Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 23579 del 27/10/2020

Cassazione civile sez. I, 27/10/2020, (ud. 17/07/2020, dep. 27/10/2020), n.23579

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE PRIMA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. TRIA Lucia – Presidente –

Dott. TRICOMI Laura – rel. Consigliere –

Dott. ROSSETTI Marco – Consigliere –

Dott. VELLA Paola – Consigliere –

Dott. FALABELLA Massimo – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 14262/2019 proposto da:

J.K., domiciliato in Roma, Via Otranto n. 12, presso lo studio

dell’Avvocato Marco Grispo, dal quale è rappresentato e difeso,

giusta allegata con foglio separato al ricorso;

– ricorrente –

contro

Ministero dell’Interno, in persona del Ministro pro tempore,

domiciliato in Roma Via dei Portoghesi 12 presso l’Avvocatura

Generale dello Stato, che lo rappresenta e difende;

– controricorrente –

avverso la sentenza n. 233/2019 della CORTE DI APPELLO di PERUGIA,

depositata il 19/04/2019;

udita la relazione della causa svolta nella Camera di consiglio del

17/07/2020 dal Cons. Dott. TRICOMI LAURA;

lette le conclusioni del P.M., in persona del Sostituto Procuratore

Generale Dott. CERONI Francesca, che ha concluso per l’accoglimento

del ricorso.

 

Fatto

RITENUTO

che:

J.K., nato in (OMISSIS), con ricorso del D.Lgs. n. 25 del 2008, ex art. 35, aveva impugnato dinanzi il Tribunale di Perugia, con esito sfavorevole, il provvedimento di diniego adottato della Commissione Territoriale in merito alla domanda di riconoscimento della protezione internazionale ed umanitaria; la decisione è stata confermata con la sentenza della Corte territoriale oggi impugnata.

Il ricorrente, come si evince dal ricorso (fol. 2/3), aveva narrato di essere fuggito dal proprio Paese perchè, pur essendo musulmano sunnita, era stato criticato dagli appartenenti a tale religione perchè il negozio di cd musicali e film che gestiva con la famiglia non era stato ritenuto conforme a tale credo, e successivamente erano stati picchiati selvaggiamente, tanto che il padre era deceduto in conseguenza di ciò, ed aveva subito altri attacchi che lo avevano indotto a lasciare il Paese.

La Corte territoriale ha affermato che le ragioni della fuga non rientravano in alcuna delle ipotesi di persecuzione e che l’allontanamento del ricorrente dal Pakistan andava ascritto ad una scelta personale, sulla considerazione che questi non aveva dato prove in merito alla vana richiesta di aiuto rivolta alle autorità locali: ha, quindi, escluso la sussistenza dei presupposti per il riconoscimento dello status di rifugiato, nonchè della protezione sussidiaria – mediante diretto rinvio alla sentenza di primo grado – e della protezione umanitaria, non avendo il ricorrente dimostrato la violazione di diritti fondamentali della persona in caso di rimpatrio.

Avverso detta sentenza il richiedente propone ricorso per cassazione con tre mezzi concernenti le domande di riconoscimento dello status di rifugiato, della protezione sussidiaria e del permesso di soggiorno per motivi umanitari.

Il Ministero dell’Interno ha replicato con controricorso.

Il Procuratore Generale ha rassegnato conclusioni scritte, chiedendo l’accoglimento del ricorso.

Diritto

CONSIDERATO

che:

1. Il ricorso è articolato nei seguenti tre motivi:

Primo motivo: Violazione e falsa applicazione dell’art. 1 della Convenzione di Ginevra, nonchè omesso esame di fatti decisivi per il giudizio; violazione e falsa applicazione del D.Lgs. n. 251 del 2007, artt. 2, 3, 4,5 e 8 e del D.Lgs. n. 25 del 2008, art. 8, comma 3.

Secondo motivo: Violazione e falsa applicazione del D.Lgs. n. 251 del 2007, artt. 2, 3, 4,5,7,14,16 e 17, D.Lgs. n. 25 del 2008, art. 8 e del D.Lgs. n. 25 del 2008, art. 32; omesso esame di fatti decisivi per il giudizio. Il motivo critica la reiezione della domanda di protezione sussidiaria.

Terzo motivo: Violazione e falsa applicazione del D.Lgs. n. 25 del 2008, art. 32 e del D.Lgs. n. 286 del 1998, art. 5, comma 6; omesso esame di fatti decisivi per il giudizio. Il motivo critica la reiezione della domanda di protezione umanitaria.

2. I primi due motivi, da trattare congiuntamente per connessione, sono fondati e vanno accolti.

Entrambi criticano la reiezione della domanda di rifugio e di protezione sussidiaria facendo sostanzialmente valere l’apparenza della motivazione, priva di argomentazioni, a sostegno della conferma della decisione di primo grado, atte a disattendere i motivi di gravame, e quindi la nullità della sentenza, e risultano fondati.

Giova ricordare che “Nei giudizi di protezione internazionale, a fronte del dovere del richiedente di allegare, produrre o dedurre tutti gli elementi e la documentazione necessari a motivare la domanda, la valutazione delle condizioni socio-politiche del Paese d’origine del richiedente deve avvenire, mediante integrazione istruttoria officiosa, tramite l’apprezzamento di tutte le informazioni, generali e specifiche di cui si dispone pertinenti al caso, aggiornate al momento dell’adozione della decisione, sicchè il giudice del merito non può limitarsi a valutazioni solo generiche ovvero omettere di individuare le specifiche fonti informative da cui vengono tratte le conclusioni assunte, potendo incorrere in tale ipotesi, la pronuncia, ove impugnata, nel vizio di motivazione apparente.” (Cass. n. 13897 del 22/05/2019) e che il potere – dovere di cooperazione istruttoria, in deroga all’ordinario principio dispositivo della prova, va attuato “… mediante l’assunzione di informazioni specifiche, attendibili e aggiornate, non risalenti rispetto al tempo della decisione, che il giudice deve riportare nel contesto della motivazione, non potendosi considerare fatti di comune e corrente conoscenza quelli che vengono via via ad accadere nei Paesi estranei alla Comunità Europea” (Cass. n. 11096 del 19/04/2019; cfr. anche Cass. n. 29056 dell’11/11/2019).

A ciò va aggiunto che “In tema di ricorso per cassazione, è nulla, ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 4, per violazione dell’art. 132 c.p.c., comma 2, n. 4, la motivazione solo apparente, che non costituisce espressione di un autonomo processo deliberativo, quale la sentenza di appello motivata “per relationem” alla sentenza di primo grado, attraverso una generica condivisione della ricostruzione in fatto e delle argomentazioni svolte dal primo giudice, senza alcun esame critico delle stesse in base ai motivi di gravame.” (Cass. n. 27112 del 25/10/2018), ciò perchè “La sentenza d’appello può essere motivata “per relationem”, purchè il giudice del gravame dia conto, sia pur sinteticamente, delle ragioni della conferma in relazione ai motivi di impugnazione ovvero della identità delle questioni prospettate in appello rispetto a quelle già esaminate in primo grado, sicchè dalla lettura della parte motiva di entrambe le sentenze possa ricavarsi un percorso argomentativo esaustivo e coerente, mentre va cassata la decisione con cui la corte territoriale si sia limitata ad aderire alla pronunzia di primo grado in modo acritico senza alcuna valutazione di infondatezza dei motivi di gravame” (Cass. n. 20883 del 05/08/2019).

Nel caso di specie la sentenza impugnata è nulla perchè completamente carente nell’illustrazione delle critiche dall’appellante alla statuizione di primo grado e delle considerazioni che hanno indotto la Corte territoriale a disattenderle giacchè la motivazione per relationem alla sentenza di primo grado si è esaurita nella mera adesione ad essa, senza che siano state illustrate le ragioni di tale condivisione, così rendendo impossibile l’individuazione del thema decidendum e delle ragioni poste a fondamento del dispositivo.

Invero la Corte territoriale, pur non essendosi pronunciata per la non credibilità del richiedente, ha escluso l’applicabilità dello status di rifugiato perchè ha ricondotto a “evidente” (fol. 3 della sent. imp.) scelta personale l’allontanamento del Paese di origine, ma non ha illustrato le ragioni di tale convincimento e condivisione; ha, inoltre, omesso radicalmente di esaminare e ricostruire la situazione socio/politica del Paese di origine – che avrebbe potuto rilevare ai fini dell’accoglimento della domanda di protezione internazionale del D.Lgs. n. 251 del 2007, ex art. 14, lett. c) – utilizzando, anche in questo caso, una adesione formale alla motivazione della decisione di primo grado che appare di stile.

3. Resta assorbito il terzo motivo, in quanto la domanda avente ad oggetto la protezione umanitaria dev’essere trattata solo ove vengano rigettate nel merito le domande rivolte verso gli strumenti tipici di protezione internazionale (Cass. n. 11261 del 24/4/2019).

4. In conclusione vanno accolti i motivi primo e secondo del ricorso, assorbito il terzo; la sentenza impugnata va cassata e rinviata alla Corte di appello di Perugia in diversa composizione anche per le spese.

PQM

– Accoglie i motivi primo e secondo del ricorso, assorbito il terzo; cassa la sentenza impugnata e rinvia alla Corte di appello di Perugia

in diversa composizione anche per le spese.

Così deciso in Roma, il 17 luglio 2020.

Depositato in Cancelleria il 27 ottobre 2020

 

 

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