Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 2366 del 01/02/2011

Cassazione civile sez. II, 01/02/2011, (ud. 16/12/2010, dep. 01/02/2011), n.2366

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SECONDA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. PETITTI Stefano – Presidente –

Dott. PARZIALE Ippolisto – Consigliere –

Dott. D’ASCOLA Pasquale – Consigliere –

Dott. DE CHIARA Carlo – Consigliere –

Dott. GIUSTI Alberto – rel. Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ordinanza

sul ricorso proposto da:

F.S., rappresentato e difeso, in forza di procura speciale

a margine del ricorso, dall’Avv. Spagnolo Giuseppe, elettivamente

domiciliato nello studio dell’Avv. Arturo Sforza in Roma, via Ettore

Rolli, n. 24;

– ricorrente –

contro

FA.Gi., rappresentato e difeso, in forza di procura

speciale a margine del controricorso, dall’Avv. Aliffi Silvio, per

legge domiciliato presso la cancelleria della Corte di cassazione,

piazza Cavour, Roma;

– controricorrente –

e contro

BANCO DI SICILIA s.p.a., in persona del legale rappresentante pro

tempore, rappresentato e difeso, in forza di procura speciale in

calce al controricorso, dall’Avv. Giampiero D’Agata, elettivamente

domiciliato presso lo studio dell’Avv. Gianfranco Torino in Roma, via

Fabio Massimo, n. 107;

– controricorrente –

e nei confronti di:

EREDI di F.P.;

– intimati –

avverso la sentenza della Corte d’appello di Catania n. 1471 in data

5 dicembre 2008;

Udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio del

16 dicembre 2010 dal Consigliere relatore Dott. Alberto Giusti;

sentiti gli Avv. Giuseppe Spagnolo, Silvio Aliffi e Gianfranco

Torino;

sentito il Pubblico Ministero, in persona del Sostituto Procuratore

Generale dott. RUSSO Rosario Giovanni, che ha concluso:

“inammissibilità della produzione di documenti ex art. 372 cod.

proc. civ.; conferma delle conclusioni aderendo alla relazione”.

Fatto

FATTO E DIRITTO

Ritenuto che il consigliere designato ha depositato, in data 6 agosto 2010, la seguente proposta di definizione, ai sensi dell’art. 380-bis cod. proc. civ.:

“La Corte d’appello di Catania, con sentenza n. 1471 del 5 dicembre 2008, ha rigettato l’appello di P.P. e F.S. e confermato la sentenza del Tribunale di Siracusa, che aveva rigettato la domanda di rivendicazione di un compendio immobiliare posto in (OMISSIS), proposta dai F. nei confronti di F. G., resosi aggiudicatario del bene nella procedura esecutiva immobiliare promossa dal Banco di Sicilia nei confronti di F. M..

Per la cassazione della sentenza della Corte d’appello F.S. ha proposto ricorso, sulla base di tre motivi.

Hanno resistito, con separati controricorsi, Fa.Gi. e il Banco di Sicilia, mentre gli eredi di F.P. non hanno svolto attività difensiva in questa sede.

Il primo motivo denuncia “violazione dell’art. 485 cod. civ. e falsa applicazione dell’art. 475 cod. civ., in riferimento all’art. 360 cod. proc. civ., n. 3”.

Il secondo mezzo prospetta “violazione e falsa applicazione degli artt. 948, 1140, 1158 e 2697 cod. civ., in riferimento all’art. 360 cod. proc. civ., n. 3; violazione degli artt. 115 e 116 cod. proc. civ., in riferimento all’art. 360 c.p.c., n. 4; valutazioni e interpretazioni erronee ed inammissibili”.

Il terzo motivo è rubricato “omessa tutela del legittimo possesso dei coeredi; invalidità derivata del decreto di trasferimento;

violazione dell’art. 111 Cost.; nullità del trasferimento in parte qua; violazione dell’art. 2 650 cod. civ.; falsa applicazione del principio di assorbimento; violazione degli artt. 112, 114, 115, 116 cod. proc. civ. in riferimento all’art. 360 c.p.c., n. 3;

inopponibilità di trascrizione e di decreto di trasferimento inefficaci; inosservanza del principio di non contestazione; difetto assoluto di motivazione in riferimento all’art. 360 c.p.c., n. 5″.

Tutti i motivi sono inammissibili, perchè non contengono la formulazione conclusiva – prescritta, a pena di inammissibilità, dall’art. 366-bis cod. proc. civ. (ratione temporis applicabile) – di un quesito di diritto (là dove si censura violazione e falsa applicazione di legge) che individui tanto il principio di diritto che è alla base del provvedimento impugnato, quanto, correlativamente, il principio di diritto, diverso dal precedente, la cui auspicata applicazione ad opera della Corte medesima possa condurre ad una decisione di segno inverso rispetto a quella impugnata; i motivi, inoltre, non contengono (nella parte in cui si prospetta il vizio di motivazione) la formulazione di un momento di sintesi (omologo del quesito di diritto) recante la chiara e sintetica indicazione del fatto controverso in relazione al quale la motivazione si assume omessa.

Sussistono, pertanto, le condizioni per la trattazione del ricorso in camera di consiglio”.

Letta la memoria del ricorrente.

Considerato che, preliminarmente, deve essere dichiarata l’inammissibilità, ex art. 372 cod. proc. civ., del deposito dei documenti prodotti dal ricorrente in prossimità della camera di consiglio, trattandosi di atti che non riguardano nè la nullità della sentenza impugnata, nè l’ammissibilità del ricorso e del controricorso ;

che il Collegio condivide argomenti e proposte contenuti nella relazione ex art. 380-bis cod. proc. civ.;

che le osservazioni contenute nella memoria non si confrontano con le conclusioni della proposta di definizione ex art. 380-bis cod. proc. civ.;

che occorre ricordare che questa Corte regolatrice alla stregua della stessa letterale formulazione dell’art. 366-bis cod. proc. civ. introdotto, con decorrenza dal 2 marzo 2006, dal D.Lgs. 2 febbraio 2006, n. 40, art. 6 e abrogato con decorrenza dal 4 luglio 2009 dalla L. 18 giugno 2009, n. 69, art. 47 ma applicabile ai ricorsi proposti avverso le sentenze pubblicate tra il 3 marzo 2006 e il 4 luglio 2009 (cfr. L. n. 69 del 2009, art. 58, comma 5) – è fermissima nel ritenere che a seguito della novella del 2006 nel caso previsto dall’art. 360 c.p.c., n. 5 allorchè, cioè, il ricorrente denunci la sentenza impugnata lamentando un vizio della motivazione, l’illustrazione di ciascun motivo deve contenere, a pena di inammissibilità, la chiara indicazione del fatto controverso in relazione al quale la motivazione si assume omessa o contraddittoria, ovvero le ragioni per le quali la dedotta insufficienza della motivazione la renda inidonea a giustificare la decisione;

che ciò importa in particolare che la relativa censura deve contenere un momento di sintesi (omologo del quesito di diritto) che ne circoscriva puntualmente i limiti, in maniera da non ingenerare incertezze in sede di formulazione del ricorso e di valutazione della sua ammissibilità (cfr., ad esempio, Cass., sez. un., 1 ottobre 2007, n. 20603);

che, al riguardo, ancora è incontroverso che non è sufficiente che tale fatto sia esposto nel corpo del motivo o che possa comprendersi dalla lettura di questo, atteso che è indispensabile che sia indicato in una parte, del motivo stesso, che si presenti a ciò specificamente e riassuntivamente destinata;

che non si può dubitare che allorchè nel ricorso per cassazione si lamenti un vizio di motivazione della sentenza impugnata in merito ad un fatto controverso, l’onere di indicare chiaramente tale fatto ovvero le ragioni per le quali la motivazione è insufficiente, imposto dall’art. 366-bis cod. proc. civ., deve essere adempiuto non già e non solo illustrando il relativo motivo di ricorso, ma formulando, all’inizio o al termine di esso, una indicazione riassuntiva e sintetica, che costituisca un quid pluris rispetto all’illustrazione del motivo, e che consenta al giudice di valutare immediatamente l’ammissibilità del ricorso (in termini, Cass., Sez. 3, 30 dicembre 2009, n. 27680);

che nella specie il terzo motivo di ricorso, formulato ex art. 360 c.p.c., n. 5, è totalmente privo di tale momento di sintesi, iniziale o finale, costituente un quid pluris rispetto all’illustrazione del motivo;

che, quanto agli altri motivi, va ribadita la conclusione di inidoneità dei quesiti di diritto, perchè la lettura di essi non lascia comprendere la sintesi logico-giuridica della questione e, con essa, l’errore di diritto asseritamente compiuto dal giudice a quo e la diversa regola da applicare secondo la prospettazione del ricorrente (cfr. Cass., sez. un., 24 dicembre 2009, n. 27368);

che non può essere considerato idoneo il quesito a pag. 15 del ricorso, con cui si conclude il primo motivo;

che, infatti, detto quesito è così formulato: “Se ne può ricavare il principio di diritto secondo cui l’accettazione tacita dell’eredità consegue ope legis ex art. 485 cod. civ. sull’eredità pervenuta ab intestato per effetto del possesso materiale anche di alcuni soltanto dei beni ereditati (nella fattispecie oltre le particelle 10-197 del foglio 10, la casa di abitazione ultimo domicilio del defunto) e del possesso a mezzo di detentore qualificato quale è l’affittuario (fondo (OMISSIS)), del fondo (OMISSIS) oggetto di denunzia e di voltura catastale, per tutti pagando imposte e tasse a vario titolo”;

che, invero, tale quesito non indica affatto quale diverso principio di diritto sarebbe stato affermato dalla Corte d’appello;

che non può avere seguito la richiesta, avanzata con la memoria, di dichiarazione di inammissibilità del controricorso del Banco di Sicilia per sopravvenuta carenza di interesse;

che, infatti, il Banco di Sicilia era parte del giudizio di merito ed il ricorso per cassazione del F. è stato ad esso notificato;

che, inoltre, la cessione a terzi, da parte del Banco, del credito derivante dalla vendita forzata non fa venir meno la sua legittimazione a partecipare al giudizio, considerato che il trasferimento a titolo particolare nel corso del processo del diritto controverso non spiega alcun effetto sul rapporto processuale, che continua a svolgersi tra le parti originarie, salvo il caso in cui il successore a titolo particolare intervenga e le altre parti acconsentano alla estromissione (art. 111 c.p.c., comma 3);

che il ricorso va, pertanto, dichiarato inammissibile;

che le spese del giudizio di cassazione, liquidate come da dispositivo, seguono la soccombenza.

P.Q.M.

La Corte dichiara il ricorso inammissibile e condanna il ricorrente al rimborso delle spese processuali sostenute dai controricorrenti, liquidate, per ciascuno, in complessivi Euro 2.200, di cui Euro 2.000 per onorari, oltre a spese generali e ad accessori di legge.

Così deciso in Roma, nella Camera di consiglio della 2^ Sezione civile della Corte suprema di Cassazione, il 16 dicembre 2010.

Depositato in Cancelleria il 1 febbraio 2011

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