Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 2368 del 02/02/2010

Cassazione civile sez. lav., 02/02/2010, (ud. 04/11/2009, dep. 02/02/2010), n.2368

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE LAVORO

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. VIDIRI Guido – Presidente –

Dott. LAMORGESE Antonio – rel. Consigliere –

Dott. DE RENZIS Alessandro – Consigliere –

Dott. STILE Paolo – Consigliere –

Dott. D’AGOSTINO Giancarlo – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

sentenza

sul ricorso proposto da:

VAM 2000 S.R.L., in persona del legale rappresentante pro tempore,

elettivamente domiciliata in ROMA, VIALE DELLE BELLE ARTI 7, presso

lo studio dell’avvocato AMBROSIO GIUSEPPE, rappresentata e difesa

dall’avvocato MASTALLI UMBERTO, giusta mandato a margine del ricorso;

– ricorrente –

contro

P.G., G.A., T.V., C.G.,

C.R., C.A., V.C., FALLIMENTO COSTRUZIONI

MILANO EST S.R.L.;

– intimati –

e sul ricorso n. 13306/2006 proposto da:

P.G., G.A., T.V., C.G.

A., C.R., C.A., V.C., elettivamente

domiciliati in ROMA, VIA CRESCENZIO 16, presso lo studio

dell’avvocato ZANELLO ANDREA, che li rappresenta e difende unitamente

all’avvocato GAETA NICOLA, giusta mandato a margine del controricorso

e ricorso incidentale;

– controricorrenti e ricorrenti incidentali –

contro

VAM 2000 S.R.L., in persona del legale rappresentante pro tempore,

elettivamente domiciliata in ROMA, VIALE DELLE BELLE ARTI 7, presso

lo studio dell’avvocato AMBROSIO GIUSEPPE, rappresentata e difesa

dall’avvocato MASTALLI UMBERTO, giusta mandato a margine del ricorso;

– controricorrente al ricorso incidentale –

e contro

FALLIMENTO COSTRUZIONI MILANO EST S.R.L.;

– intimata –

avverso la sentenza n. 381/2005 della CORTE D’APPELLO di BRESCIA,

depositata il 10/12/2005 r.g.n. 557/04;

udita la relazione della causa svolta nella Udienza pubblica del

04/11/2009 dal Consigliere Dott. LAMORGESE Antonio;

udito l’Avvocato ZANELLO ANDREA;

udito il P.M. in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott.

FUCCI Costantino, che ha concluso per il rigetto dei ricorsi.

Fatto

SVOLGIMENTO DEL PROCESSO

Con sentenza depositata il 10 dicembre 2005, la Corte di appello di Brescia, in parziale riforma della decisione di primo grado, ha condannato in solido le societa’ VAM 2000 e COSTRUZIONI MILANO EST al pagamento delle differenze retributive richieste da P. G., G.A., T.V., C.A.G., C.R., C.A., mentre ha rigettato la domanda di analogo contenuto avanzata da V.C..

Il giudice del gravame – accertato che costoro, dipendenti della seconda impresa, avevano lavorato in un cantiere edile della societa’ VAM 2000, per l’esecuzione di opere e servizi, precisamente lavori di carpenteria e di muratura, appaltati da quest’ultima all’altra – ha ritenuto di dover inquadrare la fattispecie in esame nell’ipotesi prevista dalla L. 23 ottobre 1960, n. 1369, art. 3, anziche’ in quella dell’interposizione vietata di manodopera, cosi’ come avevano dedotto i lavoratori. Relativamente poi ai crediti dedotti in giudizio, il medesimo giudice mentre ha rilevato la mancanza di elementi circa l’attivita’ lavorativa di V.C., non essendo emerso neppure quante le giornate lavorative dallo stesso effettuate, ha affermato, per gli altri litisconsorti, la correttezza del riferimento alle risultanze dei libretti di lavoro e del calcolo delle retribuzioni spettanti per l’orario di lavoro reclamato, compresa l’ora di straordinario giornaliera.

Per la cassazione della sentenza, la societa’ VAM 2000 ha proposto ricorso, con quattro motivi, a cui gli intimati hanno resistito con controricorso, proponendo a loro volta ricorso incidentale con un motivo.

La societa’ ha replicato con controricorso.

Sia l’una che gli altri hanno depositato memoria illustrativa, mentre il fallimento della societa’ COSTRUZIONI MILANO EST, cui pure risulta notificato il ricorso, non ha espletato alcuna attivita’ difensiva.

Diritto

MOTIVI DELLA DECISIONE

Anzitutto i due ricorsi, principale ed incidentale, devono essere riuniti in quanto avverso la stessa sentenza (art. 335 c.p.c.).

Il primo motivo del ricorso principale denuncia nullita’ della sentenza e del procedimento per violazione degli artt. 75, 101 e 330 c.p.c. e del R.D. n. 267 del 1942, art. 43. Si assume che gia’ nel corso del giudizio di primo grado era stata dichiarato il fallimento della societa’ COSTRUZIONI MILANO EST, senza pero’ che il provvedimento fosse stato portato a conoscenza delle altri parti – la medesima societa’ peraltro non era costituita in giudizio – per cui il processo non aveva subito interruzioni. Poiche’ la perdita per la predetta societa’ della capacita’ di stare in giudizio, a seguito della dichiarazione di fallimento, era conoscibile da parte dei lavoratori appellanti, i quali percio’ avrebbero dovuto notificare l’impugnazione alla parte personalmente rimasta contumace in primo grado, non puo’ ritenersi validamente instaurato il contraddittorio nei confronti della predetta societa’ che non era in bonis.

Prima che infondato, la censura e’ inammissibile, per difetto di interesse della ricorrente a far valere la nullita’ dedotta che riguarda altra parte.

Per ragioni di ordine logico va quindi esaminato l’unico motivo del ricorso incidentale, che denuncia violazione e/o falsa applicazione della L. 23 ottobre 1960, n. 1369, artt. 1 e 3 nonche’ vizio di motivazione. Si addebita alla Corte territoriale di avere escluso l’intermediazione vietata di manodopera, malgrado l’affermata riserva, per la VAM 2000, della gestione complessiva del cantiere, e quanto meno della parte piu’ rilevante dei costi ed oneri, con il mantenimento su di se’ di una parte del rischio di impresa dell’intera opera. Si sostiene inoltre che l’inserimento dei lavoratori nell’organizzazione aziendale della societa’ appaltatrice e il rilevamento da questa effettuato circa le presenze dei lavoratori sono elementi equivoci per ritenere l’appalto di opere e di servizi. Si assume la contraddittorieta’ della sentenza che pur riconoscendo lo svolgimento di attivita’ lavorativa, sia pure in nero di V.C., ha tuttavia negato la sussistenza del credito per le differenze retributive reclamate, data l’impossibilita’ di accertare la durata del rapporto di lavoro.

Il motivo e’ infondato.

In relazione al profilo di censura concernente la violazione del divieto di intermediazione ed interposizione nelle prestazioni di lavoro sancito dal denunciato L. 23 ottobre 1960, n. 1369, art. 1 sussiste la fattispecie vietata di appalto di manodopera oltre che nell’ipotesi presuntiva prevista dal medesimo art. 1, comma 3 allorche’ le prestazioni appaltate siano riconducibili a mere prestazioni di lavoro con l’inserimento del lavoratore nella struttura organizzativa dell’azienda appaltante, mentre nel caso in cui le prestazioni appaltate riguardino anche altri fattori produttivi (capitali, macchine ed attrezzature) permane l’inserimento del prestatore nella struttura organizzativa dell’azienda appaltatrice e sussiste la fattispecie prevista dalla citata legge, art. 3 che implica, di norma, l’obbligo solidale di appaltante ed appaltatore di assicurare i trattamenti minimi re tributivi e normativi praticati ai dipendenti del primo (v. fra le numerose altre Cass. 18 maggio 2006 n. 11678). E con riferimento ad analoga fattispecie si e’ affermato che ricorre l’ipotesi prevista dalla citata L. n. 1369 del 1960, art. 3 per gli appalti per i quali l’organizzazione dell’appaltatore risulti inserita, pur nella sua autonomia, in quella propria dell’appaltatore, cosicche’ possa dirsi che la realizzazione del prodotto finito sia il risultato dell’attivita’ congiunta e coordinata delle due imprese (cfr. Cass. 3 luglio 2009 n. 15689).

La Corte di merito in linea con questi principi ha accertato che la societa’ VAM 2000 aveva stipulato un contratto di subappalto con l’impresa COSTRUZIONI MILANO EST per l’esecuzione delle opere strutturali in cemento armato, muri perimetrali, posa del tetto in legno, posa del ferro e rete elettro saldata ed altro, tutte opere “molto specifiche”, “non esaustive del lavoro previsto”, e che nel contratto era altresi’ stabilito che le opere appaltate avrebbero dovute essere eseguite con manodopera propria, noleggi ed oneri di ogni materiale o attrezzatura non espressamente prevista a carico della committente. La Corte territoriale ha sottolineato che in base al contratto l’appaltatore era tenuto a fornire, cosi’ come in effetti era avvenuto, anche un tecnico – capo cantiere obbligato alla presenza e responsabile dell’esecuzione dei lavori, del personale e della sicurezza, oltre ad un geometra, rispettivamente individuati, secondo anche le deposizioni dei testimoni escussi, in tale To.

e nel geom. D..

Tale accertamento, basato sulla produzione documentale e sulle deposizioni dei testimoni escussi, costituisce un apprezzamento di fatto, che supportato da motivazione congrua ed immune da errori logico – giuridici, e’ incensurabile in sede di legittimita’.

La ricostruzione compiuta dalla Corte territoriale della fattispecie in termini di insussistenza di interposizione vietata di mano d’opera resiste alle critiche piuttosto generiche, che in sostanza addebitano al giudice del gravame di non avere addotto una “motivazione assai piu’ approfondita di quella fondata su elementi palesemente tenui ed equivoci” quali quelli riportati in sentenza.

Priva di fondamento e’ pure la censura di contraddittorieta’ della motivazione riguardo al lavoratore V.C., in quanto la sentenza impugnata ha si’ richiamato risultanze che potrebbero avvalorare la presenza in cantiere anche di detto lavoratore (il teste De. ne ricordava “vagamente” la presenza in cantiere, ma “il teste Ba. sembra escluderla”), ma ha rimarcato la mancanza di qualsiasi parametro oggettivo circa la durata della prestazione lavorativa statuizione quest’ultima che non e’ validamente confutata dal medesimo lavoratore, il quale si e’ limitato a sostenere che egli era stato presente come gli altri lavoratori in cantiere.

Il secondo motivo del ricorso principale denuncia violazione e/o falsa applicazione della L. 23 ottobre 1960, n. 1369, art. 3. Si critica l’affermazione fatta dalla Corte territoriale circa l’inserimento dell’attivita’ svolta dai dipendenti della societa’ appaltatrice nel ciclo produttivo di quella appaltante, cosi’ come richiede la nozione di appalto endo – aziendale, in quanto la VAM 2000 aveva come principale scopo sociale l’attivita’ immobiliare ed era priva di macchinari ed attrezzature proprie.

Il terzo motivo denuncia vizio di motivazione e critica la sentenza impugnata per la valutazione operata in ordine a taluni elementi, indicati per ritenere che alla societa’ VAM 2000 era riconducibile un ciclo produttivo nel settore delle costruzioni, e in particolare noleggio di una gru, assunzione di costi di allaccio delle utenze di cantiere, acquisto di manufatti prefabbricati per i solai, esecuzione delle opere edilizie strutturali da parte dell’altra societa’, nomina del direttore dei lavori; si assume l’equivocita’ di detti elementi, si lamenta il mancato approfondimento dell’indagine sullo svolgimento dell’attivita’ edilizia da parte della VAM 2000, e si richiama la sempre maggiore specializzazione nell’attivita’ delle costruzioni edilizie.

I due motivi, da trattare congiuntamente per la loro connessione, sono infondati.

Invero il giudice del merito ha dato adeguata motivazione del proprio convincimento circa la sussistenza dell’ipotesi di appalto di opere e servizi, valorizzando in modo congruo gli elementi indicati proprio per affermare che la societa’ VAM aveva riservato a se’ la gestione complessiva del cantiere, continuando a farsi carico della parte piu’ rilevante dei costi ed oneri, ed ingerendosi attivamente nell’attivita’ edilizia oltre che con l’acquisto di materiali e con la fornitura di attrezzatura, anche con l’attivita’ di supervisione, per poi concludere che i lavoratori della subappaltatrice con l’espletamento dei rispettivi compiti si erano inseriti nel ciclo produttivo dell’appaltante.

E in definitiva la censura si risolve nella contrapposizione di una diversa valutazione dei medesimi elementi, dai quali secondo la tesi della ricorrente non si potrebbe desumere alcuna commistione tra l’operato della VAM 2000 e quello dell’impresa subappaltatrice.

Il quarto motivo, nel denunciare violazione dell’art. 112 c.p.c., deduce l’omessa pronuncia sulla richiesta di manleva avanzata nei confronti della societa’ COSTRUZIONI MILANO EST, del tutto ignorata in sentenza.

Anche questa censura deve essere disattesa. La societa’ ricorrente non puo’ infatti utilmente dolersi della omessa pronuncia della domanda di garanzia proposta nei confronti della societa’ COSTRUZIONI MILANO EST, che, come la medesima ricorrente assume, era stata dichiarata fallita con sentenza del Tribunale di Monza del (OMISSIS): la dichiarazione di fallimento del chiamato comporta l’improcedibilita’ della domanda di garanzia, ai sensi della L. Fall., artt. 24 e 52 (v. fra le altre Cass. 8 marzo 2007 n. 5309, Cass. 21 novembre 2008 n. 27856), e quindi deve ritenersi che in tal caso, cosi’ come nell’ipotesi di inammissibilita’ della domanda (v.

ex plurimis Cass. 20 marzo 2006 n. 6094), non sia configurabile il vizio di omessa pronuncia, dato che il giudice ordinario non ha alcun potere – dovere di pronunciarsi su di essa.

In definitiva, i due ricorsi devono essere rigettati.

La reciproca soccombenza induce a compensare per intero, fra le parti, le spese del giudizio di legittimita’.

P.Q.M.

LA CORTE Riunisce i ricorsi e li rigetta; compensa le spese del presente giudizio.

Cosi’ deciso in Roma, il 4 novembre 2009.

Depositato in Cancelleria il 2 febbraio 2010

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