Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 23705 del 01/09/2021

Cassazione civile sez. III, 01/09/2021, (ud. 17/03/2021, dep. 01/09/2021), n.23705

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE TERZA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. FRASCA Raffaele – rel. Presidente –

Dott. DI FLORIO Antonella – Consigliere –

Dott. VINCENTI Enzo – Consigliere –

Dott. ROSSETTI Marco – Consigliere –

Dott. DELL’UTRI Marco – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 31703-2019 proposto da:

M.B., rappresentato e difeso dall’Avvocato CONSUELO FEROCI,

(PEC: feroci.consuleo.leclalgmail.it);

– ricorrente –

contro

MINISTERO DELL’INTERNO, (OMISSIS), COMMISSIONE TERRITORIALE PER IL

RICONOSCIMENTO DELLA PROTEZIONE INTERNAZIONALE ANCONA, elettivamente

domiciliati in ROMA, VIA DEI PORTOGHESI 12, presso l’AVVOCATURA

GENERALE DELLO STATO, che li rappresenta e difende;

– resistenti –

avverso il decreto del TRIBUNALE di ANCONA, depositata il 27/09/2019;

udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio del

17/03/2021 dal Presidente Dott. RAFFAELE GAETANO ANTONIO FRASCA.

 

Fatto

RILEVATO

che:

1. M.B., cittadino (OMISSIS), ha proposto contro la Commissione territoriale per il Riconoscimento della Protezione Internazionale di Ancona e il Ministero dell’Interno ricorso per cassazione, ai sensi del D.Lgs. 25 gennaio 2008, n. 25, art. 35-bis, avverso il decreto del 27 settembre 2019, con cui il Tribunale di Ancona, Sezione Specializzata in materia di immigrazione, protezione internazionale e libera circolazione dei cittadini dell’Unione Europea, ha rigettato il suo ricorso contro la deliberazione della Commissione Territoriale competente che aveva negato la sua richiesta di riconoscimento della protezione internazionale, formulata per tutte le gradate forme previste.

La richiesta era stata basata su una vicenda di allontanamento dall'(OMISSIS) a seguito di due aggressioni, la prima con sole minacce, la seconda con percosse, subita da soggetti mandati da un creditore del padre per un debito non onorato.

2. Al ricorso ha resistito con atto di sola costituzione tardiva il Ministero.

Parte ricorrente, in data successiva alla notifica del ricorso, ha anche proposto istanza di sospensione del decreto impugnato, peraltro producendo il decreto del giudice a quo che aveva rigettato detta istanza.

3. La trattazione del ricorso è stata fissata ai sensi dell’art. 380-bis.1. c.p.c.

Diritto

CONSIDERATO

che:

1. Con il primo motivo si deduce: “Errores in iudicando e in procedendo – Violazione e falsa interpretazione della Convenzione di Ginevra del 28 luglio 1951, ratificata dalla L. n. 722 del 1954, Direttiva 2044/83/CE attuata dal D.Lgs. n. 251 del 2007, in particolare del cit. D.Lgs. 19 novembre 2007, n. 251, artt. 2,7,8 e 14”.

Il motivo, la cui illustrazione succede ad un’esposizione del fatto che si articola per 28 pagine, nell’ambito della quale viene riprodotta anche la motivazione del decreto impugnato, si articola in primo luogo senza evocare in modo chiaro tale motivazione e riferirvi una critica.

Infatti, nella parte iniziale – a pag. 29 – si enuncia che la Commissione prima e, quindi, il Tribunale anconetano non avrebbero ritenuto credibile il ricorrente e, poi, superando il dubbio in proposito, avrebbero posto a fondamento del “rigetto il fatto che i motivi di persecuzione fossero di origine privata”. Si evoca, quindi, uno studio che si dice recente, ma che invece risale al 2014, sull’altissimo grado di corruzione dell'(OMISSIS) e si postula che la sua semplice lettura “evidenzia già l’illegittimità del giudizio svolto””. Ma tale assunto resta senza alcuna spiegazione. Si evoca, poi, l’istituto della protezione c.d. sussidiaria e si svolgono considerazioni sulla difficoltà di documentazione della vicenda vissuta e si contesta la valutazione di non credibilità. Si continua evocando ancora lo stato di corruttela del paese di origine ed in fine si lamenta che non sia stata rivolta alcuna domanda al ricorrente, nonostante fosse stato presente in udienza ed in ciò si ravvisa il preteso error in procedendo sfociato nella valutazione di non credibilità.

1.1. Il motivo è inammissibile in prima battuta sulla base della sola lettura dell’illustrazione che si è riassunta, giacché non individua la motivazione della decisione impugnata che vorrebbe sottoporre a critica, astenendosi sia dall’identificarla expressis verbis sia dall’identificarla indirettamente, dovendosi rilevare al riguardo che una individuazione indiretta non è possibile anche per la ragione che nemmeno si dice, salvo un generico riferimento alla protezione sussidiaria, a quale forma di protezione si riferisca la censura.

1.2. Peraltro, se, con non dovuta attività integrativa dell’onere di articolazione del motivo, si volesse confrontare quanto si enuncia con la motivazione della decisione, si dovrebbe rilevare che la doglianza sulla valutazione di non credibilità è priva di rispondenza con la motivazione, la quale ha argomentato (pag. 2) invece ammettendola e dicendo che lo stesso ricorrente avrebbe espressamente dichiarato che la polizia lo avrebbe potuto aiutare rispetto alle minacce ricevute, per desumere che la migrazione è dipesa da ragioni meramente economiche e, quindi, concludere nel senso del confinamento della vicenda personale come inerente alla vita privata del ricorrente e, quindi, per tale ragione dell’insussistenza di una grave violazione dei diritti umani.

Tanto evidenzia, specie se si tiene contro delle premesse a pag. 2 della decisione, che a giusta ragione – pur nel presupposto che il racconto di vita fosse credibile – è stata esclusa sia la ricorrenza dello status di rifugiato, sia delle condizioni per la protezione sussidiaria di cui dell’evocato (nell’intestazione) art. 14, lett. a) e b).

Inoltre, ancorché nel motivo, stante la segnalata struttura, non vi sia alcuna chiara doglianza in proposito, le considerazioni sulla situazione dell'(OMISSIS) esposte a pag. 2, corredate da richiamo ad un rapporto di Amnesty International, palesano una corretta esclusione anche della protezione sussidiaria di cui al D.Lgs. 19 novembre 2007, n. 251, art. 14, lett. c).

2. Con il secondo motivo si lamenta: “Errores in iudicando e procedendo – Violazione e falsa applicazione del D.Lgs. 25 gennaio 2008, n. 25, art. 32 e D.Lgs. 25 luglio 1998, n. 286, art. 5, comma 6 e successive integrazioni e modificazioni – Ed errata valutazione di un elemento di fatto”.

2.1. Anche questo motivo, che si riferisce alla negazione della protezione umanitaria, non reca alcuna effettiva evocazione della motivazione del tribunale anconetano, ma evoca prima Cass. n. 26887 del 2013, là dove ha fatto riferimento all’esistenza di particolari categorie soggettive vulnerabili e, quindi, enuncia una serie di elementi relativi alla condizione del ricorrente, senza, peraltro, indicare come e dove fossero stati acquisiti nel giudizio di merito.

L’assenza di confronto con la motivazione resa dal tribunale rende il motivo inammissibile.

Detta motivazione, dopo considerazioni generali corrette sull’istituto della protezione umanitaria, ha enunciato sulla base di esse la ragione di negazione della stessa nelle ultime due proposizioni della pag. 5 del paragrafo 2, nella prima di esse escludendo che la prova di un rapporto di lavoro stabile fornita dal ricorrente sia da sola sufficiente al riconoscimento del beneficio, cioè ostativa al rientro in patria, potendo il ricorrente lì godere di una vita comunque dignitosa.

Il motivo non si confronta con tale motivazione e dunque non la critica, il che, naturalmente, impedisce di apprezzare se sia corretta o meno.

3. Il ricorso è dichiarato inammissibile, stante l’inammissibilità di tutti i motivi.

4. L’irritualità della costituzione del Ministero (riferibile anche alla Commissione, che di esso è articolazione) e l’assenza di un’attività difensionale in pubblica udienza, escludono che si debba provvedere sulle spese.

5. Mette conto di rilevare che era stata depositata istanza di sospensione dell’esecutività del decreto, corredata da provvedimento di rigetto della medesima istanza da parte del tribunale anconetano.

L’istanza era inammissibile, in quanto l’ordinamento non prevede che si rivolga a questa Corte una simile richiesta.

6. Stante il tenore della pronuncia (declaratoria della inammissibilità del ricorso), va dato atto, ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, della sussistenza dei presupposti processuali per il versamento, da parte del ricorrente, di un ulteriore importo a titolo di contributo unificato, pari a quello previsto per il ricorso a norma dello stesso art. 13, comma 1 bis se dovuto. Spetterà all’amministrazione giudiziaria verificare la debenza in concreto del contributo, per la inesistenza di cause originarie o sopravvenute di esenzione dal suo pagamento.

P.Q.M.

La Corte dichiara inammissibile il ricorso. Nulla sulle spese. Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, dà atto della sussistenza dei presupposti processuali per il versamento, da parte del ricorrente, di un ulteriore importo a titolo di contributo unificato, pari a quello previsto per il ricorso a norma dello stesso art. 13, comma 1 bis se dovuto.

Così deciso in Roma, nella camera di consiglio della sezione Terza Civile, il 17 marzo 2021.

Depositato in Cancelleria il 1 settembre 2021

 

 

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