Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 23623 del 11/11/2011

Cassazione civile sez. trib., 11/11/2011, (ud. 05/10/2011, dep. 11/11/2011), n.23623

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE TRIBUTARIA

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. PIVETTI Marco – Presidente –

Dott. BOGNANNI Salvatore – rel. Consigliere –

Dott. CAPPABIANCA Aurelio – Consigliere –

Dott. DI IASI Camilla – Consigliere –

Dott. VALITUTTI Antonio – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

sentenza

sul ricorso proposto da:

F.R., elettivamente domiciliato in ROMA PIAZZA CAVOUR,

presso la cancelleria della CORTE DI CASSAZIONE, rappresentato e

difeso dall’avvocato PREZIOSI CLAUDIO con studio in AVELLINO VIA

MATTEOTTI 22, (avviso postale), giusta delega a margine;

– ricorrente –

contro

MINISTERO DELL’ECONOMIA E FINANZE in persona del Ministro pro

tempore, AGENZIA FISCALE DELLE ENTRATE in persona del Direttore pro

tempore, elettivamente domiciliati in ROMA VIA DEI PORTOGHESI 12,

presso l’AVVOCATURA GENERALE DELLO STATO, che li rappresenta e

difende ope legis;

– controricorrenti –

avverso la sentenza n. 339/2004 della COMM. TRIB. REG. SEZ. DIST. di

SALERNO, depositata il 17/11/2005;

udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del

05/10/2011 dal Consigliere Dott. SALVATORE BOGNANNI;

udito per il ricorrente l’Avvocato SESSA, delega Avvocato PREZIOSI,

che si riporta agli scritti;

udito per il resistente l’Avvocato ALBENZIO, che si riporta al

controricorso;

udito il P.M. in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott.

GAETA Pietro, che ha concluso per il rigetto del ricorso.

Fatto

SVOLGIMENTO DEL PROCESSO

1. F.R. propone ricorso per cassazione, affidato a due motivi, avverso la sentenza della commissione tributaria regionale della Campania, sez. stacc. di Salerno, n. 339/02/04, depositata il 17 novembre 2005, con la quale il suo appello svolto contro quella di primo grado veniva rigettato, sul presupposto che l’avviso di accertamento per Irpef ed Ilor relative al 1994, scaturito dalla verifica della Guardia di finanza in ordine all’attività di intermediazione finanziaria, esercitata anche con profili di rilevanza penale, tuttavia era regolare e fondato. Il Ministero e l’agenzia resistono con controricorso.

Diritto

MOTIVI DELLA DECISIONE

2. Col primo motivo il ricorrente deduce violazione e/o falsa applicazione di diverse norme di legge, nonchè vizi di motivazione, in quanto la CTR non considerava che l’atto impositivo si basava su redditi di capitale, senza che fossero stati mai indicati i contratti, le parti e le varie operazioni in genere, costituendo tali dati elementi essenziali di prova a riscontro della pretesa fiscale, nonostante che semmai si doveva trattare di attività d’impresa, senza che la relativa lagnanza fosse stata esaminata dal giudice del gravame, sebbene essa fosse stata prospettata.

Il motivo è inammissibile, perchè generico, posto che il ricorrente non ha riportato specificamente il passo del ricorso in appello con cui la doglianza sarebbe stata proposta, cadendo in tal modo nel vizio di carenza di autosufficienza del mezzo d’impugnazione.

Tuttavia – “ad abundantiam” – va rilevato che esso è comunque infondato, posto che, com’è noto, in tema di imposte sui redditi, è legittimo l’avviso di accertamento con il quale l’amministrazione finanziaria, accertata l’esistenza di reddito tassabile, lo abbia inquadrato in una categoria reddituale, anche se diversa da quella successivamente accertata, prima in sede penale e, poi, dalla commissione tributaria. Pertanto, una volta accertata la percezione da parte del contribuente di un determinato provento, non se ne può escludere la tassabilità, qualora l’ufficio non lo inquadri nella corretta categoria reddituale (Cfr. anche Cass. Sentenze n. 23238 del 27/10/2006, n. 15567 del 2000).

3. Col secondo motivo il ricorrente denunzia violazione di norme di legge, giacchè il giudice di appello non considerava che gli introiti da attività illecita, e cioè usura, inerenti al 1994, erano stati sottoposti a sequestro penale nel 1995, e pertanto non potevano essere soggetti ad imposizione per il divieto espressamente previsto dalla L. n. 537 del 1993, art. 14, pena la doppia imposizione.

La censura non ha pregio. Invero in tema di imposte sui Redditi e con riguardo alla tassazione dei proventi derivanti da attività illecite, ai sensi della L. n. 537 del 1997, art. 14, comma 4 affinchè operi la causa di esclusione dell’imponibilità costituita dalla circostanza che i detti proventi risultino “già sottoposti a sequestro o confisca penale”, occorre che il provvedimento ablatorio sia intervenuto nello stesso periodo di imposta cui il provento si riferisce, così operando il principio di capacità contributiva di cui all’art. 53 Cost. Ne consegue che se l’accertamento riguardi illeciti proventi relativi a più annualità, il sequestro o la confisca sono opponibili al fisco soltanto con riferimento all’annualità in cui detti atti ablatori siano stati posti in essere e non per quelle precedenti, come nella specie, giusta anche la considerazione svolta dalla CTR (V. pure Cass. Sentenze n. 869 del 20/01/2010, n. 7337 del 2003).

4. Dunque alla luce di quanto più sopra enunciato, la decisione impugnata risulta motivata in modo adeguato e giuridicamente corretto.

Ne deriva che il ricorso va rigettato. Quanto alle spese del giudizio, esse seguono la soccombenza, e vengono liquidate come in dispositivo.

P.Q.M.

LA CORTE Rigetta il ricorso, e condanna il ricorrente al rimborso delle spese a favore dei controricorrenti, e che liquida in Euro 10.000,00 (diecimila/00) per onorario, oltre a quelle prenotate a debito; alle spese generali ed agli accessori di legge.

Così deciso in Roma, il 5 ottobre 2011.

Depositato in Cancelleria il 11 novembre 2011

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