennio 2002/2005; violazione e/o falsa applicazione degli artt. 115 e 116 c.p.c.; tutti in relazione all’art. 360 c.p.c., nn. 3 e 5, artt. 1362,1363,1366 c.c.; la violazione e falsa applicazione del D.Lgs. n. 165 del 2001, artt. 19-24 ex art. 360 c.p.c., n. 3; in particolare si sostiene l’erroneità dell’assunto dei giudici di seconde cure in virtù del quale la previa graduazione delle funzioni sia la condizione costitutiva ed il presupposto indefettibile della retribuzione di posizione, avendo, invece, essa solo la funzione di determinare il quantum debeatur nella parte eccedente il minimo.

4. Con il terzo motivo il ricorrente lamenta l’omissione di esame di un fatto decisivo, in relazione all’art. 360 c.p.c., n. 5 nonché la violazione o erronea applicazione degli artt. 54 CCNL Sanità Medica 1996, 37 CCNL Sanità Medica 2000, ex art. 360 c.p.c., n. 3 e/o n. 5, per non essere stata valutata dalla Corte territoriale la pretesa in ordine all’indennità di specificità medica.

5. Con il quarto motivo si obietta la violazione ed erronea applicazione dell’art. 36 Cost.; art. 1322 c.c., art. 1325 c.c., comma 1, n. 4; D.Lgs. n. 502 del 1992, artt. 15 e 52; art. 52 CCNL Sanità Medica 1996; art. 13, commi 9, 10 e 12, e art. 28 Sanità Medica 2000, in relazione all’art. 360 c.p.c., n. 3 e/o n. 5, per essere la motivazione della gravata sentenza viziata nella parte in cui è stato condizionato il diritto al trattamento economico previsto per il ruolo espletato alla sottoscrizione per iscritto del contratto individuale, mentre, invece, l’attribuzione del trattamento economico corrispondente alle mansioni dirigenziali effettivamente svolte avrebbe dovuto essere riconosciuto a prescindere dal contratto e, comunque, ai sensi dell’art. 2126 c.c., art. 36 Cost. e D.Lgs. n. 165 del 2001, art. 52.

6. Con il quinto motivo il ricorrente si duole della violazione o erronea applicazione dell’art. 36 Cost; D.Lgs. n. 165 del 2001, artt. 19 e 52 la violazione e/o falsa applicazione degli artt. 51, 55, 56 CCNL Sanità Medica 1996, art. 5 Sanità Medica 1996, secondo biennio; artt. 26, 37, 39 CCNL Sanità Medica 2000 (Biennio 1998/2001); artt. 37 e 42 CCNL Sanità Medica 2005, art. 5 Sanità Medica secondo biennio 2002/2005, nonché l’omissione di motivazione e/o di esame, in relazione all’art. 360 c.p.c., n. 3 e/o n. 5; si deduce che, premesso che l’incarico era stato comunque svolto dall’agosto 2004 al febbraio 2007, la Corte territoriale non aveva valutato (né motivato se non con un generico riferimento alla Delib. 22 dicembre 2006) l’eccezione di nullità dell’atto di revoca (Delib. n. 9 del 2007, Delib. n. 318 del 2006 e Delib. 542 del 2006) e perché comunque non vi era ragione, per i dirigenti, di derogare le disposizioni di diritto in ordine all’espletamento di mansioni superiori.

7. Con il sesto motivo si denuncia l’omissione di motivazione, la violazione ed erronea applicazione dell’art. 2041 c.c., artt. 115,116,416 c.p.c., la violazione del principio di non contestazione, la violazione dell’art. 27 CCNL 2000, in relazione all’art. 360 c.p.c., nn. 3 e 5, per non avere considerato la Corte di merito che nulla aveva la controparte contestato in ordine alle mansioni espletate da esso dirigente, debitamente allegate e documentate negli atti di causa.

7. Con il settimo motivo si eccepisce la violazione e falsa applicazione degli artt. 1321,1326,1333,1334,1336,1411 c.c., in relazione all’art. 360 c.p.c., n. 3, per avere erroneamente ritenuto la Corte di appello che la Delib. n. 583 del 2004 avesse valore indicativo programmatico, quando invece si era proceduto ad una vera e propria deliberazione in merito alla riorganizzazione interna, con una valenza dispositiva e non meramente programmatica.

8. I primi due motivi, da trattarsi congiuntamente per connessione logico-giuridica, non sono fondati.

9. Come affermato da questa Corte (Cass. n. 27400/2018; Cass. n. 91/2019), in tema di dirigenza sanitaria il D.Lgs. n. 502 del 1992 -vigente ratione temporis – si applica ai rapporti di lavoro dei dirigenti delle aree medica, professionale, tecnica e amministrativa del SSN ed anche alla dirigenza non medica.

10. Ai sensi dell’art. 3, comma 1 bis, 15, 15 bis e 15 ter detto decreto, deve ritenersi che l’atto aziendale che regola l’organizzazione ed il funzionamento delle unità operative, individuando quelle dotate di autonomia gestionale o tecnico-professionale, riconducibile al D.Lgs. n. 165 del 2001, art. 2, comma 1 costituisce un elemento imprescindibile per il conferimento dell’incarico dirigenziale e per l’attribuzione del trattamento economico, che la contrattazione collettiva di comparto correla alla tipologia dell’incarico stesso e alla graduazione delle funzioni.

11. In materia di retribuzione del dirigente medico, il provvedimento di graduazione delle funzioni ha natura di atto di macro-organizzazione riconducibile al D.Lgs. n. 165 del 2001, art. 2, comma 1 ed integra un elemento costituivo della parte variabile della retribuzione di posizione (Cass. n. 19040/2015).

8. La sussistenza dell’atto di graduazione delle funzioni doveva, pertanto, essere necessariamente verificata dal giudice per accertare la fondatezza della pretesa, come ha correttamente fatto la Corte territoriale.

9. Ne’ sul punto è ravvisabile un vizio di ultra-petizione.

10. Il vizio di mancata corrispondenza tra chiesto e pronunciato, di cui all’art. 112 c.p.c. (Cass. n. 1616/2021), riguarda soltanto l’ambito oggettivo della pronuncia e non anche le ragioni di diritto e di fatto assunte a sostegno della decisione.

11. Nella fattispecie in esame, quindi, l’indagine del giudice di merito non poteva prescindere dalla analisi di tale atto proprio per valutare se e in quali termini la domanda avrebbe potuto essere ritenuta fondata.

12. Il terzo motivo è anche esso infondato vertendosi in una evidente ipotesi di rigetto implicito.

13. Invero la Corte di appello, stante la carenza del presupposto fondante eventuali diritti aventi natura economica, ha ritenuto in sostanza non meritevole di accoglimento entrambe le pretese avanzate dal R., sia relativamente all’indennità di posizione che all’indennità di specificità medica.

14. Il quarto motivo è parimenti infondato.

15. Ai sensi del D.Lgs. n. 229 del 1999, art. 15 ter, comma 1 gli incarichi di natura professionale e di direzione di struttura sono attribuiti secondo le modalità definite nella contrattazione collettiva nazionale. L’art. 28 del CCNL di comparto prevede espressamente che il conferimento debba avvenire con atto scritto e motivato.

16. In tema di dirigenza sanitaria non può trovare, quindi, applicazione l’art. 2103 c.c. con riferimento al mancato riconoscimento delle mansioni superiori, atteso che l’inapplicabilità di tale disposizione ai dirigenti del pubblico impiego privatizzato, che è sancita in via generale dal D.Lgs. n. 165 del 2001, art. 19 e che trova origine nel fatto che la qualifica dirigenziale non esprime una posizione lavorativa caratterizzata dallo svolgimento di determinate mansioni, bensì esclusivamente l’idoneità professionale a ricoprire un incarico dirigenziale, è ribadita per la dirigenza sanitaria, inserita in un unico ruolo distinto per profili professionali e in un unico livello dal D.Lgs. n. 502 del 1992, art. 15 ter e dell’art. 28, comma 6 del CCNL 8.6.2000 (Cass. n. 91/2019).

17. Alcun rilievo, pertanto, in assenza di un atto scritto e motivato di conferimento dell’incarico, riveste lo svolgimento delle mansioni superiori asseritamente svolte.

18. Il quinto ed il sesto motivo sono, invece, inammissibili perché, oltre a quanto già sopra evidenziato in precedenza in relazione agli altri motivi, le censure in essi articolate, sia pure sotto il profilo della violazione di legge e del difetto di motivazione, sono essenzialmente intese alla sollecitazione di una rivisitazione del merito della vicenda e alla contestazione della valutazione probatoria operata dalla Corte territoriale, sostanziante il suo accertamento in fatto, di esclusiva spettanza del giudice di merito e insindacabile in sede di legittimità (Cass. n. 27197/2011; Cass. n. 6288/2011), se adeguatamente motivato, come nel caso di specie, sia relativamente al profilo della inadeguatezza della retribuzione percepita ex art. 36 Cost., perché la retribuzione di posizione erogata remunerava in modo pieno e soddisfacente il lavoro prestato, sia con riferimento all’istituto dell’arricchimento ingiustificato della datrice di lavoro ex art. 2041 c.c., atteso che è stato dato atto che l’Azienda Ospedaliera aveva rilevato che le mansioni svolte rientravano in quelle della qualifica di dirigente medico e che nulla di concreto era stato esplicitato circa i compiti svolti prima dell’agosto 2004.

19. Il settimo motivo, infine, è anche esso inammissibile perché concerne l’interpretazione di un atto amministrativo (deliberazione n. 583/2004), a contenuto non normativo, che risolvendosi nell’accertamento della volontà della PA, ovverossia di una realtà fenomenica ed obiettiva, è riservata al giudice di merito ed è incensurabile in cassazione in assenza di vizi di motivazione e malgoverno delle regole di ermeneutica contrattuale in quanto analogicamente applicabili.

20. Nel caso in esame, invece, il ricorrente si è limitato unicamente a contrapporre una diversa interpretazione dell’atto, rispetto a quella adottata dalla Corte di merito, a lui più favorevole, senza evidenziare specifici vizi dei canoni ex art. 1362 c.c. e ss..

21. Alla stregua di quanto esposto il ricorso deve essere rigettato.

22. Al rigetto segue la condanna del ricorrente al pagamento delle spese del presente giudizio di legittimità che si liquidano come da dispositivo.

23. Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, nel testo risultante dalla L. 24 dicembre 2012, n. 228, deve provvedersi, ricorrendone i presupposti processuali, sempre come da dispositivo.

P.Q.M.

La Corte rigetta il ricorso. Condanna il ricorrente al pagamento, in favore della controricorrente, delle spese del presente giudizio di legittimità che liquida in Euro 5.250,00 per compensi, oltre alle spese forfettarie nella misura del 15 per cento, agli esborsi liquidati in Euro 200,00 ed agli accessori di legge. Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater dà atto della sussistenza dei presupposti processuali per il versamento, da parte della ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato, pari a quello previsto per il ricorso, a norma dello stesso art. 13, comma 1 bis se dovuto.

Così deciso in Roma, nell’Adunanza camerale, il 16 febbraio 2021.

Depositato in Cancelleria il 2 settembre 2021

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