Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 23541 del 27/10/2020

Cassazione civile sez. trib., 27/10/2020, (ud. 06/03/2020, dep. 27/10/2020), n.23541

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE TRIBUTARIA

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. BRUSCHETTA Ernestino Luigi – Presidente –

Dott. FUOCHI TINARELLI Giuseppe – Consigliere –

Dott. NONNO Giacomo Maria – Consigliere –

Dott. CASTORINA Rosaria Maria – rel. Consigliere –

Dott. DINAPOLI Marco – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 2326-2014 proposto da:

AGENZIA DELLE ENTRATE in persona del Direttore pro tempore,

elettivamente domiciliato in ROMA, VIA DEI PORTOGHESI 12, presso

l’AVVOCATURA GENERALE DELLO STATO, che lo rappresenta e difende;

– ricorrente –

contro

M.E.;

– intimato –

avverso la sentenza n. 2042/2012 della COMM. TRIBUTARIA CENTRALE di

FIRENZE, depositata il 29/11/2012;

udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio del

06/03/2020 dal Consigliere Dott.ssa CASTORINA ROSARIA MARIA.

 

Fatto

RITENUTO IN FATTO

M.E. impugnava un avviso di accertamento notificato dall’Agenzia delle Entrate, per l’anno di imposta 1982, emesso sulla base di un pvc dal quale emergeva che il contribuente svolgeva l’attività all’ingrosso di oreficeria.

A seguito di una indagine di polizia giudiziaria e di opportune perquisizioni risultava che nell’abitazione del suocero del M., presso cui lo stesso abitava, venivano rinvenuti articoli di orologeria in argento e oro nonchè due libretti bancari al portatore sui quali il contribuente aveva effettuato movimentazioni di ingente importo.

Il contribuente impugnava l’avviso davanti la Commissione

Tributaria di I grado di Arezzo la quale respingeva il ricorso.

La Commissione Tributaria di II grado di Arezzo, accoglieva il ricorso del contribuente e annullava l’avviso di accertamento.

L’Agenzia delle Entrate ricorreva davanti la Commissione Tributaria Centrale la quale, con sentenza n. 2042/12 depositata il 29.11.2012, rigettava l’impugnazione sul presupposto che non sussistesse la possibilità di attribuire al M. la paternità della documentazione bancaria e dei libretti al portatore.

Avverso la sentenza di appello L’Agenzia delle entrate ricorre per la cassazione, affidando il suo mezzo a tre motivi.

Il contribuente non ha spiegato difese.

Diritto

MOTIVI DELLA DECISIONE

1.Con il primo e terzo motivo di impugnazione l’Agenzia deduce insufficiente motivazione circa un fatto controverso e decisivo ai sensi dell’art. 360 c.p.c., n. 5 nella precedente formulazione e comunque omesso esame circa un fatto decisivo per il giudizio che è stato oggetto di discussione tra le parti secondo la nuova formulazione dell’art. 360 c.p.c., n. 5. Evidenzia che la sentenza era affetta da gravi vizi motivazionali e che il giudice aveva posto a fondamento della decisione l’assoluzione in sede penale senza tenere conto delle altre risultanze processuali a carico del Marchese.

2.Con il secondo motivo la ricorrente deduce la violazione dell’art. 2697 c.c. e del D.P.R. 29 settembre 1973, n. 600, art. 32, comma 2, in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, lamentando che la CTR non aveva fatto corretta applicazione dell’onere della prova in materia di accertamenti bancari.

1.1.Le censure sono suscettibili di trattazione congiunta.

Esse non sono fondate.

1.2.11 vizio di insufficiente motivazione è inammissibile.

Come affermato dalle Sezioni Unite di questa Corte, le disposizioni sul ricorso per cassazione, di cui al D.L. 22 giugno 2012, n. 83, art. 54, conv. in L. 7 agosto 2012, n. 134, circa il vizio denunciabile ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, ed i limiti d’impugnazione della “doppia conforme” ai sensi dell’art. 348-ter c.p.c., u.c., si applicano anche al ricorso avverso la sentenza della Commissione tributaria regionale, atteso che il giudizio di legittimità in materia tributaria, alla luce del D.Lgs. 31 dicembre 1992, n. 546, art. 62, non ha connotazioni di specialità. Ne consegue che il D.L. n. 83 del 2012, art. 54, comma 3-bis, quando stabilisce che “le disposizioni di cui al presente articolo non si applicano al processo tributario di cui al D.Lgs. 31 dicembre 1992, n. 546”, si riferisce esclusivamente alle disposizioni sull’appello, limitandosi a preservare la specialità del giudizio tributario di merito (Cass. 8054/2014).

1.3. Non sussiste nemmeno la lamentata violazione di legge e il vizio motivazionale come da nuova formulazione dell’art. 360 c.p.c., n. 5.

La CTR ha premesso di essere consapevole dell’esistenza del cd “doppio binario” e cioè che in materia di contenzioso tributario, nessuna automatica autorità di cosa giudicata può attribuirsi alla sentenza penale irrevocabile, di condanna o di assoluzione, emessa in materia di reati fiscali, ancorchè i fatti esaminati in sede penale siano gli stessi che fondano l’accertamento degli Uffici finanziari, dal momento che nel processo tributario vigono i limiti in tema di prova posti dal D.Lgs. n. 546 del 1992, art. 7, comma 4, e trovano ingresso, invece, anche presunzioni semplici, di per sè inidonee a supportare una pronuncia penale di condanna. (Cass. n. 16262 del 28/06/2017).

La CTR ha, tuttavia rilevato che non sussistevano gli elementi necessari atti a suffragare la legittimità dell’accertamento del maggior reddito, in quanto “non sussisteva la possibilità di attribuire al M. la paternità della documentazione bancaria e dei libretti al portatore rinvenuti nella dimora dello stesso, dimora che principalmente è quella del suocero. Le indagini di polizia giudiziaria espletate al riguardo, portano ad escludere che la documentazione possa farsi risalire al M.. D’altra parte, come si evince dalla sentenza del Gip, manca ogni e qualsiasi prova dell’effettivo esercizio di una impresa commerciale nel campo orafo del M. ed inoltre che la disponibilità di oreficeria, rinvenuta nell’alloggio del contribuente, abbia carattere determinante atteso il suo valore e la fondata presunzione che essa faccia parte della rimanenza di un campionario, di proprietà del M., che negli anni precedenti svolgeva attività di commerciante di preziosi”.

La CTR ha dunque, valutando complessivamente gli elementi presuntivi forniti dall’amministrazione, escluso in radice la riconducibilità al contribuente degli accertamenti bancari posti a base dell’atto impugnato.

Le censure motivazionali non conferiscono al giudice di legittimità il potere di riesaminare il merito della vicenda, bensì la sola facoltà di controllare – sotto il profilo della correttezza giuridica e della coerenza logico-formale – le argomentazioni svolte dal giudice di merito, cui “spetta in via esclusiva il compito di individuare le fonti del proprio convincimento, di assumere e valutare le prove, di controllarne l’attendibilità e la concludenza, di scegliere, tra le complessive risultanze del processo, quelle ritenute maggiormente idonee a dimostrare la veridicità dei fatti ad essi sottesi, dando così liberamente prevalenza all’uno o all’altro dei mezzi di prova acquisiti, salvo i casi tassativamente previsti dalla legge” (ex multis, Cass. n. 742/2015).

Di conseguenza, il preteso vizio di motivazione “può dirsi sussistente solo quando, nel ragionamento del giudice di merito, sia rinvenibile traccia evidente del mancato (o insufficiente) esame dei punti decisivi della controversia, prospettati dalle parti o rilevabili d’ufficio, ovvero quando esista insanabile contrasto tra le argomentazioni complessivamente adottate, tale da non consentire l’identificazione del procedimento logico-giuridico posto a base della decisione” (ex multis, Cass. n. 8718/2005). Inoltre, l’omissione o insufficienza della motivazione resta integrata solo a fronte di una totale obliterazione di elementi che potrebbero condurre ad una diversa decisione, ovvero di una palese illogicità del tessuto argomentativo, ma non anche per eventuali divergenze valutative sul significato attribuito dal giudice agli elementi delibati, non essendo il giudizio per cassazione un terzo grado di merito (Cass. S.U. n. 24148/2013; Cass. n. 12779/2015 e n. 12799/2014).

Il ricorso deve essere, pertanto, rigettato.

Nulla sulle spese in assenza di attività difensiva di parte resistente.

PQM

Rigetta il ricorso.

Rilevato che risulta soccombente parte ammessa alla prenotazione a debito del contributo unificato per essere amministrazione pubblica difesa dall’Avvocatura Generale dello Stato, non si applica il D.P.R. 30 maggio 2012, n. 115, art. 13, comma 1-quater.

Così deciso in Roma, nella Camera di consiglio, il 6 marzo 2020.

Depositato in Cancelleria il 27 ottobre 2020

 

 

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