Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 23810 del 02/09/2021

Cassazione civile sez. VI, 02/09/2021, (ud. 16/03/2021, dep. 02/09/2021), n.23810

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SESTA CIVILE

SOTTOSEZIONE 3

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. SCODITTI Enrico – Presidente –

Dott. FIECCONI Francesca – rel. Consigliere –

Dott. ROSSETTI Marco – Consigliere –

Dott. PORRECA Paolo – Consigliere –

Dott. GUIZZI Stefano Giaime – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 6042-2020 proposto da:

Z.M., B.M., elettivamente domiciliati in

ROMA, VIA NOMENTANA 403, presso lo studio dell’avvocato CARLO

AMORUSO che li rappresenta e difende;

– ricorrenti –

contro

PRESIDENZA DEL CONSIGLIO DEI MINISTRI, in persona del Presidente del

Consiglio pro tempore, MINISTERO DELL’ECONOMIA E DELLE FINANZE,

(OMISSIS), MINISTERO DELLA SALUTE, (OMISSIS), MINISTERO

dell’UNIVERSITA’ E RICERCA, (OMISSIS), in persona dei rispettivi

Ministri pro tempore, elettivamente domiciliati in ROMA, VIA DEI

PORTOGHESI 12, presso l’AVVOCATURA GENERALE DELLO STATO, che li

rappresenta e difende ope legis;

– controricorrenti –

e contro

A.A., + ALTRI OMESSI, elettivamente domiciliati in ROMA,

VIA DOMENICO CHELINI 5, presso lo studio dell’avvocato MARCO

TORTORELLA che li rappresenta e difende;

– ricorrenti successivi –

e contro

PRESIDENZA DEL CONSIGLIO DEI MINISTRI, in persona del Presidente del

Consiglio pro tempore, MINISTERO DELL’ECONOMIA E DELLE FINANZE,

(OMISSIS), MINISTERO DELLA SALUTE, (OMISSIS), MINISTERO

dell’UNIVERSITA’ E RICERCA, (OMISSIS), in persona dei rispettivi

Ministri pro tempore, elettivamente domiciliati in ROMA, VIA DEI

PORTOGHESI 12, presso l’AVVOCATURA GENERALE DELLO STATO, che li

rappresenta e difende ope legis;

– controricorrenti al ricorso –

avverso la sentenza n. 4744/2019 della CORTE D’APPELLO di ROMA,

depositata il 10/07/2019;

udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio non

partecipata del 16/03/2021 dal Consigliere Relatore Dott. FRANCESCA

FIECCONI.

 

Fatto

RILEVATO

che:

1. Gli odierni ricorrenti, quali laureati in medicina, assumendo di aver frequentato vari corsi di specializzazione in diversi periodi a partire dall’anno accademico 1991-1992 fino all’anno accademico 2005-2006, convenivano in giudizio, dinanzi al Tribunale di Roma, la Presidenza del Consiglio dei Ministri e i Ministeri dell’Istruzione, dell’Economia e della salute, chiedendo il risarcimento del danno subito per l’omesso e/o tardivo recepimento, nei loro confronti, dell’acquis communautaire e, in particolare, delle Dir. n. 75/362/CEE, Dir. n. 75/363/CEE, Dir. n. 82/76/CEE, Dir. n. 93/16/CEE; nonché, per la mancata corresponsione di adeguata remunerazione, anche in misura corrispondente a figure professionali analoghe, ovvero a quella percepita dai medici specializzandi a partire dall’anno accademico 2006-2007; per la mancata applicazione dei benefici previsti a titolo di carriera e di quelli contributivi; e, infine, per la mancata indicizzazione e rideterminazione triennale delle somme ricevute. Il Tribunale rigettava le domande attoree.

2. La pronuncia di prime cure è stata confermata in sede di gravame, con la sentenza qui impugnata, resa in seguito all’appello interposto dai medici. La Corte d’Appello di Roma ha anzitutto rigettato la domanda di risarcimento relativa al mancato recepimento della Dir. n. 93/16/CEE che, secondo gli appellanti, sarebbe stata recepita solo con il D.Lgs. n. 368 del 1999, rilevando – per converso – che lo Stato italiano ha dato attuazione alle direttive comunitarie in materia di “adeguata remunerazione”, da erogare agli iscritti alle scuole di specializzazione (Dir. CEE n. 362 del 1975, Dir. n. 363 del 1975 e Dir. n. 82 del 1975), già con il D.Lgs. n. 257 del 1991; mentre la Dir. n. 93/16/CEE, non ha apportato alle precedenti alcuna modifica di rilievo in ordine al trattamento economico degli specializzandi. Ha rilevato, di seguito, che la circostanza per cui il legislatore interno abbia previsto, con il D.Lgs. n. 368 del 1999, un trattamento migliore per i medici iscritti a partire dall’anno accademico 2006-2007, non fa nascere in capo a coloro che hanno frequentato i relativi corsi di specializzazione anteriormente, tra il 1991 e il 2006, un diritto soggettivo all’applicazione retroattiva della nuova disciplina, né quindi la sussistenza di un danno liquidabile in misura pari alla differenza di remunerazione.

3. Sul solco di tali premesse, la Corte del gravame, operando una valutazione del trattamento economico effettivamente percepito dai medici appellanti e confrontandolo con quello praticato agli iscritti alle scuole di specializzazione negli anni accademici successivi e precedenti, lo ha ritenuto adeguato. Ciò, in specie, sull’assunto preliminare secondo cui la disciplina comunitaria non contiene una definizione di “retribuzione adeguata”, né dispone i criteri per la sua determinazione. Talché, il legislatore, nel corso del tempo, può attribuire a determinate categorie un trattamento retributivo diverso e anche di gran lunga migliorativo in termini assoluti rispetto al passato, spettando ad esso il necessario confronto con le esigenze dettate dalla differente organizzazione del servizio, dal diverso impegno richiesto agli specializzandi e dalle esigenze complessive del Bilancio dello Stato. Infine, al lume dei precedenti di legittimità (in specie, Cass., Sez. L, n. 18670/2017), ha escluso che fosse irragionevole anche il blocco dell’indicizzazione annuale del compenso e il mancato adeguamento triennale della borsa di studio.

4. Avverso la sentenza della Corte d’Appello, con atto notificato il 7/2/2020, Z.M. e B.M. propongono ricorso per cassazione, affidato a quattro motivi. Resistono al primo ricorso, con controricorso notificato il 12/5/2020, la Presidenza del Consiglio dei Ministri, il Ministero dell’Università e Ricerca, il Ministero della Salute e il Ministero dell’Economia e delle Finanze. Con ricorso successivo, notificato il 10/2/2020, A.A. e altri medici impugnano la medesima sentenza, prospettando due motivi, cui resistono i controricorrenti di cui sopra con controricorso.

Diritto

CONSIDERATO

che:

Il ricorso di A.A. e Altri c. Presidenza del Consiglio dei Ministri e Altri (ricorso successivo) va riunito a quello di Z.M. e B.M. c. Presidenza del consiglio dei Ministri e Altri (primo ricorso) perché riguardante l’impugnazione della medesima pronuncia n. 4744/2019 emessa dalla Corte d’appello di Roma il 10/07/2019.

I ricorso.

1. Quanto al primo ricorso di Z.M. e B.M., con il primo motivo si denuncia “Violazione e/o falsa applicazione della Dir. n. 82 del 1976, artt. 13, 16, nonché art. 3 Cost., e del D.Lgs. n. 368 del 1999, artt. 37,38 e 39”. Il diritto a una adeguata remunerazione per i medici specializzandi si sarebbe imposto come obbligo derivante direttamente dalla norma nazionale di trasposizione, concretizzatasi dapprima nel D.Lgs. n. 257 del 1991, e da ultimo – all’esito del percorso attuativo – con l’emanazione dei D.P.C.M. 7 marzo, 6 luglio e 2 novembre 2007, emanati in attuazione del D.Lgs. n. 368 del 1999: dunque, solo a partire dal 2007, e con quelle specifiche caratteristiche economico-giuridiche, dovrebbe dirsi attuato quanto disposto dal legislatore comunitario in merito all’adeguata remunerazione. Difatti, il diritto dei ricorrenti al risarcimento del danno deriverebbe dalla mancata o, comunque, non corretta applicazione delle direttive in materia da parte dello Stato, che configurerebbe un illecito permanente di tipo omissivo e implicherebbe necessariamente che il termine di prescrizione previsto dall’ordinamento interno non possa decorrere fino al momento in cui lo Stato ha provveduto all’esatto adempimento degli obblighi previsti dalla direttiva, id est: dal 2007.

2. Con il secondo motivo si denuncia “Violazione e/o falsa applicazione dell’art. 101 Cost., comma 2, nonché del D.Lgs. n. 257 del 1991, art. 6”. La Corte d’Appello, nel respingere la domanda volta a ottenere la rideterminazione triennale delle borse di studio e la rivalutazione annuale, non avrebbe applicato la legge, ma piuttosto sarebbe rimasta ancorata all’interpretazione resa dalla Corte di Cassazione nella sentenza n. 18670/2017, in violazione dell’art. 101 Cost.. Inoltre, la sentenza impugnata incorrerebbe anche nella violazione del D.Lgs. n. 257 del 1991, art. 6, in quanto la disposizione de qua prevede un meccanismo di rivalutazione che, quandanche bloccato con singoli interventi ad hoc, dovrebbe applicarsi al trattamento economico dei ricorrenti, in quanto costituirebbe una componente espressamente prevista dell’adeguata remunerazione.

3. Con il terzo motivo si denuncia “Violazione e/o falsa applicazione dell’art. 36 cost.”. La normativa in tema di contratto di formazione specialistica medica presenterebbe una pluralità di elementi tali da poter ricondurre la tipologia contrattuale nell’alveo del lavoro subordinato. Pertanto, alle prestazioni rese dagli specializzandi occorrerebbe riconoscere i diritti riferibili al settore del lavoro subordinato di riferimento e, dunque, equipararli al personale medico dipendente del Servizio Sanitario Nazionale.

4. Con il quarto motivo si denuncia “Violazione e/o falsa applicazione del combinato disposto degli artt. 11 e 117 Cost., e dell’art. 267 TFUE”. La Corte d’Appello non avrebbe motivato il mancato accoglimento dell’istanza di rinvio pregiudiziale alla Corte di Giustizia. Istanza riproposta anche nell’odierna sede.

II ricorso.

5. Quanto al ricorso di A.A. e Altri, con il primo motivo si denuncia la “Violazione e falsa applicazione delle norme e dei principi in materia di risarcimento del danno derivante da omesso e/o tardivo recepimento di direttive comunitarie nonché del Trattato CEE, artt. 5 e 189, della Dir. n. 75/362/CEE, Dir. n. 75/363/CEE, Dir. n. 82/76/CEE, Dir. n. 93/16/CEE e Dir. 05/36/CE, dell’art. 10 Cost., degli artt. 1,10,11 e 12 preleggi, del D.Lgs. 8 agosto 1991, n. 257, art. 6 (in Gazz. Uff., 16 agosto, n. 191), della L. n. 370 del 1999, art. 11, del D.Lgs. 17 agosto 1999, n. 368, artt. 37, 38, 39, 40, 41, 45 e 46, del D.Lgs. 21 dicembre 1999, n. 517, art. 8, e della L. 23 dicembre 2005, n. 266, art. 1, in relazione all’art. 360 c.p.c., n. 3”. La Corte d’Appello avrebbe errato nel ritenere non sussistente alcuna responsabilità dello Stato per la mancata attuazione delle Direttive comunitarie, argomentando che la disciplina introdotta dal D.Lgs. n. 368 del 1999, è il risultato di una scelta discrezionale, esclusivamente riservata al legislatore nazionale; diversamente, il giudice di merito avrebbe dovuto ispirarsi alla lettera e allo scopo delle direttive, al fine di non svuotare di contenuto il principio di “adeguata retribuzione” di matrice sovranazionale. Si assume, peraltro, che lo stesso legislatore avrebbe preso atto dell’inadeguatezza della borsa di studio D.Lgs. n. 257 del 1991, ex art. 6, percepita dagli attuali ricorrenti, quando con il D.Lgs. n. 368 del 1999, dando finalmente attuazione alle direttive comunitarie, ha introdotto il contratto di formazione per gli specializzandi, prevedendo una remunerazione superiore, tuttavia, differendone la concreta operatività, quanto agli effetti economici, ai soli iscritti a partire dall’anno accademico 2006-2007; tale presa di coscienza del legislatore, inoltre, sarebbe evidente anche in quanto lo stesso D.Lgs. n. 257 del 1991, art. 6, comma 1, prevedeva dei meccanismi di difesa del potere di acquisto delle borse di studio, tuttavia, sospesi già a partire dal 1992; anche il blocco delle indicizzazioni, dunque, rappresenterebbe un inadempimento successivo alle direttive e, in quanto tale, risarcibile in favore degli odierni ricorrenti.

6. Con il secondo motivo si denuncia la “Violazione e falsa applicazione delle norme e dei principi in materia di risarcimento del danno derivante da omesso e/o tardivo recepimento di direttive comunitarie nonché del Trattato CEE, artt. 5 e 189, delle Dir. n. 75/362/CEE, Dir. n. 75/363/CEE, Dir. n. 82/76/CEE, Dir. n. 93/16/CEE, e Dir. n. 05/36/CE, dell’art. 10 Cost., degli artt. 1,10,11 e 12 preleggi, del D.Lgs. 8 agosto 1991, n. 257, art. 6 (in Gazz. Uff., 16 agosto, n. 191), della L. n. 370 del 1999, art. 11, del D.Lgs. 17 agosto 1999, n. 368, artt. 37, 38, 39, 40, 41, 45 e 46, del D.Lgs. 21 dicembre 1999, n. 517, art. 8, e della L. 23 dicembre 2005, n. 266, art. 1, dell’art. 7, comma 5, prorogato fino al 31 dicembre 2005 per effetto della L. n. 537 del 1993, art. 3, comma 36, della L. n. 549 del 1995, art. 1, comma 33, della L. n. 488 del 1999, art. 22, e della L. n. 289 del 2002, art. 36, della L. n. 549 del 1995, art. 1, comma 33, e dell’art. 112 c.p.c., in relazione all’art. 360 c.p.c., nn. 3 e 4”. Si lamenta il rigetto della domanda risarcitoria, disposto con la sentenza impugnata, avente ad oggetto la condanna dello Stato alla differenza tra quanto effettivamente percepito dai medici appellanti e quanto avrebbero percepito ove gli importi fossero stati incrementati secondo il tasso annuale di inflazione, nonché ove fosse stata applicata la rideterminazione triennale prevista in funzione del miglioramento tabellare minimo di cui alla contrattazione collettiva del personale medico dipendente del SSN.

7. Va scrutinato per primo l’ultimo motivo del primo ricorso, per mezzo del quale i ricorrenti censurano la sentenza per non aver motivato il mancato accoglimento dell’istanza di rinvio pregiudiziale alla CGUE, riproposta anche in questa sede. Il motivo è inammissibile.

8. Nel ribadire che il giudice di merito non ha alcun obbligo di rinvio pregiudiziale alla Corte di Giustizia ai sensi dell’art. 267 TFUE, merita evidenziare che, anche dinanzi a questa Corte non sussiste alcun diritto della parte all’automatico rinvio pregiudiziale ogni qualvolta il giudice di legittimità non ne condivida la tesi difensive, essendo sufficiente che le ragioni del diniego siano espresse, anche in via implicita, laddove la questione pregiudiziale sia manifestamente inammissibile o manifestamente infondata (Cass., Sez. L -, Sentenza n. 14828 del 7/6/2018; Sez. U, Ordinanza n. 20701 del 10/09/2013). Nel caso concreto, con riguardo alla fattispecie in esame non sussistono ragioni per rimettere gli atti alla Corte di Giustizia dell’Unione, sul solco delle considerazioni di seguito esposte.

8.1. I ricorsi, da esaminare congiuntamente per connessione, sono entrambi inammissibili ai sensi dell’art. 360-bis c.p.c., n. 1, in quanto la sentenza impugnata ha deciso le questioni di diritto in modo conforme ai principi di diritto più volte ribaditi da questa Corte. Gli attuali ricorrenti hanno frequentato vari corsi di specializzazione in diversi periodi a partire dall’anno accademico 1991-1992 fino all’anno accademico 2005-2006 (ricorso: p. 2), ricevendo la borsa di studio D.Lgs. n. 257 del 1991, ex art. 6. Nei loro confronti, dunque, non sussiste alcun omesso o tardivo recepimento delle Direttive comunitarie che hanno previsto una “adeguata remunerazione” per la frequenza delle scuole di specializzazione (Dir. n. 362 del 1975, Dir. n. 363 del 1975 e Dir. n. 82 del 1976, non applicabili direttamente nell’ordinamento interno, in considerazione del loro carattere non dettagliato) poiché, invero, tale recepimento è avvenuto con la L. n. 428 del 1990, e, per l’appunto, con il D.Lgs. n. 257 del 1991 (che ha riconosciuto agli specializzandi, tra cui gli attuali ricorrenti, una borsa di studio pari a Euro 11.603,52 annui).

8.2. Pertanto, i ricorrenti non colgono nel segno ove lamentano che il recepimento delle direttive comunitarie de quibus sia avvenuto solo con il nuovo ordinamento delle scuole di specializzazione di cui al D.Lgs. n. 368 del 1999. Quest’ultimo decreto, nel recepire la Dir. n. 93/16/CEE (che ha codificato, raccogliendole in un unico testo, le precedenti Dir. n. 362 del 1975 e Dir. n. 363 del 1975, con le relative successive modificazioni), ha riorganizzato l’ordinamento delle scuole universitarie di specializzazione in medicina e chirurgia, istituendo e disciplinando un vero e proprio contratto di formazione da stipulare, e rinnovare annualmente, tra Università (e Regioni) e medici specializzandi, con un meccanismo di retribuzione articolato in una quota fissa e in una variabile, in concreto periodicamente determinate da successivi decreti ministeriali.

8.3. Tale contratto, secondo l’indirizzo ormai consolidato di questa Corte, non dà luogo ad un rapporto inquadrabile nell’ambito del lavoro subordinato, né è riconducibile alle ipotesi di parasubordinazione, non essendo ravvisabile una relazione sinallagmatica di scambio tra l’attività degli specializzandi e gli emolumenti previsti dalla legge, restando conseguentemente inapplicabili l’art. 36 Cost., e il principio di adeguatezza della retribuzione ivi contenuto (cfr., ex plurimis, Cass., Sez. L -, Ordinanza n. 18670 del 27/7/2017; Sez. L, Sentenza n. 20403 del 22/9/2009; Sez. L, Sentenza n. 27481 del 19/11/2008; in motivazione, Cass., Sez. 6 – 3, Ordinanza n. 26932 del 27/11/2020, p. 5; Sez. 6 – 3, Ordinanza n. 6355 del 14/3/2018, p. 2., p. 5).

8.4. Ai sensi della L. n. 266 del 2005, art. 1, comma 300, peraltro, gli effetti delle nuove disposizioni, contenute nel D.Lgs. n. 368 del 1999, artt. da 37 a 42 (le quali prevedono sia la stipula del nuovo contratto di formazione, con gli specifici obblighi che ne derivano, sia il corrispondente trattamento economico), sono applicabili solo a decorrere dall’anno accademico 2006-2007. E, il trattamento economico effettivamente spettante ai medici specializzandi in base al contratto di formazione specialistica è stato in concreto fissato con i D.P.C.M. 7 marzo, 6 luglio e 2 novembre 2007.

8.5. Per gli iscritti alle scuole di specializzazione negli anni accademici precedenti al 2006-2007, come i ricorrenti, è stato espressamente disposto che continuasse ad operare la precedente disciplina di cui al D.Lgs. n. 257 del 1991, sia sotto il profilo ordinamentale che sotto il profilo economico.

8.6. In subiecta materia, dunque, è oramai consolidato l’orientamento di questa Corte per cui “La disciplina del trattamento economico dei medici specializzandi, prevista dal D.Lgs. n. 368 del 1999, art. 39, si applica, per effetto di ripetuti differimenti, in favore dei medici iscritti alle relative scuole di specializzazione solo a decorrere dall’anno accademico 2006-2007 e non a quelli iscritti negli anni antecedenti, che restano soggetti alla disciplina di cui al D.Lgs. n. 257 del 1991, sia sotto il profilo ordinamentale che economico, giacché la Dir. n. 93/16/CEE, non introduce alcun nuovo ed ulteriore obbligo con riguardo alla misura della borsa di studio di cui al D.Lgs. cit.” (ex plurimis, Cass., Sez. 6 – 3, Ordinanza n. 14168 del 24/5/2019; Sez. 6 – 3, Ordinanza n. 13445 del 29/5/2018; Sez. 6 – 3, Ordinanza n. 6355 del 14/3/2018).

8.7. Difatti, la Dir. CEE n. 16 del 1993, che costituisce, dichiaratamente, un testo meramente compilativo, di coordinamento e aggiornamento delle precedenti disposizioni comunitarie già vigenti, non ha carattere innovativo con riguardo alla misura dei compensi da riconoscersi agli iscritti alle scuole di specializzazione. La previsione di una adeguata remunerazione per i medici specializzandi e’, infatti, contenuta nelle precedenti Dir. n. 362 del 1975, Dir. n. 363 del 1975, e Dir. n. 82 del 1976 (le cui disposizioni la Dir. n. 16 del 1993, si limita a recepire e riprodurre senza alcuna modifica) e, come dianzi rilevato, i relativi obblighi risultano già attuati dallo Stato italiano con l’introduzione della borsa di studio di cui al D.Lgs. n. 257 del 1991.

8.8. L’importo della predetta borsa di studio è da ritenersi di per sé sufficiente e idoneo ad adempiere gli obblighi comunitari, rimasti immutati dopo la Dir. n. 93/16/CEE, quanto meno sotto il profilo economico, come confermano le pronunce di questa Corte che ne hanno riconosciuto l’adeguatezza, nella sua iniziale misura, anche a prescindere dagli ulteriori incrementi connessi alla svalutazione monetaria, originariamente previsti dallo stesso D.Lgs. n. 257 del 1991, e, poi, sospesi dalla successiva legislazione; ciò, sul presupposto per cui “nella disciplina comunitaria non è rinvenibile una definizione di retribuzione adeguata, né sono posti i criteri per la determinazione della stessa” (cfr. Cass., Sez. 6 – 3, Ordinanza n. 26932 del 27/11/2020; Sez. 6 – 3, Ordinanza n. 6355 del 14/3/2018; Sez. L, Sentenza n. 18710 del 23/9/2016).

8.9. L’indirizzo de quo, peraltro, trova indiretta conferma nella stessa sentenza n. 432 del 23 dicembre 1997 della Corte Costituzionale, che ha escluso l’illegittimità costituzionale delle disposizioni legislative che avevano disposto la sospensione degli adeguamenti della borsa alla svalutazione monetaria, ritenendo che tale blocco, lungi dal perseguire intenti discriminatori nei confronti degli specializzandi, fosse dettato dall’esigenza di bilanciare i loro interessi con le fondamentali scelte di politica economica dello Stato; nonché, nelle stesse sentenze della Corte di Giustizia UE che, anche recentemente, con la sentenza 24 gennaio 2018, cause riunite C616/16 e C-617/16, Pantuso, ha ribadito, richiamando i propri precedenti, che “la Dir. n. 363 del 1975, come modificata non reca alcuna definizione né per quanto riguarda la remunerazione da considerarsi adeguata né in merito ai metodi di fissazione di tale remunerazione. Simili definizioni rientrano, in linea di principio, nella competenza degli Stati membri, i quali devono, in questo settore, adottare misure di attuazione particolari (v., in tal senso, sentenze del 25 febbraio 1999, Carbonari e a., C-131/97, EU:C:1999:98, punto 45, nonché del 3 ottobre 2000, Gozza e a., C-371/97, EU:C:2000:526, punto 36)”.

8.10. Tanto premesso, il nuovo ordinamento delle scuole universitarie di specializzazione in medicina e chirurgia introdotto con il D.Lgs. n. 368 del 1999, (a decorrere dall’anno accademico 2006-2007, in base alla L. n. 266 del 2005), e il relativo meccanismo di retribuzione, non possono ritenersi il primo atto di effettivo recepimento e adeguamento dell’ordinamento italiano agli obblighi derivanti dalle direttive comunitarie.

8.11. L’inadempimento dell’Italia agli obblighi comunitari, dunque, sotto il profilo in esame, è cessato con l’emanazione del D.Lgs. n. 257 del 1991, sulla base della cui disciplina gli odierni ricorrenti hanno ricevuto la relativa borsa di studio, senza – peraltro – che rilevino le scelte ordinamentali afferenti alla mancata rideterminazione triennale delle stesse e al blocco delle indicizzazioni. In particolare, il blocco della indicizzazione è stato, quindi, legittimamente prorogato anche per il triennio 2005-2008 dalla L. n. 266 del 2006, art. 1, comma 212, (cfr., anche di recente, Cass., 23/02/2018, n. 4449, specie punto 45 nonché 53 e seguenti, Cass., 19/02/2019, n. 4809, Cass., 20/05/2019, n. 13572, e succ. conf.); inoltre, ai sensi della L. 27 dicembre 1997, n. 449, art. 32, comma 12, e della L. 27 dicembre 2002, n. 289, art. 36, comma 1, l’importo delle borse di studio dei medici specializzandi iscritti negli anni accademici dal 1998 al 2005 non è soggetto all’adeguamento triennale previsto dal D.Lgs. n. 257 del 1991, art. 6, comma 1 (cfr. la stessa giurisprudenza appena richiamata).

8.12. La misura della remunerazione, anche avendo riguardo alla sospensione dei meccanismi di rivalutazione monetaria, è il frutto di una scelta legislativa legittima in quanto non vincolata o condizionata a livello sovranazionale, nei termini dianzi indicati.

8.13. Stante quanto sopra, non è ravvisabile alcuna violazione della normativa sovranazionale, e alcuna irragionevolezza o disparità di trattamento, posto che l’incremento previsto nell’esercizio della discrezionalità legislativa per i corsi di specializzazione collocati in tempi successivi, non escludendo l’adeguatezza della remunerazione precedente, è stato espressione dell’opzione legislativa di regolare diversamente situazioni successive nel tempo (cfr., anche, di recente, Cass., 19/02/2019, n. 4809, cit.).

8.14. Ragione per cui l’inadempimento dell’Italia agli obblighi comunitari, sotto il profilo in esame, è cessato con l’emanazione del D.Lgs. n. 257 del 1991, come del resto la Corte di giustizia -9- Ric. 2018 n. 18961 sez. M3 – ud. 04-06-2020 dell’Unione Europea ha già da tempo affermato (v. le sentenze 25 febbraio 1999 – causa C-131/97, Carbonari, e 3 ottobre 2000 – causa C-371/97, Gozza); e il D.Lgs. n. 368 del 1999 è intervenuto in un ambito di piena discrezionalità per il legislatore nazionale.

8.15. Alla luce di quanto detto fin qui, pare evidente che non c’e’ alcuno spazio per invocare ipotetiche violazioni del diritto dell’Unione Europea e che la causa promossa dai ricorrenti è finalizzata, in realtà, ad ottenere l’applicazione retroattiva del D.Lgs. n. 368 del 1999.

8.16. Ne consegue che ogni questione non può che riguardare “esclusivamente l’ordinamento interno” (Cass. ordinanza n. 6355 del 2018).

8.17. Ma, a prescindere dal fatto che nessuna doglianza risulta essere stata avanzata sotto tale profilo in sede di merito, osserva il Collegio che il differimento dell’entrata in vigore della normativa di cui al D.Lgs. n. 368 del 1999 – che è una normativa più favorevole – rientrava nella discrezionalità del legislatore, sicché il farla scattare dal 2007 non solo non ha potuto determinare alcuna situazione di tardivo recepimento del diritto comunitario, ma nemmeno ha violato l’art. 3 Cost., sul versante della ragionevolezza, in quanto una normativa di favore e migliorativa rispetto ad una vigente può essere fatta entrare in vigore dal legislatore nazionale nel momento in cui, secondo la discrezionalità che gli appartiene, egli lo reputi opportuno. Non si pone, perciò, alcuna questione di rinvio pregiudiziale e nemmeno alcuna questione di costituzionalità di diritto interno (v. anche Cass. n. 1677/2021 e n. 17885/2020).

8.18. Conclusivamente, i ricorsi sono inammissibili con ogni conseguenza in ordine alle spese e al contributo unificato, da porsi a carico dei ricorrenti, con condanna per lite temeraria posto che entrambi i ricorsi risalgono al febbraio 2020, quando l’indirizzo giurisprudenziale in materia era da ritenersi oramai consolidato.

8.19. Difatti, la condanna ex art. 96 c.p.c., comma 3, applicabile d’ufficio in tutti i casi di soccombenza, configura una sanzione di carattere pubblicistico, autonoma ed indipendente rispetto alle ipotesi di responsabilità aggravata ex art. 96 c.p.c., commi 1 e 2, e con queste cumulabile, volta alla repressione dell’abuso dello strumento processuale; la sua applicazione, pertanto, richiede, quale elemento costitutivo della fattispecie, il riscontro non dell’elemento soggettivo del dolo o della colpa grave, bensì di una condotta oggettivamente valutabile alla stregua di “abuso del processo”, quale l’avere agito o resistito pretestuosamente, senza nulla aggiungere rispetto ad argomentazioni già esaminate dal giudice di legittimità e in evidente contrasto con consolidati precedenti inerenti alla medesima fattispecie, il che pone in evidenza il mancato impiego della doverosa diligenza ed accuratezza nel reiterare utilmente l’impugnazione. In tali ipotesi, infatti, si determina uno sviamento del sistema giurisdizionale dai suoi fini istituzionali ed un ingiustificato aumento del contenzioso che ostacolano la ragionevole durata dei processi pendenti e il corretto impiego delle risorse necessarie per il buon andamento della giurisdizione. (Cass. Sez. 6 – 2, Ordinanza n. 20018 del 24/09/2020 (Rv. 659226 – 01); Cass. Sez. 6 – 1, Ordinanza n. 18512 del 04/09/2020 (Rv. 658997 – 01); Cass. Sez. 6 – 3, Ordinanza n. 29812 del 18/11/2019 (Rv. 656160 – 01); Sez. 3 -, Ordinanza n. 5725 del 27/02/2019 (Rv. 652838 – 02)). A tal fine la condanna al pagamento della sanzione processuale viene quantificata in proporzione alla condanna alle spese e in proporzione al valore della causa, potendo essere calibrata su una frazione o un multiplo delle spese di lite con l’unico limite della ragionevolezza; in ogni caso va posta a carico solidale delle parti ricorrenti e a favore dei controricorrenti (Cass., Sez. 3-, Ordinanza n. 17902 del 04/07/2019 (Rv. 654437 – 01)).

8.20. Le spese, atteso l’esito del ricorso, sono liquidate come di seguito, tenendo conto dell’aumento previsto D.M. n. 55 del 2014, ex art. 4, comma 2, per il ricorso formulato da più parti contestualmente; le condanne per lite temerarie sono calcolate nella quota della metà rispetto alle spese di seguito liquidate.

PQM

La Corte dichiara inammissibili i ricorsi; per l’effetto condanna, in via tra loro solidale, i ricorrenti alle spese, liquidate in Euro 5.000,00 e in Euro 2.000,00 rispettivamente a carico di A.A. + altri, da una parte, e di Z.M. e B.M., dall’altra, in favore della parte controricorrente, oltre Euro 200,00 per esborsi, 15% di spese forfetarie e oneri di legge.

Condanna in via solidale i ricorrenti A.A. + altri, da una parte, e Z.M. e B.M., dall’altra, a corrispondere alla parte controricorrente, rispettivamente, Euro 2.500,00 e Euro 1000,00 ex art. 96 c.p.c., comma 3.

Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1, dà atto della sussistenza dei presupposti per il versamento, da parte dei ricorrenti, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso, a norma dello stesso art. 13, comma 1-bis, se dovuto.

Così deciso in Roma, nella Camera di consiglio della Sesta Sezione civile – 3, il 10 aprile 2021.

Depositato in Cancelleria il 2 settembre 2021

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