Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 23643 del 31/08/2021

Cassazione civile sez. II, 31/08/2021, (ud. 06/10/2020, dep. 31/08/2021), n.23643

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SECONDA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. SAN GIORGIO Maria Rosaria – rel. Presidente –

Dott. BELLINI Ubaldo – Consigliere –

Dott. GRASSO Giuseppe – Consigliere –

Dott. ABETE Luigi – Consigliere –

Dott. OLIVA Stefano – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 23948-2019 proposto da:

D.Y., rappresentato e difeso dall’avvocato LUIGI NATALE;

– ricorrente –

contro

MINISTERO DELL’INTERNO, in persona del Ministro pro tempore,

elettivamente domiciliato in ROMA, VIA DEI PORTOGHESI 12, presso

l’AVVOCATURA GENERALE DELLO STATO, che lo rappresenta e difende ope

legis;

– controricorrente –

avverso il decreto del TRIBUNALE di NAPOLI, depositato il 05/07/2019;

udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio del

06/10/2020 dal Presidente Dott. MARIA ROSARIA SAN GIORGIO.

 

Fatto

FATTI DI CAUSA

1.- Il Tribunale di Napoli ha rigettato l’opposizione proposta da D.Y., originario della (OMISSIS), nei confronti del provvedimento della competente Commissione Territoriale di rigetto della sua domanda di riconoscimento della protezione internazionale nelle diverse forme.

Il richiedente, di religione (OMISSIS), ed il cui padre era un landam, (recte: adhan), aveva cioè il compito di chiamare alla preghiera i correligionari, aveva dichiarato di essere subentrato al padre, dopo la sua morte, nell’esercizio di quella funzione, che infastidiva i (OMISSIS) e provocava scontri. Non avendo la possibilità economica di versare il canone di locazione, si era trasferito presso il suo datore di lavoro, che era (OMISSIS). Era fuggito dal suo Paese dopo che i (OMISSIS) avevano bruciato la moschea e dopo che alcuni di essi, alla sua ricerca, si erano recati dal suo datore di lavoro che egli aveva poi trovato morto in una pozza di sangue. Egli temeva che, rimpatriando, si sarebbe esposto al rischio di essere ucciso da costoro.

Il Tribunale ha condiviso il convincimento della Commissione circa la genericità e la inverosimiglianza della narrazione del richiedente, con particolare riferimento alla circostanza che lo stesso svolgesse la funzione di adhan e alla esistenza di scontri tra (OMISSIS) e musulmani nella sua regione di provenienza, viceversa esclusi dalle fonti consultate, oltre che alla lacunosità del racconto dell’omicidio del suo datore di lavoro. Ne’ è configurabile in (OMISSIS) – ha affermato il giudice di merito – una situazione di violenza indiscriminata derivante da conflitto armato interno o internazionale. Sicché era da escludere nella specie la sussistenza dei presupposti per il riconoscimento della protezione sussidiaria. Allo stesso modo, nella situazione dedotta dal richiedente, ritenuta non credibile, erano inesistenti, in assenza di una specifica vulnerabilità, le condizioni per il riconoscimento del permesso di soggiorno per motivi umanitari.

2.- Per la cassazione di tale decreto ricorre D.Y. sulla base di tre motivi. L’intimato Ministero dell’Interno resiste con controricorso.

Diritto

RAGIONI DELLA DECISIONE

1.- Con il primo motivo di ricorso si deduce motivazione apparente e perplessa ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5. Il Tribunale avrebbe ritenuto non credibile la narrazione del ricorrente senza dar conto in maniera esauriente e con logica e congruente motivazione delle ragioni del proprio convincimento, nonostante lo stesso avesse compiuto ogni ragionevole sforzo per circostanziare la sua domanda di protezione internazionale. La valutazione di affidabilità del richiedente la protezione internazionale non è frutto di opinioni soggettive del giudice, ma il risultato di una procedimentalizzazione legale della decisione, e deve essere svolta alla stregua dei criteri stabiliti nel D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 3, comma 5.

1.1. – La censura è inammissibile.

Il giudice di merito ha dato conto in modo esaustivo del proprio convincimento in ordine alla inverosimiglianza delle dichiarazioni del ricorrente, soffermandosi in modo dettagliato sulle ragioni che lo hanno indotto a dubitare dello svolgimento da parte dello stesso delle mansioni di adhan e dell’omicidio del suo datore di lavoro. Il Tribunale ha, inoltre, attraverso la consultazione di fonti ufficiali – che hanno attestato una situazione di tolleranza reciproca tra (OMISSIS) e (OMISSIS) -, smentito la versione fornita dal ricorrente sulla esistenza di un conflitto religioso nel suo Paese.

Ciò posto, il ricorrente sostanzialmente sollecita un riesame delle emergenze istruttorie, inammissibile in sede di legittimità, senza indicare alcun fatto di cui sia stato omesso l’esame.

1.2. – Ne’ è ipotizzabile il mancato adempimento da parte del Tribunale del proprio dovere di cooperazione officiosa nell’accertamento della situazione del Paese di origine del richiedente la protezione.

In tema di protezione internazionale, l’attenuazione del principio dispositivo derivante dalla cooperazione istruttoria, cui il giudice del merito è tenuto, non riguarda il versante dell’allegazione, che anzi deve essere adeguatamente circostanziata, ma la prova, con la conseguenza che l’osservanza degli oneri di allegazione si ripercuote sulla verifica della fondatezza della domanda (cfr., tra le altre, Cass., sent. n. 3016 del 2019, ord. n. 27336 del 2018).

2. – Con il secondo motivo si denuncia violazione e/o falsa applicazione del D.Lgs. 19 novembre 2007, n. 251, art. 3, comma 3, lett. a) e art. 14 e del D.Lgs. 25 gennaio 2008, n. 25, art. 8, comma 3, ex art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, e motivazione apparente e perplessa ex art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5 Avrebbe errato il Tribunale nel ritenere insussistenti i presupposti per il riconoscimento della protezione sussidiaria ai sensi del D.Lgs. n. 251 del 2007, lett. b) e c). Sotto il primo profilo, in (OMISSIS) esiste una situazione di conflitto in cui si sviluppano episodi di violenza ad opera di gruppi armati e che non garantisce sicurezza determinando anche a carico del ricorrente un forte pericolo per la sua vita ed incolumità fisica, derivante da tale violenza. Quanto ai presupposti di cui al citato art. 14, lett. C in (OMISSIS) esiste una situazione di violenza indiscriminata.

2.1. – La censura è infondata.

2.2. – Va premesso che, come ripetutamente affermato da questa Corte, le dichiarazioni del richiedente la protezione internazionale in ordine alla sua vicenda personale non richiedono approfondimento istruttorio ufficioso in caso di inattendibilità con riguardo alle ipotesi di cui al D.Lgs. 19 novembre 2007, n. 251, art. 14, lett. a) e b). Invece, il dovere del giudice di cooperazione istruttoria sussiste sempre in relazione alla fattispecie contemplata dal D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 14, lett. c). Infatti, in tal caso il potere-dovere di indagine d’ufficio del giudice circa la situazione generale esistente nel paese d’origine del richiedente, che va esercitato dando conto delle fonti informative attinte, in modo da verificarne anche l’aggiornamento, non trova ostacolo nella non credibilità delle dichiarazioni rese dal richiedente stesso riguardo alla propria vicenda personale, sempre che il giudizio di non credibilità non investa il fatto stesso della provenienza dell’istante dall’area geografica interessata alla violenza indiscriminata che fonda tale forma di protezione (v., tra le altre, Cass., 14283 del 2019).

2.3. – Ciò posto, deve rilevarsi che nella specie il Tribunale, esclusa la credibilità della narrazione del ricorrente quanto alla sua vicenda personale, ha accuratamente vagliato la situazione della (OMISSIS) in relazione alla denunciata conflittualità tra (OMISSIS) e (OMISSIS), escludendo, sulla base della consultazione di fonti accreditate, puntualmente citate nel provvedimento impugnato, la esistenza di una siffatta situazione, senza ricevere contestazione dal ricorrente, che si è limitato a denunciare il pericolo dovuto ad una condizione di violenza diffusa, non controllata dalle autorità dello Stato, e di limitazioni della libertà personale di espressione e di associazione, senza allegare il danno individuale correlato alla sua presenza nel territorio della (OMISSIS).

Quanto, poi, alla fattispecie di cui al richiamato art. 14, lett. C il Tribunale ha escluso, sulla base della consultazione di fonti informative qualificate delle quali ha dato puntualmente conto, che la (OMISSIS) sia da considerare teatro di violenza indiscriminata in situazioni di conflitto armato interno od internazionale.

3. – Con il terzo motivo si denuncia la violazione e falsa applicazione del D.Lgs. 25 luglio 1998, n. 286, art. 5, comma 6, D.Lgs. 19 novembre 2007, n. 251, art. 3, comma 3, lett. a), e D.Lgs. 25 gennaio 2008, n. 25, art. 8, comma 3, nonché motivazione apparente e perplessa in relazione al mancato riconoscimento della protezione umanitaria in considerazione della situazione di violenza indiscriminata e violazione dei diritti umani esistente in (OMISSIS) e della vulnerabilità del ricorrente a causa della giovane età, della perdita dei genitori e della integrazione in Italia.

3.1.- Il motivo è infondato.

3.1. – Il riconoscimento del diritto al permesso di soggiorno per motivi umanitari di cui al D.Lgs. 25 luglio 1998, n. 286, art. 5, comma 6, al cittadino straniero che abbia realizzato un grado adeguato di integrazione sociale in Italia deve fondarsi su una effettiva valutazione comparativa della situazione soggettiva ed oggettiva del richiedente con riferimento al Paese di origine, al fine di verificare se il rimpatrio possa determinare la privazione della titolarità e dell’esercizio dei diritti umani, al di sotto del nucleo ineliminabile costitutivo dello statuto della dignità personale, in correlazione con la situazione di integrazione raggiunta nel Paese di accoglienza (cfr. Cass., SS.UU., sent. n. 29459 del 2019; Cass., sent. n. 4455 del 2018).

Al di là delle ipotesi di tale privazione, il diritto di cui si tratta non può essere affermato in considerazione del contesto di generale e non specifica compromissione dei diritti umani accertato in relazione al Paese di provenienza, atteso che il rispetto del diritto alla vita privata di cui all’art. 8 CEDU può soffrire ingerenze legittime da parte di pubblici poteri finalizzate al raggiungimento di interessi pubblici contrapposti quali quelli relativi al rispetto delle leggi sull’immigrazione (v. Cass., ord. n. 17072 del 2018).

Ne’ è ipotizzabile un obbligo dello Stato italiano di garantire allo straniero “parametri di benessere”, o quello di impedire, in caso di ritorno in patria, il sorgere di situazioni di “estrema difficoltà economica e sociale”, in assenza di qualsivoglia effettiva condizione di vulnerabilità che prescinda dal risvolto prettamente economico (v. Cass., ord. n. 3681 del 2019).

Posti tali principi di diritto, deve rilevarsi che ad essi si è attenuto il giudice del merito nel negare al ricorrente il riconoscimento del permesso di soggiorno per motivi umanitari. Il Tribunale, infatti, dopo essersi espresso nel senso che il quadro della situazione generale della (OMISSIS) emergente dalla istruttoria, svolta attraverso la consultazione di fonti internazionali ufficiali, non denota una situazione di violenza indiscriminata, ha rilevato, con riguardo specificamente alla richiesta di soggiorno per motivi umanitari, la impossibilità di ravvisare nella narrazione da parte del ricorrente del suo vissuto alcun elemento costitutivo del diritto di cui si tratta. Ne’ risulta che lo stesso ricorrente abbia allegato fatti indicativi della sua integrazione nel tessuto sociale italiano, tali da consentire una comparazione della situazione soggettiva ed oggettiva del richiedente con riferimento al Paese di origine.

4.- Conclusivamente, il ricorso deve essere rigettato. In ossequio al criterio della soccombenza, il ricorrente deve essere condannato alla rifusione delle spese del giudizio, che si liquidano come da dispositivo. Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, inserito dalla L. n. 228 del 2012, art. 1, comma 17, deve darsi atto della sussistenza dei presupposti per il versamento, da parte del ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello previsto per il ricorso, giusta lo stesso art. 13, comma 1 bis se dovuto.

P.Q.M.

Rigetta il ricorso. Condanna il ricorrente al pagamento delle spese del giudizio, che liquida in complessivi Euro 2100,00 oltre alle spese prenotate a debito. Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, inserito dalla L. n. 228 del 2012, art. 1, comma 17, dà atto della sussistenza dei presupposti per il versamento, da parte del ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello previsto per il ricorso, giusta lo stesso art. 13, comma 1 bis se dovuto.

Così deciso in Roma, nella camera di consiglio della Sezione Seconda civile, il 6 ottobre 2020.

Depositato in Cancelleria il 31 agosto 2021

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