Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 23787 del 28/10/2020

Cassazione civile sez. II, 28/10/2020, (ud. 30/06/2020, dep. 28/10/2020), n.23787

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SECONDA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. MANNA Felice – Presidente –

Dott. GORJAN Sergio – Consigliere –

Dott. BELLINI Ugo – Consigliere –

Dott. ABETE Luigi – rel. Consigliere –

Dott. DE MARZO Giuseppe – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso n. 21299 – 2019 R.G. proposto da:

MINISTERO dell’INTERNO, – c.f. (OMISSIS) – in persona del Ministro

pro tempore, Commissione Territoriale per il Riconoscimento della

Protezione Internazionale di Ancona, in persona dei legali

rappresentanti pro tempore, rappresentati e difesi dall’Avvocatura

Generale dello Stato, presso i cui uffici in Roma, alla via dei

Portoghesi, n. 12, domiciliano per legge;

– ricorrente –

contro

M.G., – c.f. (OMISSIS), – elettivamente domiciliato, con

indicazione dell’indirizzo p.e.c., in Vasto, al corso Palizzi, n.

37, presso lo studio dell’avvocato Cristiano Bertoncini che lo

rappresenta e difende in virtù di procura speciale in calce al

controricorso;

– controricorrente –

avverso il Decreto n. 1538/2019 del Tribunale de L’Aquila,

udita la relazione nella camera di consiglio del 30 giugno 2020 del

consigliere Dott. ABETE Luigi.

 

Fatto

MOTIVI IN FATTO ED IN DIRITTO

1. M.G., cittadino della Nigeria, originario dell’Edo State, formulava istanza di protezione internazionale.

Esponeva che nell’Edo State aveva lavorato, benchè sprovvisto di patente, come tassista; che nello svolgimento della sua attività lavorativa aveva investito una ragazza, poi deceduta in ospedale, figlia di persona autorevole del luogo; che, onde sottrarsi all’arresto ed alla carcerazione nonchè alle ritorsioni della famiglia della vittima, aveva abbandonato il suo paese d’origine ed aveva raggiunto l’Italia, transitando dapprima per il Niger e poi per la Libia.

2. La Commissione Territoriale per il Riconoscimento della Protezione Internazionale di Ancona, in data 19.12.2017 rigettava l’istanza.

3. Con decreto n. 1538/2019 il Tribunale de L’Aquila accoglieva parzialmente il ricorso e riconosceva a M.G. il diritto alla protezione sussidiaria di cui al D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 2, lett. g), e 14, lett. b); compensava integralmente le spese.

Evidenziava il tribunale che le dichiarazioni rese dal richiedente asilo dovevano reputarsi attendibili.

Evidenziava altresì che sussistevano i presupposti per il riconoscimento della protezione sussidiaria il D.Lgs. n. 251 del 2007, ex art. 14, lett. b).

Evidenziava in particolare che il sistema penale nigeriano punisce l’omicidio con l’ergastolo senza differenziare il trattamento sanzionatorio in dipendenza del dolo o della colpa; che al contempo M.G., se rimpatriato, alla stregua delle risultanze delle C.O.I. pubblicate l’11.5.2018, per “Oman Rights”, dall’Università di “Roma Tre”, era esposto al rischio di sottoposizione a pena detentiva sproporzionata e degradante.

4. Avverso tale decreto ha proposto ricorso il Ministero dell’Interno – Commissione Territoriale per il Riconoscimento della Protezione Internazionale di Ancona; ne ha chiesto sulla scorta di quattro motivi la cassazione con ogni susseguente statuizione.

M.G. ha depositato controricorso; ha chiesto dichiararsi inammissibile o rigettarsi l’avverso ricorso con il favore delle spese.

5. Con il primo motivo il ricorrente denuncia ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, la violazione e falsa applicazione del D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 5 e art. 14, lett. b), e art. 16.

Deduce che non sussistono i presupposti per il riconoscimento della protezione sussidiaria.

Deduce che il timore di persecuzione sembrerebbe provenire da soggetti non statali, sicchè M.G. avrebbe dovuto richiedere la protezione degli organi dello Stato; che M.G. è escluso dal beneficio richiesto, siccome ha commesso un reato grave, ovvero il reato di omicidio stradale, aggravato dalla guida senza patente e dall’omissione di soccorso.

Deduce inoltre che il tribunale de L’Aquila ha fatto erronea applicazione della protezione sussidiaria di cui al D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 14, lett. c); che il Tribunale de L’Aquila non ha adeguatamente argomentato circa la sussistenza nell’Edo State di una situazione di indiscriminata violenza; che del resto nell’Edo State si registrano violenze di tipo ordinario e, così come si evince dai rapporti “Accord”, “EASO COI Meeting 2017” e “UNHCR”, non si ha riscontro di situazioni di conflitto armato interno o internazionale.

6. Con il secondo motivo il ricorrente denuncia ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, la violazione e falsa applicazione del D.Lgs. n. 25 del 2008, art. 8, comma 3.

Deduce che il Tribunale de L’Aquila, allorquando ha affermato che la regione dell’Edo State, di provenienza di M.G., è una delle più violente del Delta del Niger, non ha utilizzato informazioni precise ed aggiornate; che invero il tribunale ha utilizzato informazioni relative al periodo 2012 – 2014.

Deduce che le informazioni più recenti inducono ad escludere l’esistenza nell’Edo State di situazioni di indiscriminata violenza generata da conflitti armati interni o internazionali.

7. Con il terzo motivo il ricorrente denuncia ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, la violazione e falsa applicazione del D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 3, comma 5.

Deduce che il Tribunale de L’Aquila ha errato a reputare credibili le dichiarazioni rese da M.G.; che il documento prodotto ha mostrato seri dubbi di autenticità.

8. Con il quarto motivo il ricorrente denuncia ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 4, la nullità dell’impugnato decreto per il difetto, per l’apparenza e per la contraddittorietà della motivazione in ordine ai criteri di valutazione della credibilità del richiedente la protezione internazionale.

Deduce che il Tribunale de L’Aquila non ha valutato le dichiarazioni del richiedente asilo in conformità ai criteri legislativi; che, segnatamente, non le ha vagliate alla luce della loro coerenza interna e della loro analiticità nè ha valutato l’attendibilità del documento prodotto.

9. Il primo ed il secondo motivo di ricorso sono strettamente connessi; il che ne giustifica la disamina contestuale; ambedue i motivi sono comunque inammissibili.

10. E’ sufficiente evidenziare che entrambi i mezzi di impugnazione non si correlano alla ratio decidendi.

Ed invero il provvedimento impugnato, al di là delle puntualizzazioni di carattere generale che ne esauriscono in ampia misura – sino a pag. 13 (“sulla base dei principi appena ricordati può passarsi, ora, all’esame della specifica posizione dell’odierno ricorrente”: così decreto impugnato, pag. 13) – la prima parte, ha riconosciuto a M.G. la protezione internazionale di cui al D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 14, lett. b), siccome esposto al rischio, se rimpatriato, di sottoposizione a pena detentiva sproporzionata ed inumana.

Le censure che i mezzi in disamina veicolano, pertanto, sono del tutto avulse dalla ratio, in parte qua, del decreto impugnato.

Ovviamente è fuor di dubbio che i motivi di ricorso per cassazione devono connotarsi, a pena di inammissibilità, in conformità ai requisiti della specificità, completezza e riferibilità alla decisione impugnata (cfr. Cass. 17.7.2007, n. 15952; cfr. Cass. (ord.) 10.8.2017, n. 19989).

11. Il terzo ed il quarto motivo di ricorso sono del pari strettamente correlati; il che analogamente ne suggerisce l’esame simultaneo; entrambi i motivi sono parimenti inammissibili.

12. Ben vero la valutazione in ordine alla credibilità del racconto del cittadino straniero costituisce un apprezzamento “di fatto” rimesso al giudice del merito, il quale deve valutare se le dichiarazioni del ricorrente siano coerenti e plausibili, il D.Lgs. n. 251 del 2007, ex art. 3, comma 5, lett. c); tale apprezzamento “di fatto” è censurabile in cassazione solo ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, come omesso esame circa un fatto decisivo per il giudizio che è stato oggetto di discussione tra le parti, come mancanza assoluta della motivazione, come motivazione apparente, come motivazione perplessa ed obiettivamente incomprensibile, dovendosi escludere la rilevanza della mera insufficienza di motivazione e l’ammissibilità della prospettazione di una diversa lettura ed interpretazione delle dichiarazioni rilasciate dal richiedente, trattandosi di censura attinente al merito (cfr. Cass. (ord.) 5.2.2019, n. 3340).

13. Su tale scorta si rappresenta quanto segue.

Per un verso, il dictum del Tribunale de L’Aquila, pur con riferimento alla valutazione delle dichiarazioni rese da M.G., non è inficiato da alcuna forma di anomalia motivazionale rilevante nel solco dell’insegnamento n. 8053 del 7.4.2014 delle sezioni unite di questa Corte.

Per altro verso, il Tribunale de L’Aquila per nulla ha omesso la disamina del fatto decisivo, ossia la valutazione delle dichiarazioni del richiedente asilo.

Per altro verso ancora, la valutazione che delle medesime dichiarazioni il tribunale abruzzese ha operato, appieno si conforma ai parametri legislativi.

14. A tal ultimo riguardo il tribunale ha specificato che le dichiarazioni rinvenivano riscontro in un provvedimento della polizia nigeriana, finalizzato alla ricerca del richiedente asilo e ove si dava atto dell’influenza della famiglia della ragazza deceduta nell’incidente.

In questo quadro gli assunti del Ministero ricorrente, secondo cui il tribunale non ha valutato in conformità ai parametri legislativi le dichiarazioni di M.G. e secondo cui il documento prodotto è di dubbia autenticità, sono del tutto ingiustificati e del tutto generici.

15. La declaratoria di inammissibilità del ricorso giustifica la condanna del Ministero ricorrente al pagamento delle spese del giudizio di legittimità.

La liquidazione segue come da dispositivo.

16. Nonostante la declaratoria di inammissibilità del ricorso non sussistono i presupposti perchè, ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma quater, il Ministero ricorrente sia tenuto a versare un ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per la stessa impugnazione a norma dell’art. 13, comma 1 del medesimo D.P.R..

In tal senso rileva l’insegnamento a sezioni unite di questa Corte n. 9938 dell’8.5.2014, ove in motivazione si precisa che è “principio generale dell’assetto tributario che lo Stato e le altre Amministrazioni parificate non sono tenute a versare imposte o tasse che gravano sul processo per la evidente ragione che lo Stato verrebbe ad essere al tempo stesso debitore e creditore di se stesso con la conseguenza che l’obbligazione non sorge”.

PQM

La Corte dichiara inammissibile il ricorso; condanna il ricorrente, Ministero dell’Interno – Commissione Territoriale per il Riconoscimento della Protezione Internazionale di Ancona, a rimborsare al controricorrente, M.G., le spese del presente giudizio di legittimità, che si liquidano nel complesso in Euro 2.100,00, di cui Euro 200,00 per esborsi, oltre rimborso forfetario delle spese generali, i.v.a. e cassa come per legge.

Così deciso in Roma, nella Camera di Consiglio della II sez. civ. della Corte Suprema di Cassazione, il 30 giugno 2020.

Depositato in Cancelleria il 28 ottobre 2020

 

 

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