Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 23797 del 14/11/2011

Cassazione civile sez. VI, 14/11/2011, (ud. 14/10/2011, dep. 14/11/2011), n.23797

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SESTA CIVILE

SOTTOSEZIONE 2

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. BIANCHINI Bruno – rel. Presidente –

Dott. PETITTI Stefano – Consigliere –

Dott. CARRATO Aldo – Consigliere –

Dott. FALASCHI Milena – Consigliere –

Dott. SCALISI Antonino – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ordinanza

sul ricorso (iscritto al N.R.G. 17115/10) proposto da:

M.F. (c.f. (OMISSIS)), rappresentato e difeso

dall’avv. VAZIO Franco e dall’avv. Mario Contaldi; elettivamente

domiciliato presso lo studio del secondo in Roma, Via Pier Luigi da

Palestrina n. 63, giusta procura a margine del ricorso;

– ricorrente e controricorrente avverso il ricorso incidentale –

contro

P.O., in proprio e quale procuratrice di M.M.;

S.D., in proprio e quale procuratrice di M.

L.; F.L.O., in proprio e quale legale

rappresentante di E. ed S.A.; parti tutte

rappresentate e difese dall’avv. BIANCHINI Andreina ed elettivamente

domiciliate presso lo studio dell’avv. Carola Cicconetti in Roma, Via

Cola di Rienzo n. 149/12, giusta procura a margine del controricorso

contenente ricorso incidentale;

– contro ricorrenti e ricorrenti incidentali –

avverso la sentenza della Corte d’Appello di Genova n. 971/2010,

depositata il 05/10/09.

Udita la relazione della causa svolta nell’adunanza del 14/10/2011

dal Presidente Dott. Bruno Bianchini;

udito il Pubblico Ministero, in persona del Sostituto Procuratore

Generale Dott. VIOLA Alfredo Pompeo, che non ha sollevato

osservazioni alla relazione depositata.

Fatto

FATTO E DIRITTO

– rilevato che il Consigliere designato ha ritenuto d’avviare la trattazione in Camera di consiglio redigendo la seguente relazione ex art. 380 bis c.p.c.:

” M.G. citò innanzi al Tribunale di Roma la sorella, D.P.C.M., ed il cognato, D.P.L., chiedendo che fosse dichiarata la simulazione della compravendita del 12 gennaio 1979 con la quale i convenuti avevano acquistato la nuda proprietà e, contemporaneamente, i genitori dell’attore – M. B. e T.i.M.R. – l’usufrutto di un immobile in (OMISSIS), dovendosi ritenere che, nonostante il tenore letterale del rogito – dal quale risultava che tutti gli acquirenti, in maniera indifferenziata, avessero versato parte del prezzo in contanti e parte mediante il rilascio di cambiali – in realtà solo i predetti genitori avrebbero pagato per intero il prezzo di acquisto, così che la compravendita, per la parte interessante l’acquisto della nuda proprietà, avrebbe simulato una donazione indiretta. Dal momento poi che i M. – T. erano deceduti senza lasciare altri beni, alla declaratoria di simulazione doveva conseguire la riduzione di detta donazione indiretta atteso che il consolidamento dell’usufrutto in capo alla sorella ed al cognato, aveva determinato la lesione della quota di legittima dell’esponente.

I convenuti, costituendosi, contestarono l’assunto del mancato pagamento del prezzo e sostennero di aver essi stessi versato tutto il corrispettivo della vendita, depositando all’uopo documentazione in merito alla precedente vendita di beni di proprietà esclusiva dal cui ricavato avrebbero tratto le somme consegnate alla venditrice.

Espletato l’interpello delle parti, ammesse le prove per testi dedotte, l’attore M. ne venne dichiarato decaduto, perchè la teste intimata non era stata reperita all’indirizzo indicato; il giudice istruttore respinse altresì una richiesta di revoca di tale ordinanza.

L’adito Tribunale rigettò la domanda, ritenendola infondata.

La Corte di Appello di Roma, decidendo sull’appello di M. G., lo respinse, regolando di conseguenza le spese; detta parte ha proposto ricorso in cassazione sulla base di tre motivi, cui hanno resistito con controricorso le altre parti.

1 – Con il primo motivo il ricorrente lamenta la “erroneità ed ingiustizia della sentenza impugnata per aver confermato la pronuncia di decadenza dalla prova per testi nei confronti del ricorrente, erroneamente pronunciata dalla sentenza di primo grado, con conseguente impossibilità per l’attuale ricorrente di dimostrare la fondatela della proposta domanda, in relazione all’art. 360 c.p.c., n. 4”; assume in merito l’erroneità del ragionamento della Corte distrettuale in base al quale la decadenza dall’assunzione della prova avrebbe potuto essere revocata solo se esso appellante avesse dimostrate) la non imputabilità del mancato buon esito della notifica; sostiene in contrario il ricorrente che si sarebbe attenuto a canoni di normale diligenza indirizzando la intimazione all’indirizzo risultante dal rogito impugnato (la teste infatti era la venditrice dell’immobile che si assumeva oggetto di donazione indiretta). Sotto diverso profilo poi il ricorrente assume che non sarebbe corretto neppure l’ulteriore argomento utilizzato dalla Corte territoriale per ritenere comunque superata la censura in esame, facente leva sulla comunque riscontrata contraddittorietà della circostanza che si sarebbe voluta provare – pagamento della totalità del prezzo da parte dei genitori dell’allora appellante – rispetto alla tesi sostenuta, in via alternativa o subordinata nel corpo dell’appello – pagamento per metà del corrispettivo: ciò in quanto tale ipotesi subordinata era diretta a contestare la tesi contrapposta, relativa al pagamento da parte della sorella e del cognato, del prezzo anche per la parte relativa all’usufrutto dei genitori, e che comunque era in essa ricompresa.

2/a – Il motivo non è fondato.

Se pure deve darsi atto della non applicabilità alla fattispecie del disposto dell’art. 255 c.p.c. e dell’art. 208 c.p.c. – che presuppongono la mancata comparizione di un teste regolarmente intimato o l’inerzia del procuratore della parte alla comparizione in udienza fissata per l’escussione – dovendosi far riferimento, se del caso, al disposto dell’art. 104 disp. att. c.p.c., comma 2, ritenendo che la morte del teste prima della sua intimazione – circostanza questa addotta dal ricorrente che la fa risalire a sei anni prima della mancata notifica-costituisce giusta causa per la sostituzione del medesimo, sta di fatto che la Corte territoriale giustificò la irrilevanza della testimonianza con argomentazione che, essendo esaustiva e non meramente apparente, non può formare oggetto di revisione critica in questa sede.

2 – Con il secondo motivo il M. fa valere la “erroneità ed ingiustizia della sentenza impugnata nella parte in cui non ha ammesso i mezzi istruttori articolati, ritenendoli irrilevanti ed ininfluenti ai fini del decidere, in relazione all’art. 360 c.p.c., n. 4”, assumendo che, essendosi il giudice di primo grado riservato in merito agli altri mezzi istruttori – prova per testi circa le condizioni di salute dei defunti genitori e circa la dazione di una somma di denaro dalla T. al D.P., utilizzata da quest’ultimo per l’acquisto di un’automobile; ordini di esibizione a vari enti pubblici per accertare il trattamento pensionistico e stipendiale in precedenza goduto dai defunti genitori; CTU per valutare il valore delle opere migliorative e comunque la stima dell’immobile compravenduto e non avendo sui medesimi provveduto, la motivazione della Corte d’Appello nel ritenere irrilevanti detti mezzi di prova, sarebbe stata priva di una congrua argomentazione.

3 – Con il terzo motivo il ricorrente assume la “violazione e falsa applicazione dell’art. 553 cod. civ.; assenza o comunque totale insufficienza di motivazione su un punto essenziale della controversia, il tutto in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, nn. 3 e 5”, svolgendo considerazioni – e critiche – analoghe a quelle del precedente motivo, dirette contestare la legittimità del rifiuto di procedere all’ammissione dei medesimi mezzi istruttori, con riferimento alla ritenuta ininfluenza dei medesimi a dimostrare la lesione di legittima.

4 – Le due censure possono essere esaminate congiuntamente, stante la loro stretta connessione logica.

I motivi sopraesposti sono in parte infondati ed in parte inammissibili.

4/a – E infondato il motivo che assume sussistente un error in procedendo riconducibile al vizio illustrato nell’art. 360 c.p.c., n. 4, in presenza di una pronunzia espressa sulla problematica delle residue istanze istruttorie.

4/b – E’ per contro inammissibile la censura relativa al vizio di motivazione in quanto parte ricorrente non fornisce una valida argomentazione che possa far divergere la Corte dall’oramai consolidato orientamento (Cass. 10.657/2010; Cass. 18.119/2008; Cass. 7972/2007) secondo il quale il vizio di omessa, insufficiente e contraddittoria motivazione si configura solo quando nel ragionamento del giudice di merito sia riscontrabile il mancato o insufficiente esame di punti decisivi della controversia, prospettati dalle parti o rilevabili d’ufficio, ovvero un insanabile contrasto tra le argomentazioni adottate tale da non consentire l’identificazione del procedimento logico-giuridico posto a base della decisione. Ne consegue che spetta solo al giudice di merito individuare le fonti del proprio convincimento e valutare le richieste di assunzione delle prove.

4/c – Nella fattispecie la Corte territoriale ha messo in rilievo sia il fatto che i documenti oggetto di ordine di esibizione sarebbero stati autonomamente prodotti dalle controparti sia che i capitoli di prova testimoniale, presi singolarmente e nel loro complesso, non avrebbero avuto rilevanza per dimostrare, al di là di una “mera possibilità” l’esistenza di una simulazione, in ordine al cui oggetto – va sottolineato – neppure parte ricorrente vuoi prendere posizione, demandando appunto alla prova testimoniale la specifica delimitazione del petitum.

5 – La riscontrata manifesta infondatezza del ricorso fa ritenere sussistenti i presupposti per la trattazione della causa in Camera di consiglio à sensi del combinato disposto dell’art. 360 bis c.p.c., n. 1; art. 375 c.p.c., n. 5; artt. 376 e 380 bis c.p.c.”.

La relazione è stata ritualmente comunicata alle parti ed al P.M..

Il ricorrente ha fatto pervenire osservazioni critiche, il secondo ha concluso in udienza per la conferma delle conclusioni alle quelli è pervenuta la relazione.

Tali conclusioni ritiene il Collegio di poter integralmente recepire dal momento che le osservazioni contenute nella memoria depositata dal M. non offrono argomenti di riflessione che possano incidere sulle argomentazioni esposte nella relazione suddetta: va in particolare aggiunto che, se anche si fosse voluto dar rilievo al rapporto di fatto tra il promissario acquirente ed il bene, tuttavia lo stesso, di per sè, non avrebbe potuto qualificarsi come possesso, ritenendo il Collegio di dover mantener fermo il principio di diritto espresso dalle Sezioni Unite nella sentenza n. 7930/2008, per il quale: “Nella promessa di vendita, quando viene convenuta la consegna del bene prima della stipula del contratto definitivo, non si verifica un’anticipazione degli effetti traslativi, in quanto la disponibilità conseguita dal promissario acquirente si fonda sull’esistenza di un contratto di comodato funzionalmente collegato al contratto preliminare, produttivo di effetti meramente obbligatoli. Pertanto la relazione con la cosa, da parte del promissario acquirente, è qualificabile esclusivamente come detenzione qualificata e non come possesso utile “ad usucapionem”, salvo la dimostrazione di un’intervenuta “interversio possessionis” nei modi previsti dall’art. 1141 cod. civ.” ( principio ripreso, più di recente, da Cass. 9896/2010 e Cass. 1296/2010).

Il ricorso principale va pertanto respinto e quello incidentale, dichiaratamente condizionato all’accoglimento del primo, ne rimane assorbito. Consegue alla soccombenza la condanna al pagamento delle spese.

P.Q.M.

LA CORTE DI CASSAZIONE Rigetta il ricorso principale e dichiara l’assorbimento di quello incidentale; condanna il ricorrente al pagamento delle spese che liquida in Euro 800,00 di cui Euro 200,00 per esborsi, oltre I.V.A., C.A.P. e spese generali come per legge.

Così deciso in Roma, nella Camera di consiglio, il 14 ottobre 2011.

Depositato in Cancelleria il 14 novembre 2011

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