Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 23547 del 18/11/2016


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Cassazione civile sez. VI, 18/11/2016, (ud. 14/09/2016, dep. 18/11/2016), n.23547

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SESTA CIVILE

SOTTOSEZIONE T

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. SCHIRO’ Stefano – Presidente –

Dott. CIRILLO Ettore – Consigliere –

Dott. NAPOLITANO Lucio – Consigliere –

Dott. FEDERICO Guido – rel. Consigliere –

Dott. VELLA Paola – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 18327-2015 proposto da:

CALABRODENTAL SRL, in persona del suo legale rappresentante; IM.MAR.

S.R.L. in persona del suo legale rappresentate, elettivamente

domiciliati in ROMA, VIA SAN TARCISIO 93, presso lo studio

dell’avvocato PIETRO RAIMONDO, che lo rappresenta e difende giusta

procura in calce al ricorso;

– ricorrenti –

contro

AGENZIA DELLE ENTRATE, c.f. (OMISSIS), in persona del Direttore

pro-tempore, elettivamente domiciliata in ROMA, VIA DEI PORTOGHESI

12, presso l’AVVOCATURA GENERALE DELLO STATO, che la rappresenta e

difende ope legis;

– controricorrente –

avverso la sentenza n. 221/3/2015 della COMMISSIONE TRIBUTARIA

REGIONALE di CATANZARO emessa il 04/12/2014 e depositata il

04/03/2015;

udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio del

14/09/2016 dal Consigliere Relatore Dott. GUIDO FEDERICO;

udito l’Avvocato Pietro Raimondo per le società ricorrenti che si

riporta agli scritti insistendo per l’accoglimento del ricorso,

chiede in subordine il rinvio per l’acquisizione del fascicolo di

merito.

Fatto

FATTO E DIRITTO

La Corte,

costituito il contraddittorio camerale sulla relazione prevista dall’art. 380 bis c.p.c., osserva quanto segue:

La contribuente Calabrodental srl nonchè l’impresa consolidante Im.mar srl ricorrono nei confronti dell’Agenzia delle Entrate che resiste con controricorso, per la cassazione della sentenza della Commissione Tributaria Regionale della Calabria n. 221/3/2015, depositata il 4 marzo 2015, con la quale, confermando la pronuncia di primo grado, è stato respinto il ricorso delle contribuenti avverso l’avviso di accertamento, con il quale è stato accertato un maggior reddito ai fini Ires della Calabrodental relativo all’anno 2006.

La CTR, in particolare, dichiarava inammissibile la censura di nullità degli avvisi di accertamento per difetto di sottoscrizione, in quanto proposta per la prima volta nel giudizio di appello.

Respingeva altresì la dedotta violazione della L. n. 212 del 2000, artt. 8, 10 e 12, rilevando che l’accertamento era scaturito da un invito alla contribuente a produrre documentazione, senza redazione di alcun pvc e disattendeva, nel merito, le contestazioni della contribuente.

La contribuente ha altresì depositato memoria illustrativa.

Con il primo motivo di ricorso la contribuente denunzia la violazione e falsa applicazione D.P.R. n. 600 del 1973, art. 42, nonchè della L. n. 212 del 2000, artt. 8, 10 e 12 in relazione all’art. 360 c.p.c., nn. 3) e 5), censurando la sentenza impugnata per aver omesso di rilevare la nullità dell’avviso di accertamento, in quanto la relativa motivazione era del tutto inidonea a soddisfare i requisiti di cui alla L. n. 212 del 2000, art. 12 lamentando, in particolare, che l’avviso di accertamento era stato emesso prima dei 60 gg. dalla chiusura delle operazioni di verifica, senza che fossero indicati i motivi di urgenza che giustificavano l’emissione anticipata.

Il motivo appare infondato.

La CTR ha infatti accertato, dandone atto in motivazione, che l’avviso di accertamento impugnato era scaturito da un invito effettuato D.P.R. n. 633 del 1972, ex art. 51 e D.P.R. n. 600 del 1973, art. 32, previa richiesta di documenti, e non anche all’esito di accesso presso i locali dell’impresa e redazione di pvc ed ha ritenuto, con valutazione di merito che non è sindacabile nel presente giudizio che l’atto impositivo doveva ritenersi adeguatamente motivato, in quanto la pretesa tributaria risultava completa e chiara, e tale da porre la contribuente nella condizione di conoscere gli esatti termini delle contestazioni e di difendersi adeguatamente, in conformità a quanto richiesto dal D.P.R. n. 600 del 1973, art. 42.

Con il secondo motivo si denunzia la violazione del D.P.R. n. 600 del 1973, art. 42 in relazione all’art. 360 c.p.c., n. 3), nonchè l’omesso esame di un fatto decisivo per il giudizio, oggetto di discussione, avuto riguardo all’eccepita nullità dei provvedimenti impugnati per carenza di sottoscrizione degli avvisi di accertamento da parti di un dirigente all’uopo abilitato.

Pure tale censura risulta destituita di fondamento.

Secondo quanto accertato dalla CTR nell’impugnata sentenza, non risulta infatti che la contribuente abbia, neppure genericamente, contestato la legittimazione del funzionario che aveva sottoscritto l’avviso di accertamento nell’impugnazione originaria dell’avviso di accertamento (Cass. 18448/2015; 22800/2015), con la conseguenza che, trattandosi di questione nuova, è stata correttamente affermata l’inammissibilità della questione.

Come questa Corte ha già affermato, proprio con riferimento agli effetti della sentenza della Corte costituzionale n. 37/2015 in relazione alla carenza di potere del sottoscrittore dell’avviso di accertamento, in tema di contenzioso tributario è inammissibile la denuncia di un vizio dell’atto impugnato diverso da quelli originariamente allegati o la censura di omesso rilievo d’ufficio della nullità, atteso che nel giudizio tributario, in conseguenza della sua struttura impugnatoria, operando il principio generale di conversione dei motivi di nullità dell’atto tributario in motivi di gravame, l’invalidità dell’atto, ove non sia stata ritualmente sollevata con il ricorso introduttivo, non può essere rilevata di ufficio, nè può essere fatta valere per la prima volta nel giudizio di appello o in sede di legittimità(Cass. 22810/2015).

Ed invero, secondo quanto dedotto dalla stessa ricorrente, la nullità per difetto di sottoscrizione dell’avviso di accertamento non era stata eccepita quale motivo di ricorso, ma sollevata in successive memorie integrative, sicchè ogni indagine sulla stessa deve ormai ritenersi preclusa.

Sotto altro profilo si osserva che, come questa Corte ha già affermato, in tema di accertamento tributario, ai sensi del D.P.R. n. 600 del 1973, art. 42, commi 1 e 3, gli avvisi di accertamenti devono essere sottoscritti, a pena di nullità del capo dell’ufficio o da altro funzionario delegato di carriera direttiva e, cioè, da un funzionario di area terza di cui al comparto agenzie fiscali per il quadriennio 2002-2005, di cui non è richiesta la qualifica dirigenziale, con la conseguenza che nessun effetto sulla validità di tali atti può conseguire dalla declaratoria d’incostituzionalità del D.L. n. 16 del 2012, art. 8, comma 24 pronunciata con la sentenza n. 37/2015(Cass.22810/2015) citata dalla contribuente. Con il terzo motivo si denunzia la violazione e falsa applicazione degli artt. 109 e 8 TUIR, in relazione all’art. 360 c.p.c., n. 3), nonchè l’omesso esame di un fatto decisivo per il giudizio ex art. 360 c.p.c., n. 5), censurando la sentenza impugnata per aver omesso di rilevare che le tre fatture contestate alla contribuente non erano state considerate tra i ricavi, in quanto nell’anno 2006 non era ancora certa la loro esistenza, nè determinabile il loro ammontare, come prescritto dall’art. 109 TUIR, posto che soltanto nell’anno 2007 si era avuta certezza e determinazione del ricavo, onde le relative imposte erano state corrisposte in relazione a tale annualità.

Pure tale censura appare infondata.

Conviene premettere, che secondo il consolidato indirizzo di questa Corte il criterio di competenza, di cui all’art. 109 TUIR, dev’essere rigorosamente rispettato onde il contribuente non può imputare un componente, sia esso positivo o negativo, di reddito ad un esercizio diverso da quello individuato dalle legge come di competenza(Cass. 23987/2008), in quanto l’imputazione di un componente reddituale ad un determinato esercizio anzichè ad un altro, può comportare l’alterazione dei risultati della dichiarazione.

Questa Corte ha altresì precisato che allorchè si verifichi lo sfasamento temporale dei componenti reddituali, in applicazione del principio della correlazione sono i costi a seguire i ricavi, per cui una volta determinato l’esercizio di competenza dei ricavi, si determina automaticamente l’esercizio in cui divengono deducibili i costi(Cass. 16349/2014).

A tali principi si è conformata la CTR.

Il giudice di appello ha infatti accertato che i componenti positivi recuperati a tassazione erano già noti e determinati nell’esercizio 2006, ed assumevano dunque rilevanza fiscale, essendosi verificata certezza ed obiettiva determinabilità di detti ricavi.

Ha altresì evidenziato che la contribuente, pur omettendo di assoggettare a tassazione tutte le prestazioni erogate nell’anno d’imposta considerato, aveva proceduto alla deduzione dei costi relativi nel periodo in esame, in violazione dell’art. 109 TUIR, secondo cui i costi sono di competenza del periodo nel quale i fattori produttivi sono utilizzati per conseguire i ricavi dei servizi.

P.Q.M.

La Corte rigetta il ricorso.

Condanna la contribuente alla refusione dell’Agenzia delle Entrate delle spese del presente giudizio che liquida in 6.800,00 Euro per compensi oltre a rimborso spese prenotate a debito.

Ai sensi del D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, art. 13, comma 1 quater dà atto della sussistenza dei presupposti per il versamento da parte della ricorrente dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso, a norma dello stesso art. 13, comma 1 bis.

Così deciso in Roma, il 14 settembre 2016.

Depositato in Cancelleria il 18 novembre 2016

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