Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 23815 del 28/10/2020

Cassazione civile sez. trib., 28/10/2020, (ud. 30/05/2019, dep. 28/10/2020), n.23815

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE TRIBUTARIA

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. LOCATELLI Giuseppe – Presidente –

Dott. D’ORAZIO Luigi – Consigliere –

Dott. FRACANZANI Marcello M. – Consigliere –

Dott. FRAULINI Paolo – Consigliere –

Dott. PANDOLFI Catello – rel. Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso iscritto al n. 22099/2014 (a cui è riunito il ricorso n.

12909/18) proposto da:

società Icos Serbatoi spa rappresentata e difesa dal prof. avv.

Giuseppe Tinelli presso il cui studio in Roma via delle Quattro

Fointale n. 15 è elettivamente domiciliata;

– ricorrente –

nonchè

sul ricorso (stesso N.R.G.) proposto dall’Agenzia delle Entrate,

rappresentata e difesa dall’Avvocatura Generale dello Stato con

domicilio o in Roma, via dei Portoghesi, n. 12;

– ricorrente –

contro

Icos Serbatoi spa rappresentata e difesa dal prof. Avv. G.Tinelli

presso il cui studio in Roma via delle Quattro Fontane n. 15 è

elettivamente domiciliata;

– Controricorrente –

avverso la decisione della Commissione Tributaria Regionale della

Sicilia sezione di Siracusa n. 351/16/14 depositata il 4/02/2014;

Udita la relazione svolta nella camera di consiglio del 30/05/2019

dal Consigliere Dott. Pandolfi Catello.

 

Fatto

RILEVATO

La società Icos Serbatoi s.p.a. ha proposto ricorso per cassazione della sentenza della CTR della Sicilia sezione di Siracusa n. 351/16/2014 depositata il 4 febbraio 2014, dando luogo al giudizio rubricato con il numero di ruolo generale 22099/2014.

Parallelamente, con notifica nello stesso giorno, l’Agenzia delle Entrate ha proposto ricorso per cassazione della stessa sentenza, nella parte in cui aveva ritenuto non dovute le sanzioni amministrative comminate dall’Ufficio.

La società, per resistere, proponeva controricorso.

La vicenda trae origine dalla notifica dell’avviso di accertamento dell’Agenzia delle Entrate di Siracusa (OMISSIS) con cui l’Ufficio contestava alla società la fruizione, per l’anno d’imposta 2006, dell’esenzione IRAP in applicazione della L.R. n. 21 del 2003, per un importo di Euro 100.000,01. Misura questa ritenuta dall’Ufficio, considerate le esenzioni di cui aveva già godute nei due anni precedenti, superiore al limite massimo di Euro 100.00,00 nel triennio, posto dalla normativa comunitaria, richiamata dalla legge regionale. Normativa che l’Amministrazione aveva ritenuto di individuare ratione temporis nel regolamento CE del 12 gennaio 2001 n. 69, rapportata al triennio 2004,2005 e 2006.

La società ha basato l’impugnativa su tre motivi sul presupposto che l’Amministrazione avesse errato nel ritenere applicabile il regolamento CE n. 69 del 2001 e non quello successivo n. 1998 del 2006, che aveva elevato il limite massimo da Euro 100.000 a Euro 200.000, non più ragguagliato ad un triennio, ma a tre esercizi finanziari.

L’Agenzia a sua volta censurava la sentenza con un unico motivo.

Nel corso del giudizio la società comunicava d’aver avviato la procedura per la definizione agevolata della controversia D.L. n. 50 del 2017 ex art. 11, ma che l’Agenzia delle Entrate aveva respinto l’istanza sul presupposto che la controversia riguardasse il recupero d’imposta riguardasse “aiuti di Stato non spettanti” e in quanto tale esclusa dalla definizione agevolata. Informava che avverso tale decisione aveva proposto ricorso a questa Corte, quale organo giurisdizionale innanzi la quale pende la controversia.

La società deduceva, per contro, che quella avviata dall’Ufficio non fosse qualificabile come azione di recupero di aiuti di Stato non spettanti e non rientrasse quindi nell’ambito di esclusione dalla definizione agevolata prevista dal D.L. n. 50 del 2017, art. 11, comma 4.

Tale ricorso ha dato luogo al giudizio rubricato con il numero di ruolo 22099/2018. Ad esso non ha resistito con controricorso l’Agenzia della Entrate.

Diritto

CONSIDERATO

Per evidenti ragione di connessione i due giudizi in esame vanno riuniti per consentirne la trattazione congiunta.

Ragioni di ordine logico esigono poi che sia esaminato prioritariamente il ricorso n. 12909/2018, dalla cui definizione dipende la prosecuzione o meno dell’altro.

I motivi posti a base del secondo ricorso, esaminato per primo, sono infondati con conseguente rigetto del ricorso medesimo.

Infatti, contrariamente a quanto dedotto dalla società, l’azione dell’Ufficio è da ritenere di recupero di aiuti di stato dal momento che la L.R. n. 21 del 2003, artt. 14 e 15, precisa che “l’applicazione delle presente disposizione è subordinata al rispetto delle vigente normativa comunitaria in materia di aiuti di stato….”. Ne deriva che la norma violata non può essere considerata una norma agevolativa nazionale, rispetto alla quale il mero richiamo alla normativa unionale avrebbe soltanto la finalità di quantificare “per relationem” il limite dell’esenzione e il triennio cui far riferimento per verificare se la fruizione sia stata contenuta nel limite fissato dalla norma comunitaria. L’applicazione della legge regionale è, per sua esplicita previsione, subordinata al rispetto della normativa comunitaria, di cui costituisce proiezione e applicazione nell’ordinamento interno.

Il superamento del limite dell’aiuto nel triennio implica, dunque, violazione della disciplina comunitaria in tema di aiuti “de minimis”.

Pertanto, l’azione dell’Ufficio, conseguente alla violazione, è correttamente qualificata come di recupero di “aiuto di stato non spettante”, anche se limitato all’importo eccedente il limite.

Ne discende l’esclusione, ai sensi del D.L. n. 50 del 2017, art. 11, comma 4, lett. b), della controversia in esame dall’ambito della possibile definizione agevolata prevista dal comma 1 dello stesso articolo.

Venendo poi all’esame del procedimento n. 22099/2014, è necessario esaminare in primo luogo il ricorso della società, per la sua previetà logica sul ricorso dell’Agenzia delle Entrate, in quanto contesta in radice la legittimità dell’avviso di accertamento.

– Con il primo motivo, la società lamenta violazione e/o falsa applicazione dell’art. 2 comma 2 e del 10^ “considerando” del Regolamento CE n. 1998 del 15 dicembre 2005; dell’art. 2 comma 2 e del 5^ “considerando” del Regolamento CE del 12 gennaio 2001 n. 69 della L.R. Sicilia 29 dicembre 2003, n. 21, artt. 14 e 15, in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3.

La ricorrente assume che il regolamento comunitario da applicare nella specie debba essere quello n. 1998 del 2006 e non il n. 69 del 2001, cui invece la CTR si è attenuta, errando.

Tale tesi è basata sul presupposto che il “momento” per individuare la norma da applicare alla fattispecie sia quello della presentazione della dichiarazione con la quale il contribuente ha indicato l’esenzione IRAP di cui ha fruito. Nella specie, la dichiarazione è stata presentata il 27 settembre 2007 indicante l’esenzione di Euro 61.234,01 con riferimento all’anno d’imposta 2006.

In base all’assunto della contribuente, il regolamento in quel momento vigente sarebbe stato, appunto, il n. 1998 del 2006, che prevedeva, come limite degli aiuti, la somma di Euro 200.000,00 da fruire in tre “esercizi finanziari”: quello nel corso del quale la dichiarazione è presentata e i due precedenti.

In concreto, stando al caso in esame, il periodo sarebbe stato quello dal 2005 al 2007 incluso. La conseguenza di tale argomentazione è che l’agevolazione goduta dalla società risulterebbe contenuta nei limiti posti dal suindicato regolamento, con conseguente illegittimità della pretesa erariale.

Il motivo non è fondato.

La circostanza che il regolamento indicato dalla parte assuma come riferimento temporale tre “esercizi finanziari” e non “tre anni” (come il precedente) non implica che la disposizione comunitaria da applicare sia quella vigente al momento della presentazione della dichiarazione, nè che il triennio da considerare, per calcolare l’ammontare degli aiuti, sia dato dall’esercizio finanziario nel corso del quale siano effettuati gli adempimenti fiscali e dai due precedenti.

Tale tesi urta con la circostanza che il regolamento CE richiamato dalla contribuente indica come data di entrata in vigore quella del 1 gennaio 2007, tal che non può applicarsi ad agevolazioni, influenti per sottrazione, sull’entità dei tributi relativi ad un periodo d’imposta antecedente (nella specie il 2006), nel corso del quale, in mancanza di disposizioni di opposto tenore, deve ritenersi trovino applicazione le norme vigenti nel periodo medesimo.

In altri termini, la determinazione della misura dell’obbligazione tributaria relativa al periodo d’imposta 2006 (corrispondente cioè all’anno solare 1/131/12/2006) non può che discendere dalle disposizioni (anche quelle in tema di “aiuti di stato”) vigenti sino al 31.12.2006.

– Con il secondo motivo la ricorrente società ritiene che, per altro verso, la norma di riferimento vada individuata in quella vigente al momento del pagamento dell’imposta, argomentando da quanto disposto dal TUIR, artt. 99 e 109.

Anche tale tesi non può essere condivisa.

Infatti, il TUIR, art. 99, comma 1, da cui la ricorrente fa discendere in via generale la possibile deduzione dell’IRAP “nell’esercizio in cui avviene il pagamento”, è bensì applicabile a tale tributo in forza del D.L. n. 185 del 2008 e del D.L. n. 201 del 2011, ma limitatamente alla deduzione forfetaria del 10% e alla deduzione analitica riguardante la quota delle spese sostenute per il personale dipendente e assimilato.

Si tratta, dunque, di interventi specifici e circoscritti, cui non è possibile, come invece ritiene la società, attribuire portata generale applicabile anche alle ipotesi di esenzione previste dalla L.R. n. 21 del 2013, artt. 14 e 15.

– Con il terzo motivo la società assume che ai sensi del TUIR, art. 110, comma 8, l’esenzione, disconosciuta per il 2006, avrebbe dovuto comunque essere computata per l’esercizio successivo. Operazione legittimamente praticabile si sostiene – dal momento che la legge regionale in esame prevedeva l’esenzione in un arco di cinque periodi d’imposta successivi a quelli in corso al 31.12.2003. Ritiene la società, che non osterebbe a tale prospettiva il riferimento al “triennio” indicato nella normativa comunitaria richimata, dal momento che tale limite rileverebbe al solo fine di quantificare la misura massima ammessa dell’aiuto di stato.

Anche tesi non appare fondata dal momento che la valutazione della legittimità del beneficio va condotta esclusivamente alla stregua della sovraordinata normativa unionale, in base alla quale il su godimento è consentito solo se, nell’anno d’imposta considerato (nella specie il 2006) e nel biennio immediatamente precedente, l’agevolazione non abbia superato il limite (nella specie Euro 100,00), senza che sia possibile, al fine di verificarne il rispetto, considerare un lasso di tempo più ampio, non previsto dal Regolamento CE, desumendolo da una norma nazionale, a tale riguardo lo integrerebbe.

Il ricorso della società deve essere, dunque, rigettato.

Va poi esaminato il coevo ricorso dell’Agenzia delle Entrate, che censura la sentenza impugnata nella parte in cui ha escluso la debenza delle sanzioni amministrative comminate dall’Ufficio.

Sostiene l’Amministrazione che il giudice regionale aveva errato nel ritenere sussistente l’esimente di cui al D.Lgs. n. 546 del 1992, art. 8. Le norme da applicare non presenterebbero, infatti, alcuna obiettiva incertezza interpretativa. Nè la società contribuente avrebbe addotto “elementi positivi” idonei a dimostrare l’equivocità delle disposizioni coinvolte.

Per contro, risulta dalla decisione che la CTR abbia ritenuto foriera di obiettive incertezze interpretative la formulazione dei due citati regolamenti CE, interessati dalla vicenda, sia nei rapporti tra loro che nel rapporto con le norme interne cui rinviano. In particolare, laddove il secondo, con innovazione lessicale rispetto al primo, fa riferimento alla locuzione, di dubbia accezione, “esercizi finanziari” a cui avrebbe fatto riferimento l’impresa nello Stato membro interessato. Circostanze che si sono prestate all’interpretazione, pur se errata, esposta dalla società nei suoi scritti difensivi.

Dalle ragioni che precedono, disposta la riunione del ricorso n. 12909/2018 al presente n. 22099/2014, discende tanto il rigetto del ricorso n. 12909/2018 avverso il provvedimento di diniego della definizione agevolata D.L. n. 50 del 2017 ex art. 11; quanto il rigetto sia del ricorso della società che di quello coevo dell’Ufficio, oggetto entrambi del giudizio n. 22099/2014.

Ricorrono le condizioni per il versamento del “doppio contributo” a carico della ricorrente Icos Serbatoi spa.

Attesa la particolarità del caso e la reciproca soccombenza le spese possono essere compensate.

P.Q.M.

Dispone la riunione al ricorso n. 22099/2014 del ricorso n. 12909/2018.

Rigetta il ricorso n. 12909/2018 avverso il provvedimento di diniego della definizione agevolata D.L. n. 50 del 2017 ex art. 11.

Rigetta sia il ricorso della società Icos Serbatoi spa che il ricorso dell’Agenzia delle Entrate, oggetto entrambi del giudizio n. 22099/2014.

Compensa le spese.

Si dà atto, ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, della sussistenza dei presupposti per il versamento da parte della ricorrente Icos Serbatoi spa dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello per il ricorso, a norma dello stesso art. 13, comma 1-bis, se dovuto.

Così deciso in Roma, nella Camera di consiglio, il 30 maggio 2019.

Depositato in Cancelleria il 28 ottobre 2020

 

 

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