Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 2367 del 02/02/2010

Cassazione civile sez. lav., 02/02/2010, (ud. 04/11/2009, dep. 02/02/2010), n.2367

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE LAVORO

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. VIDIRI Guido – Presidente –

Dott. LAMORGESE Antonio – rel. Consigliere –

Dott. DE RENZIS Alessandro – Consigliere –

Dott. STILE Paolo – Consigliere –

Dott. D’AGOSTINO Giancarlo – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

sentenza

sul ricorso proposto da:

R.G., elettivamente domiciliato in ROMA, PIAZZALE G.

DON MINZONI 9, presso lo studio dell’avvocato MARTUCCELLI CARLO,

rappresentato e difeso dall’avvocato ALONGI VITTORIO, giusta mandato

a margine del ricorso;

– ricorrente –

contro

NESTLE’ ITALIANA S.P.A.;

– intimata –

e sul ricorso n. 11065/2006 proposto da:

NESTLE’ ITALIANA S.P.A., in persona del legale rappresentante pro

tempore, elettivamente domiciliata in ROMA, PIAZZA DEI CAPRETTARI 70,

presso lo studio dell’avvocato GUARDASCIONE BRUNO, che la rappresenta

e difende unitamente all’avvocato VALDINA RODOLFO, giusta mandato a

margine del controricorso e ricorso incidentale;

– controricorrente e ricorrente incidentale –

contro

R.G.;

– intimato –

avverso la sentenza n. 721/04 del TRIBUNALE di NAPOLI, depositata il

21/02/2005 R.G.N. 40661/95 + 1;

udita la relazione della causa svolta nella Udienza pubblica del

04/11/2009 dal Consigliere Dott. LAMORGESE Antonio;

udito l’Avvocato VALDINA RODOLFO;

udito il P.M. in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott.

FUCCI Costantino, che ha concluso per il rigetto dei ricorsi.

Fatto

SVOLGIMENTO DEL PROCESSO

Nel giudizio promosso da R.G. nei confronti della Nestlè Italiana s.p.a. per il pagamento di taluni emolumenti derivanti dal pregresso rapporto di agenzia, il Tribunale di Napoli, giudicando in grado di appello, in parziale riforma della pronuncia di primo grado (questa aveva accolto la domanda soltanto per L. 16.416.278, avendo liquidato L. 6.902.337 per indennità di incasso, L. 6.278.923 per quella di clientela e L. 3.235.018 per indennità di risoluzione del rapporto), con la sentenza ora impugnata, ha accolto in parte gli appelli di entrambe le parti ed ha condannato la società a pagare al R. la somma di Euro 5.235,49 oltre accessori.

Il Tribunale ha affermato la risoluzione del contratto di agenzia per l’inequivoca volontà del R., che aveva addotto motivi (personali) non collegati al comportamento della società ed ha quindi negato l’indennità di clientela e quella di preavviso.

Ha poi rigettato la pretesa avanzata dall’agente di pagamento delle provvigioni su ordini rimasti inevasi, in base al rilievo che l’azione proposta era di esatto adempimento contrattuale e non di risarcimento del danno, e che non era stata fornita la prova dell’inadempimento della preponente.

Il Tribunale ha poi disatteso la richiesta di esibizione delle scritture contabili avanzata dal R., non avendo costui dimostrato l’inadempimento della società circa l’evasione degli ordini acquisiti.

In base alle medesime considerazioni ha giudicato priva di fondamento la censura sulla mancata ammissione dell’interrogatorio formale del legale rappresentante della società.

Riguardo all’indennità di incasso, oggetto di doglianza da parte dell’agente e pure della società con l’appello incidentale, il Tribunale ha rilevato che quest’ultimo era inammissibile, avendo la società con l’appello principale consumato il diritto all’impugnazione. Mentre per quanto concerne la censura del R., il giudice del merito ha evidenziato che i contratti non prevedevano, salvo quello del (OMISSIS), la corresponsione di una provvigione per l’attività di incasso, stabilendo anzi l’art. 7 del contratto individuale che le riscossioni erano effettuate direttamente dalla preponente e che l’agente solo previa autorizzazione scritta avrebbe potuto ricevere i pagamenti dai clienti, e comunque tale attività non avrebbe dato diritto a compenso, perchè già valutata nella misura della provvigione. Nel contratto del (OMISSIS) era prevista una provvigione dello 0,5 per cento in aggiunta per l’eventuale attività di incasso. Ha aggiunto il Tribunale che anche per questa attività asseritamente svolta dall’agente, costui non aveva fornito alcuna prova, ed ha poi distinto l’incasso degli insoluti; inoltre il giudice di merito ha sottolineato di non avere potuto prendere visione di una parte della documentazione contenente, a dire del R., la prova dell’espletamento dell’attività di incasso, perchè non reperita in atti e vani erano stati i tentativi delle parti di ricostruirla.

Ha confermato la statuizione di primo grado sull’indennità risolutiva, mentre in relazione al credito per il quale la società aveva spiegato la riconvenzionale, in base alla responsabilità dell’agente per la garanzia dello star del credere, la sentenza qui impugnata ha riformato quella di primo grado per la rilevata carenza di prova della preponente: questa, infatti, non aveva dimostrato di avere agito infruttuosamente contro i clienti inadempienti.

Per la cassazione della sentenza il R. ha proposto ricorso, formulando sette motivi.

La società ha resistito con controricorso, contenente ricorso incidentale con tre motivi.

Entrambe le parti hanno depositato memoria.

Diritto

MOTIVI DELLA DECISIONE

Innanzitutto i due ricorsi devono essere riuniti, in quanto proposti avverso la stessa sentenza (art. 335 c.p.c.).

Il primo motivo del ricorso principale denuncia “contraddittorietà della decisione” e critica la sentenza impugnata perchè, da un lato, ha rigettato molte fra le domande avanzate dal R., ritenendole sfornite di prova e, dall’altro lato, non ha ammesso i mezzi istruttori tempestivamente richiesti, tra cui in particolare l’interrogatorio formale deferito al legale rappresentante della società.

Il motivo è inammissibile, considerato che non vengono specificate le richieste istruttorie non accolte, e per l’interrogatorio formale non sono riportati i capitoli nei quali doveva essere stato articolato.

Il secondo motivo denuncia violazione dell’art. 116 c.p.c. e deduce l’errore in cui è incorso il Tribunale per non aver ordinato alla società l’esibizione delle scritture contabile e per non avere disposto una consulenza contabile, in contrasto con i principi affermati dalla giurisprudenza di legittimità in analoghe fattispecie, e malgrado la necessità, per lo smarrimento della documentazione allegata dalla parte, dell’invocata esibizione e della consulenza.

Il motivo è infondato. La sentenza ha spiegato le ragioni in base alle quali aveva ritenuto di non potere accogliere la richiesta di ordine di esibizione, dato che l’agente non aveva provato l’inadempimento della preponente nel non eseguire gli ordinativi dallo stesso acquisiti e non aveva specificato quali gli affari che non avevano avuto esecuzione per cause imputabili al preponente. Nè per sopperire all’onere probatorio incombente sulla parte può essere disposta una consulenza di ufficio, peraltro a fini esplorativi, e neppure risultando “la misteriosa scomparsa, avvenuta in appello, della documentazione depositata”.

Con il terzo e il quarto motivo, così rispettivamente rubricati “ulteriore violazione di norme di diritto (art. 1749 c.c., comma 1)” e “altre violazioni di norma di diritto (art. 116 c.p.c.)”, si addebita al Tribunale di non avere considerato che la società non aveva impugnato specificamente la documentazione esibita con il ricorso; si richiama il disposto dell’art. 1749 c.c. e si deduce che la deposizione del teste C. non costituisce prova della tesi avversaria, ed erroneamente il giudice del gravame non ha tenuto conto della deposizione del teste F. perchè de relato contro il diverso orientamento giurisprudenziale.

Le censure sono inammissibili, in quanto non è dato comprendere quali le statuizioni criticate e non risultano specificate le deposizioni dei testimoni indicati, come invece questa Corte richiede per il principio di autosufficienza del ricorso per Cassazione, e di cui si lamenta rispettivamente l’erronea valutazione (teste C.) e l’omessa valutazione (teste F.).

Il quinto motivo denuncia “ulteriori contraddittorietà della decisione”. Sostiene che la sentenza impugnata mentre ha confermato la statuizione della pronuncia di primo grado in ordine al riconoscimento del diritto del R. ad ottenere un compenso per l’attività di esazione svolta per incarico e per conto della mandante, con condanna della società al pagamento della relativa retribuzione, non ha poi considerato tale inadempimento ai fini della legittimità del recesso del R., pienamente giustificato per il mancato pagamento delle provvigioni.

Anche questo motivo non può essere accolto.

La sentenza impugnata ha affermato, dando congrua motivazione, la risoluzione del rapporto per dimissioni dell’agente, statuizione questa che non risulta affatto censurata.

Il sesto motivo denuncia vizio di motivazione e sostiene che il Tribunale non ha esaminato se la previsione di una saltuaria attività di esazione, per la quale era indicato il modesto compenso stabilito unilateralmente dalla società, in realtà, come emergeva dalla documentazione depositata, era stata, al contrario, intensa ed esclusiva.

Anche questo motivo è privo di fondamento. La sentenza impugnata ha infatti richiamato la pattuizione intervenuta per il 1989, con la quale era stata stabilita una provvigione dello 0,5% in aggiunta, per l’attività d’incasso – nessuna provvigione ulteriore era stata, invece, convenuta per gli anni precedenti, per i quali, a parte la mancanza di contestazioni, la sentenza impugnata afferma che avevano pattuito una quota delle provvigioni come compenso dell’attività di riscossione – ed ha rilevato che non era stata prevista alcuna responsabilità per errori contabili tali deduzioni sono ignorate dal ricorrente e la censura mossa con il motivo in esame, senza spiegare perchè non si debba tenere conto della clausola contrattuale, si risolve nella contrapposizione di una diversa valutazione circa l’entità dell’attività di esazione.

Il settimo motivo denuncia “ennesima contraddittorietà della decisione e violazione di norma di diritto (art. 96 c.p.c.)”. La società, sebbene avesse compensato il proprio credito con le somme ad essa dovute, aveva tuttavia richiesto con la riconvenzionale la condanna dell’agente di qui la istanza di condanna al risarcimento ex art. 96 c.p.c..

Pure questo motivo è infondato.

La sentenza impugnata ha esposto ineccepibili ragioni circa il rigetto di questa domanda, rilevando la mancanza dei presupposti previsti dalla norma, e in particolare escludendo la manifesta infondatezza e temerarietà della richiesta della società.

Passando all’esame del ricorso incidentale, il primo motivo denuncia violazione dell’art. 334 c.p.c. e vizio di motivazione. Sostiene che erroneamente il Tribunale ha ritenuto l’inammissibilità dell’appello incidentale della società, che invece essa aveva la facoltà di proporre in considerazione dell’impugnazione avanzata dall’altra parte, e malgrado l’acquiescenza manifestata rispetto al capo sulla liquidazione dell’indennità.

Il motivo è infondato, in applicazione del principio di consumazione del diritto all’impugnazione. Si è infatti rilevato che “La parte che abbia già proposto ricorso per cassazione (sia esso principale o incidentale) contro alcune delle statuizioni della sentenza impugnata, nel rapporto con un determinato avversario, non può successivamente presentare un nuovo ricorso con riguardo ad altre pronunce sul medesimo rapporto ovvero fondato su nuovi motivi, non presenti nel primo, atteso che l’ordinamento non consente la reiterazione od il frazionamento dell’iniziativa impugnatoria in atti separati, alla stregua del principio generale della cosiddetta consumazione dell’impugnazione, senza che il relativo divieto trovi deroga nelle disposizioni di cui all’art. 334 c.p.c., le quali operano soltanto in favore della parte che, prima dell’esercizio del potere impugnatorio dell’altro contendente, abbia fatto una scelta di acquiescenza alla sentenza impugnata” (Cass. 14 novembre 2006 n. 24219). Principio, che già in precedenza affermato dalla giurisprudenza di questa Corte, ha trovato ulteriori conferme in numerose altre pronunce (tra cui Cass. 2 febbraio 2007 n. 2309, Cass. 22 maggio 2007 n. 11870, Cass. 5 giugno 2007 n. 13062 e più di recente Cass. sez. unite 23 maggio 2008 n. 13358, la quale, v.

motivazione, ha sottolineato che l’ordinamento non consente la reiterazione od il frazionamento dell’iniziativa impugnatoria in atti separati, alla stregua del principio generale della cosiddetta consumazione dell’impugnazione, senza che il relativo divieto trovi deroga nelle disposizioni di cui all’art. 334 c.p.c., le quali operano soltanto in favore della parte che, prima dell’esercizio del potere impugnatorio dell’altro contendente, abbia fatto una scelta di acquiescenza alla sentenza impugnata).

Resta pertanto superato il diverso orientamento richiamato dalla società e di cui a Cass. 4 marzo 1991 n. 2227 e Cass. 7 maggio 1992 n. 5423, le quali peraltro fanno riferimento a situazioni diverse, in cui l’interesse a proporre altra impugnazione della parte che aveva già presentato appello principale era sorto a seguito del gravame dell’avversario, mentre qui la Nestlè che, nel proprio atto di appello aveva espressamente dichiarato di non voler impugnare la statuizione di condanna al pagamento della somma di L. 6.902.337 a titolo di indennità di incasso, in sede di costituzione nel giudizio di appello proposto dal R., aveva impugnato la decisione di primo grado per la parte in cui aveva riconosciuto il compenso per l’attività di incasso nella misura dello 0,5%. In sostanza, deve escludersi che in relazione a detto capo di condanna l’interesse ad impugnare della società fosse sorto solo a seguito del gravame dell’altra parte, sussistendo anzi in precedenza ad esso.

Il secondo e il terzo motivo denunciano vizi di motivazione in ordine rispettivamente al mancato esame dei prospetti e delle ricevute di versamento prodotti dalla società in sede di gravame a prova dell’accantonamento dell’indennità risolutiva presso il Firr, e all’omesso esame della domanda volta alla restituzione delle somme versate in esecuzione della sentenza di primo grado, non dovute in relazione all’accoglimento del gravame, anche se “una volta riformata la decisione sul punto dello star del credere, non aveva più ragione d’essere nè l’eccezione di compensazione a suo tempo svolta dalla preponente nè il fondato motivo di appello per il quale la società ne aveva censurato il mancato esame ed il mancato accoglimento da parte del giudice di primo grado”.

Anche questi ultimi due motivi non possono trovare accoglimento.

La censura del secondo mezzo di annullamento fa riferimento a documenti prodotti in appello contro il divieto di nuove prove in sede di gravame, e peraltro la sentenza impugnata ha esaminato i conteggi rilevando che l’indennità era stata calcolata solo sulle provvigioni corrisposte e ha ritenuto non dimostrato il pagamento dell’indennità al Firr.

Riguardo al terzo motivo, esso prima che infondato è inammissibile per difetto di interesse. Infatti a parte la circostanza che il Tribunale ha statuito sulla richiesta di restituzione della somma di L. 847.614 rilevandone l’infondatezza, occorre evidenziare che la medesima società ha ammesso come una volta riformata la decisione di primo grado “non aveva più ragione d’essere” la censura di mancato esame di quelle richieste innanzi indicate in modo generico.

In definitiva, i due ricorsi devono essere rigettati.

La reciproca soccombenza induce a compensare per intero, fra le parti, le spese del giudizio di legittimità.

P.Q.M.

LA CORTE Riunisce i ricorsi e li rigetta; compensa integralmente fra le parti le spese del presente giudizio.

Così deciso in Roma, il 4 novembre 2009.

Depositato in Cancelleria il 2 febbraio 2010

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