Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 23808 del 02/09/2021

Cassazione civile sez. VI, 02/09/2021, (ud. 16/03/2021, dep. 02/09/2021), n.23808

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SESTA CIVILE

SOTTOSEZIONE 3

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. SCODITTI Enrico – Presidente –

Dott. FIECCONI Francesca – rel. Consigliere –

Dott. ROSSETTI Marco – Consigliere –

Dott. PORRECA Paolo – Consigliere –

Dott. GUIZZI Stefano Giaime – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 4679-2020 proposto da:

B.G., C.C., elettivamente domiciliati in ROMA,

PIAZZA CAVOUR, presso la CANCELLERIA della CORTE di CASSAZIONE,

rappresentati e difesi dall’avvocato SABRINA TAGLIAFERRI;

– ricorrenti –

contro

AUTOSTAR FLAMINIA SPA, in persona del procuratore pro tempore,

elettivamente domiciliata in ROMA, VIA BAGNONE 17, presso lo studio

dell’avvocato CARLA RIZZO, che la rappresenta e difende;

– controricorrente –

avverso la sentenza n. 13048/2019 del TRIBUNALE di ROMA, depositata

il 20/06/2019;

udita la relazione della causa svolta nella Camera di consiglio non

partecipata del 16/03/2021 dal Consigliere Relatore Dott. FRANCESCA

FIECCONI.

 

Fatto

RILEVATO

che:

1. B.G. e C.C. propongono ricorso per cassazione, affidato a tre motivi, avverso la sentenza n. 13048/2019 del Tribunale di Roma. Resiste, con controricorso, la Autostar Flaminia s.p.a..

2. Per quanto ancora rileva, i sig.ri B. e C. convenivano in giudizio la Autostar Flaminia s.p.a. chiedendone la condanna al risarcimento del danno patito, da liquidarsi in Euro 5.000,00; deducevano che il (OMISSIS) il B., alla guida del veicolo Jaguar di proprietà della C., si accingeva ad uscire dall’officina Autostar quando, in prossimità del cancello d’ingresso, l’autovettura subiva un forte urto a causa dell’impatto con un dosso artificiale al cui interno era posizionato il gancio del cancello carrabile, non visibile e non segnalato. Il Giudice di Pace di Roma, in accoglimento della domanda, condannava la società convenuta ex art. 2043 c.c., al pagamento della somma di Euro 1.000,00 per fermo tecnico in favore del B. e di Euro 2.972,22 in favore della C., oltre interessi, rivalutazione e spese di lite.

3. Avverso la sentenza, la Autostar ha proposto gravame dinanzi al Tribunale di Roma che, con la pronuncia in questa sede impugnata, ha accolto l’appello e, per l’effetto, rigettato l’originaria domanda risarcitoria, condannando gli appellati alle spese del doppio grado di giudizio. In particolare, il Tribunale ha ritenuto che la domanda ex art. 2043 c.c., fosse sfornita di prova sia in ordine al nesso causale tra i danni lamentati e il sinistro, sia in ordine alla colpevolezza della convenuta. Sul punto, ha rilevato che la mancanza di idonea segnalazione del gancio non assumeva rilevanza ai fini della valutazione della colpa dell’officina poiché, da un lato, la presenza di un gancio nel cancello carrabile non costituisce di per sé un pericolo e, dall’altro, stante la sua visibilità, il B. avrebbe dovuto adottare quelle basilari cautele per evitarlo. Quanto al danno da fermo tecnico, il giudice dell’appello ha ritenuto la domanda altresì sfornita di prova, poiché essa non poteva avere ad oggetto la mera indisponibilità del veicolo, ma doveva sostanziarsi nella dimostrazione o della spesa sostenuta per procacciarsi un mezzo sostitutivo, ovvero della perdita subita per la rinuncia forzata ai proventi ricavabili dall’uso del mezzo.

Diritto

CONSIDERATO

che:

1. Con il primo motivo si denuncia la “Violazione e/o falsa applicazione di norme di diritto (art. 2043 c.c./art. 2051 c.c.), in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3”. Il Tribunale avrebbe errato nel non applicare l’art. 2051 c.c., in luogo dell’art. 2043 c.c., quandanche gli attuali ricorrenti avrebbero assolto pienamente l’onere probatorio su di essi incombente in caso di responsabilità da cosa in custodia: fatto dannoso e nesso causale tra la res e il danno.

1.1. Il motivo è inammissibile perché, innanzitutto, parimenti al secondo motivo di ricorso investe il giudizio di fatto, come tale insindacabile in sede di legittimità. Nel caso di specie, i ricorrenti rilevano unicamente che il giudice di primo grado aveva condannato la convenuta ex art. 2043 c.c., escludendo che la fattispecie concreta potesse essere sussunta sub specie art. 2051 c.c., come ha ritenuto il Tribunale di merito.

1.2. Inoltre, la tesi della necessità di inquadrare la vicenda entro il paradigma dell’art. 2051 c.c., anziché in quello dell’art. 2043 c.c., non può essere presa in esame: in primo luogo, perché i ricorrenti non si fanno carico di riportare i contenuti e di localizzare il primo atto di causa, in modo da dimostrare che la domanda, innanzi al GdP, è stata proposta anche entro il paradigma di cui all’art. 2051 c.c., ovvero che, fin dall’atto introduttivo del giudizio erano state enunciate in modo sufficientemente chiaro situazioni di fatto suscettibili di essere valutate come idonee ad integrare la fattispecie della responsabilità da cosa in custodia (Cass., Sez. 2 -, Ordinanza n. 29212 del 6/12/2017; Sez. 3, Sentenza n. 18609 del 5/8/2013; Sez. 3, Sentenza n. 18520 del 20/8/2009); in secondo luogo, perché non indicano, né soprattutto riportano nel ricorso, gli atti di parte dei gradi di merito successivi da cui desumere lo sviluppo della relativa specifica causa pentendi, posta l’inconciliabile diversità di presupposti tra le due forme di responsabilità (v. Cass., Sez. 3 -, Ordinanza n. 30920 del 22/12/2017).

2. Con il secondo motivo si denuncia la “Violazione e/o falsa applicazione di norme di diritto (art. 2697 c.c.), in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, con riflessi in punto di motivazione”. Il Tribunale non avrebbe compiutamente esaminato e, quindi, motivato la dinamica del sinistro, alla luce dei principi in tema di ripartizione dell’onere probatorio.

2.1. Il motivo è ugualmente inammissibile perché, come sopra anticipato, riguarda un giudizio di fatto e, in ogni caso, è affetto dal medesimo difetto di specificità. In questo caso, i ricorrenti non si fanno carico di indicare e localizzare quali sarebbero le risultanze probatorie, i testi e le dichiarazioni non esaminate, nonché il carattere decisivo delle stesse, risolvendosi il motivo nella contrapposizione tra due stralci delle motivazioni assunte, rispettivamente, dal Tribunale e dal Giudice di pace.

2.2. Inoltre, in tema di ricorso per cassazione, sono inammissibili, per violazione dell’art. 366 c.p.c., comma 1, n. 6, le censure fondate su atti e documenti del giudizio di merito qualora il ricorrente si limiti a richiamare tali atti e documenti, senza riprodurli nel ricorso ovvero, laddove riprodotti, senza fornire puntuali indicazioni necessarie alla loro individuazione con riferimento alla sequenza dello svolgimento del processo inerente alla documentazione, come pervenuta presso la Corte di cassazione, al fine di renderne possibile l’esame, ovvero ancora senza precisarne la collocazione nel fascicolo di ufficio o in quello di parte e la loro acquisizione o produzione in sede di giudizio di legittimità (Cass., Sez. U, Sentenza n. 34469 del 27/12/2019).

3. Con il terzo motivo si denuncia la “Violazione e/o falsa applicazione di legge per inappellabilità del capo della sentenza di I grado relativo alla liquidazione equitativa del danno da fermo tecnico”. Si deduce la violazione dell’art. 339 c.p.c., comma 3, poiché il capo della sentenza del Giudice di Pace relativo alla liquidazione del danno da fermo tecnico in via equitativa non sarebbe stato appellabile.

3.1. Il motivo è assorbito.

3.2. Vale comunque la pena sottolineare che, in prime cure, il Giudice di Pace non ha pronunciato secondo equità, non ricorrendo alcuna delle ipotesi di cui all’art. 113, comma 2 e art. 114 c.p.c., in relazione al valore complessivo della controversia che supera l’importo di Euro 1100,00 per cui il GdP pronuncia secondo equità, non essendo rilevante la singola voce di danno liquidata, poiché l’individuazione del mezzo di impugnazione esperibile avverso le sentenze del giudice di pace va effettuata in funzione della domanda, con riguardo al suo valore (ai sensi dell’art. 10 c.p.c. e segg.), in relazione al titolo o titoli dedotti, e non del contenuto concreto della decisione e del criterio decisionale adottato (equitativo o di diritto) (Sez. 3, Sentenza n. 2966 del 07/02/2013; Sez. 3, Sentenza n. 23896 del 09/11/2006).

3.3. Pertanto, la liquidazione in via equitativa del danno da fermo tecnico di cui, peraltro, non si ha contezza in mancanza di riferimenti al contenuto della sentenza di primo grado in parte qua – non equivale ad una pronuncia secondo equità, ma a una valutazione equitativa del quantum, operata nell’ambito dell’art. 1226 c.c., la quale evidentemente – è stata oggetto di motivo di appello in quanto collegata alla statuizione di responsabilità che è stata disattesa dal giudice di secondo grado per carenza di prova della riconducibilità del fatto integrativo del danno a condotta negligente della parte convenuta.

3.4. Conclusivamente, il ricorso è inammissibile, con ogni ulteriore conseguenza in ordine alle spese e al contributo unificato, da porsi a carico dei ricorrenti.

PQM

La Corte dichiara inammissibile il ricorso; per l’effetto condanna i ricorrenti alle spese, liquidate in favore della controricorrente in Euro 1500,00, oltre Euro 200,00 per esborsi, 15% di spese forfetarie e oneri di legge.

Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1, dà atto della sussistenza dei presupposti per il versamento, da parte del ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso, a norma dello stesso art. 13, comma 1-bis, se dovuto.

Così deciso in Roma, nella Camera di consiglio della Sesta Sezione civile – 3, il 16 marzo 2021.

Depositato in Cancelleria il 2 settembre 2021

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