Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 23556 del 09/10/2017


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Cassazione civile, sez. II, 09/10/2017, (ud. 21/06/2017, dep.09/10/2017),  n. 23556

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SECONDA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. BIANCHINI Bruno – Presidente –

Dott. FEDERICO Guido – Consigliere –

Dott. SCALISI Antonino – rel. Consigliere –

Dott. CRISCUOLO Mauro – Consigliere –

Dott. PENTA Andrea – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 22152-2014 proposto da:

P.T., P.C. M., P.G. B., elettivamente

domiciliati in ROMA, PIAZZA DEL POPOLO 18, presso lo studio

dell’avvocato ALESSANDRO BONTA, rappresentati e difesi dall’avvocato

MARIA BIANCHINI;

– ricorrenti –

contro

B.R., elettivamente domiciliata in ROMA, VIA G FERRARI

2/11, presso lo studio dell’avvocato MASSIMO TIRONE, rappresentata e

difesa dall’avvocato GIUSEPPE MARINELLI;

– controricorrente –

avverso la sentenza n. 149/2013 della CORTE D’APPELLO di CAMPOBASSO,

depositata il 26/06/2013;

udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio del

21/06/2017 dal Consigliere Dott. SCALISI ANTONINO.

Fatto

FATTI DI CAUSA

P.M. impugnò i testamenti olografi redatti dalla sorella P.I., con i quali costei aveva nominato eredi, rispettivamente, B.R. e S.C., perchè redatti e disposti in uno stato di incapacità psicofisica della de cuius a disporre delle sue sostanze per testamento e chiese che fosse accertata la propria qualità di erede legittimo universale della “de cuius” con conseguente condanna delle convenute al rilascio dei beni ereditari posseduti.

Si costituivano le convenute. B.R. deduceva l’inammissibilità della domanda attrice perchè infondata in fatto ed in diritto. S. chiedeva il rigetto della domanda attrice ed evidenziava di essersi solamente limitata alla pubblicazione della scheda testamentaria del 2 marzo 1997, della quale ignorava eventuali vizi di nullità, per altro, neppure rilevati dal notaio rogante.

Il Tribunale di Isernia con sentenza n. 150 del 2007 dichiarava la nullità del secondo testamento, rigettando ogni altra domanda.

Avverso questa sentenza proponevano appello P.T., P.C. M. e P.G. B. nei confronti della sola B.R., che si costituì deducendo l’inammissibilità e, comunque, l’infondatezza del gravame.

La Corte d’Appello di Campobasso, con sentenza n. 149 del 2013, in accoglimento dell’eccezione preliminare della B., dichiarava l’appello inammissibile per difetto di valida procura alle liti; al riguardo rilevò che le procure speciali degli appellanti erano state rilasciate all’estero per scritture private autenticate da notaio o funzionario consolare ed erano prive di ogni riferimento alla causa d’appello, recando unicamente la locuzione “in ogni stato e grado del procedimento”: La Corte distrettuale escluse, peraltro, che potessero trovare applicazione l’art. 83 c.p.c., comma 3, – riferito alle procure autenticate dal difensore e non a quelle notarili- e l’art. 182 c.p.c., comma 2, applicabile ai giudizi instaurati dopo l’entrata in vigore della L. n. 69 del 2009;

La cassazione di questa sentenza è stata chiesta da P.T., P.C. M. e P.G. B. con ricorso affidato a tre motivi. B.R. ha resistito con controricorso.

Diritto

RAGIONI DELLA DECISIONE

1.= P.T., P.C. M. e P.G. B., lamentano:

a) con il primo motivo la violazione dell’art. 83 c.p.c., rilevando che, per consolidata giurisprudenza, ai fini della validità della procura speciale è irrilevante l’omessa menzione del procedimento per il quale essa sia stata rilasciata, qualora la stessa, come nel caso di specie, venga notificata unitamente all’atto cui accede, in quanto la sua collocazione è idonea a conferire certezza circa la sua pertinenza al giudizio cui l’atto si riferisce; specificano, peraltro, che le procure erano state rilasciate in conformità alla “lex loci” ed alle linee fondamentali dell’ordinamento italiano, contenendo l’attestazione da parte del certificatore che la sottoscrizione era stata apposta in sua presenza;

b) con il secondo motivo, la violazione dell’art. 182 c.p.c., dolendosi del fatto che la Corte d’appello abbia omesso di esercitare il potere di sanatoria di cui all’art. 182 c.p.c., a fronte di un indirizzo giurisprudenziale che afferma la sussistenza di un obbligo del giudice in tal senso anche per le controversie introdotte prima della riscrittura della norma intervenuta con la L. n. 69 del 2009;

c) con il terzo motivo la violazione dell’art. 111 Cost., affermando che con la declaratoria di inammissibilità, resa dopo l’adozione di provvedimenti significativi della volontà di istruire la lite, la Corte d’appello avrebbe violato il principio di economia processuale;

1.1.= In via pregiudiziale va esaminato il secondo motivo del ricorso: lo stesso è fondato.

Il Collegio ritiene che il principio, secondo cui “L’art. 182 c.p.c., comma 2, (nel testo applicabile “ratione temporis”, anteriore alle modifiche introdotte dalla L. n. 69 del 2009), secondo cui il giudice che rilevi un difetto di rappresentanza, assistenza o autorizzazione “può” assegnare un termine per la regolarizzazione della costituzione in giudizio, dev’essere interpretato, anche alla luce della modifica apportata dalla L. n. 69 del 2009, art. 46, comma 2, nel senso che il giudice “deve” promuovere la sanatoria, in qualsiasi fase e grado del giudizio e indipendentemente dalle cause del predetto difetto, assegnando un termine alla parte che non vi abbia già provveduto di sua iniziativa, con effetti “ex tunc”, senza il limite delle preclusioni derivanti da decadenze processuali”, espresso dalla Sezioni Unite di questa Corte con la sentenza an. 9217 del 2010 sia risolutivo anche della questione in esame. Vero è che la norma di cui all’art. 182, comma 2, così come modificata dalla L. n. 69 del 2009, non ha natura interpretativa, e come tale ha efficacia per l’avvenire e non anche per il passato, ma non è senza rilevo il fatto che quella norma abbia avallato l’interpretazione coltivata da una parte della dottrina e dalla giurisprudenza prevalente, anche, di questa Corte e che il Collegio condivide, secondo cui l’intervento del giudice, ex art. 182 c.p.c., inteso a sanare i vizi di costituzione derivanti dal difetto di capacità processuale delle parti è obbligatorio e va esercitato in qualsiasi fase o grado del giudizio, e ha efficacia ex tunc, senza il limite delle preclusioni derivanti da decadenze processuali, proprio perchè se il giudice, ai sensi dell’art. 182 c.p.c., (ante riforma) aveva l’obbligo di promuovere in ogni fase o grado del giudizio la regolarizzazione del difetto di capacità processuale, non poteva dichiararlo senza prima assegnare un termine alla parte per provvedervi. Pertanto, appare rispedente a criteri di ragionevolezza estendere l’obbligatorietà del giudice di promuovere la sanatoria di un difetto di rappresentanza, assistenza o autorizzazione delle parti in causa esplicitamente affermato dall’art. 182, dopo la riforma di cui alla L. n. 69 del 2009, anche per il passato.

1.2.= L’accoglimento del secondo motivo del ricorso priva di significato gli altri due motivi che devono ritenersi assorbiti.

In definitiva, il ricorso va accolto la sentenza impugnata va cassata e la causa rinviata alla Corte di Appello dell’Aquila, la quale provvederà al regolamento delle spese anche del presente giudizio di cassazione.

PQM

 

La Corte accoglie il ricorso, cassa la sentenza impugnata e rinvia la causa alla Corte di Appello dell’Aquila, che provvederà, alla liquidazione delle spese anche di questo giudizio di cassazione.

Così deciso in Roma, nella Camera di Consiglio della Seconda Sezione Civile della Corte di Cassazione, il 21 giugno 2017.

Depositato in Cancelleria il 9 ottobre 2017

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