Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 23761 del 02/09/2021

Cassazione civile sez. I, 02/09/2021, (ud. 25/05/2021, dep. 02/09/2021), n.23761

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE PRIMA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. CRISTIANO Magda – Presidente –

Dott. VANNUCCI Marco – Consigliere –

Dott. FERRO Massimo – Consigliere –

Dott. DI STEFANO Pierluigi – Consigliere –

Dott. AMATORE Roberto – rel. Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso n. 26591-2020 r.g. proposto da:

F.E., (cod. fisc. (OMISSIS)), rappresentato e difeso,

giusta procura speciale apposta in calce al ricorso, dall’Avvocato

Mario Di Frenna, presso il cui studio è elettivamente domiciliato

in Reggio Emilia, Via Malta n. 7;

– ricorrente –

contro

MINISTERO DELL’INTERNO, (cod. fisc. (OMISSIS)), in persona del legale

rappresentante pro tempore il Ministro;

– intimato –

avverso la sentenza della Corte di Appello di Bologna, depositata in

data 8.1.2020;

udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio del

25/5/2021 dal Consigliere Dott. Roberto Amatore.

 

Fatto

RILEVATO

CHE:

1. La Corte di appello di Bologna ha accolto l’appello proposto dal Ministero dell’Interno nei confronti di F.E., cittadino della Nigeria richiedente asilo, avverso l’ordinanza del tribunale della stessa città con la quale era stata accolta la domanda di protezione umanitaria da quest’ultimo avanzata.

La corte territoriale, premessa l’inattendibilità delle dichiarazioni del migrante (che aveva riferito di essere fuggito dal Paese di origine per timore di essere accusato ingiustamente della morte del vicino di casa, con il quale un anno prima aveva avuto una contesa perché voleva appropriarsi di una parte dei suoi terreni) ha escluso che il suo stato di fragilità emotiva e psicologica, che aveva indotto il primo giudice a ritenerlo un soggetto vulnerabile, potesse giustificare il rilascio del permesso di soggiorno per ragioni umanitarie, sia perché tale stato, per come descritto nella stessa perizia prodotta dall’appellato, non appariva serio e grave, tanto che questi era stato in grado di svolgere attività lavorativa (sebbene solo “in nero” e senza riuscire a trovare una stabile e proficua occupazione) sia perché non risultava che la minorata condizione psicologica fosse effetto di una grave violazione dei diritti umani, sia, infine, perché in Nigeria E., secondo quanto da lui stesso dichiarato, avrebbe potuto godere del sostegno della famiglia.

2. La sentenza, pubblicata l’8.1.2020, è stata impugnata da F.E. con ricorso per cassazione, affidato ad un unico motivo.

Il Ministero dell’Interno non ha svolto difese, limitandosi a depositare atto di costituzione tardivo ai soli fini della partecipazione all’eventuale udienza di discussione.

Diritto

CONSIDERATO

CHE:

1.Con l’unico motivo il ricorrente lamenta, ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, nn. 3 e 5, violazione e falsa applicazione dell’art. 5, comma 6, del TUI e vizio di motivazione della sentenza impugnata; assume di essere integrato nel tessuto sociale italiano e di essere un soggetto vulnerabile, a ragione della sua fragilità emotiva e psicologica; contesta inoltre che sia necessario, ai fini del riconoscimento della protezione umanitaria, che tale condizione derivi da gravi violazioni dei diritti umani subite nel Paese d’origine.

2. La censura è inammissibile, in quanto – al di là della non corretta affermazione secondo cui anche la condizione di vulnerabilità soggettiva del richiedente deve derivare da una grave violazione dei diritti umani – la corte d’appello ha fondato la decisione su svariate circostanze di fatto (fra l’altro espressamente escludendo sia che la relazione psicologica prodotta da E. evidenziasse la gravità del suo stato sia che il ricorrente abbia trovato una stabile occupazione in Italia) e dunque sulla base di un accertamento di merito non sindacabile nella presente sede di legittimità se non nei ristretti limiti di cui all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5. Ne consegue che il ricorrente non poteva limitarsi a contestare genericamente l’erroneità di tale accertamento, ma avrebbe dovuto indicare, nel rispetto delle previsioni dell’art. 366 c.p.c., comma 1, n. 6 e art. 369 c.p.c., comma 2, n. 4, il fatto storico decisivo di cui la corte d’appello ha omesso l’esame e che, ove considerato, avrebbe condotto al rigetto dell’appello del Ministero (ovvero specificare se, e in quale esatta sede processuale, era stata prodotta la documentazione attestante il suo inserimento nel tessuto sociale italiano e/o riprodurre il contenuto della perizia allegata, oltre che chiarire sotto quale profilo il rimpatrio potrebbe comportare la violazione di suoi diritti fondamentali).

Nessuna statuizione è dovuta per le spese del giudizio di legittimità, stante la mancata difesa dell’amministrazione intimata.

Per quanto attiene al doppio contributo, si ritiene di aderire all’orientamento già espresso da questa Corte con la sentenza n. 9660-2019.

PQM

La Corte dichiara inammissibile il ricorso.

Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, inserito dal L. n. 228 del 2012, art. 1, comma 17, dà atto della sussistenza dei presupposti per il versamento, da parte del ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello, se dovuto, per il ricorso principale, a norma del comma 1-bis, dello stesso art. 13.

Così deciso in Roma, il 25 maggio 2021.

Depositato in Cancelleria il 2 settembre 2021

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