Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 23533 del 09/10/2017


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Cassazione civile, sez. II, 09/10/2017, (ud. 28/04/2017, dep.09/10/2017),  n. 23533

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SECONDA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. PETITTI Stefano – Presidente –

Dott. MANNA Felice – rel. Consigliere –

Dott. D’ASCOLA Pasquale – Consigliere –

Dott. COSENTINO Antonello – Consigliere –

Dott. SCARPA Antonio – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 2331-2016 proposto da:

F.S., elettivamente domiciliato in (OMISSIS), presso lo

studio dell’avvocato ALESSANDRO FERRARA, rappresentato e difeso

rappresentato e difeso da se medesimo ex art. 86 c.p.c.;

– ricorrente –

contro

MINISTERO DELLA GIUSTIZIA in persona del Ministro pro tempore,

domiciliato ex lege in ROMA, VIA DEI PORTOGHESI 12, presso

l’AVVOCATURA GENERALE DELLO STATO, che lo rappresenta e difende ope

legis;

– controricorrente –

avverso il decreto della CORTE D’APPELLO di ROMA, depositato il

07/07/2015; procedimento R.G.n. 60608/2009;

udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio del

28/04/2017 dal Consigliere Dott. FELICE MANNA.

Fatto

IN FATTO

Con ricorso depositato il 16.11.2009 l’avv. F.S. adiva la Corte d’appello di Roma per ottenere la condanna del Ministero della Giustizia al pagamento di un equo indennizzo, ai sensi della L. 24 marzo 2001, n. 89, art. 2, per la durata irragionevole di una procedura fallimentare instaurata innanzi al Tribunale di Benevento, ancora pendente a quella data, nella quale detto ricorrente era stato ammesso allo stato passivo.

Resisteva il Ministero.

Con decreto del 7.7.2015 la Corte d’appello, stimata in cinque anni la durata ragionevole della procedura presupposta e calcolata in cinque anni quella eccedente, riconosceva in favore del ricorrente l’equo indennizzo di Euro 2.500,00, in ragione di un moltiplicatore annuo di Euro 500,00. In particolare e per quanto rileva in questa sede di legittimità, la Corte d’appello riteneva che il dies a quo della procedura fallimentare decorresse non dalla data dell’atto d’insinuazione, “non certa in quanto derivante dalla parte”, ma da quella del provvedimento di ammissione allo stato passivo (28.6.1999); e che il dies ad quem dovesse essere fissato alla data del deposito del ricorso per equa riparazione, essendo ancora pendente la procedura.

Per la cassazione di tale decreto F.S. propone ricorso, affidato a tre motivi.

Resiste con controricorso il Ministero della Giustizia.

Il ricorso è stato avviato alla trattazione camerale ai sensi dell’art. 380 bis c.p.c., comma 1, inserito, a decorrere dal 30 ottobre 2016, dal D.L.31 agosto 2016, n. 168, art. 1-bis, comma 1, lett. f), convertito, con modificazioni, dalla L. 25 ottobre 2016, n. 197.

Diritto

MOTIVI DELLA DECISIONE

1. – Il primo motivo di ricorso denuncia la violazione della L. n. 89 del 2001, art. 2, art. 3 ord. giud., artt. 57 e 58 c.p.c., artt. 24 e 111 Cost., in relazione all’art. 360 c.p.c., n. 3 in quanto la Corte territoriale ha assunto quale data d’inizio della procedura fallimentare presupposta, in relazione al credito ivi azionato dal ricorrente, quella del provvedimento d’ammissione allo stato passivo, e non quella della presentazione della domanda d’insinuazione, benchè la relativa prova fosse stata offerta in seguito ad apposita richiesta della stessa Corte.

1.1. – La censura è fondata.

In tema di equa riparazione, ai sensi della L. 24 marzo 2001, n. 89, ove il processo presupposto sia un procedimento fallimentare, la sua durata, ai fini dell’accertamento in ordine alla violazione del termine ragionevole, deve essere commisurata, per il creditore insinuato, al periodo compreso tra la proposizione della domanda di ammissione al passivo e la distribuzione finale del ricavato (Cass. n. 2207/10; v. anche Cass. n. 5502/15).

Nello specifico, la Corte territoriale si è discostata da tale principio, lì dove non ha computato la durata della procedura presupposta anteriore alla data di ammissione del credito dell’avv. F. allo stato passivo.

2. – Il secondo motivo deduce la violazione della L. n. 89 del 2001, art. 2,artt. 99,100 e 101 c.p.c., artt. 24 e 111 Cost., in relazione all’art. 360 c.p.c., n. 3, perchè il decreto impugnato ha individuato quale dies ad quem della liquidazione dell’indennizzo la data di deposito del ricorso per equa riparazione, con la conseguenza di lasciare non indennizzata la durata ulteriore della procedura presupposta, fino al momento in cui il ricorso è stato introitato in decisione.

2.1. – Il motivo è infondato.

Il riconoscimento del diritto all’equa riparazione riguarda come risulta chiaro dalla lettera della L. n. 89 del 2001, artt. 2 e 4 – i soli danni effetto della irragionevole durata di un processo già svoltosi, anche se ancora pendente, e non anche quelli eventuali dipendenti da durate successive del medesimo processo, che non sono mai certe e prevedibili, essendo comunque ipotetica e non sicura la prosecuzione del processo e l’ulteriore maturazione di nuovi danni, e non essendo comunque preclusa alla parte la facoltà di richiedere successivamente l’indennizzo per il periodo residuo dello stesso (Cass. n. 7143/06).

3. – Il terzo motivo denuncia la violazione della L. n. 89 del 2001, art. 2 e degli artt. 1223,1226,1227 e 2056 c.c., nonchè dell’art. 6, par. 1, e art. 13 CEDU e artt. 24 e 111 Cost., in relazione all’art. 360 c.p.c., n. 3, per essersi la decisione impugnata discostata dai consolidati precedenti della Corte EDU sulla misura dell’indennizzo, che invece avrebbe dovuto essere quantificato su base annua in misura compresa tra 1.000,00 e 2.000,00 Euro.

3.1. – Il motivo è infondato.

Secondo la più recente e ormai consolidata giurisprudenza di questa Corte, se è vero che il giudice nazionale deve, in linea di principio, uniformarsi ai criteri di liquidazione elaborati dalla Corte Europea dei diritti dell’uomo (secondo cui, data l’esigenza di garantire che la liquidazione sia satisfattiva di un danno e non indebitamente lucrativa, la quantificazione del danno non patrimoniale deve essere, di regola, non inferiore a Euro 750,00 per ogni anno di ritardo, in relazione ai primi tre anni eccedenti la durata ragionevole, e non inferiore a Euro 1.000,00 per quelli successivi), permane tuttavia, in capo allo stesso giudice, il potere di discostarsene, in misura ragionevole, qualora, avuto riguardo alle peculiarità della singola fattispecie, ravvisi elementi concreti di positiva smentita di detti criteri, dei quali deve dar conto in motivazione (Cass. nn. 18617/10 e 17922/10). Pertanto, in tema di equa riparazione da irragionevole durata del processo fallimentare, per il quale il creditore non abbia neppure dimostrato di aver manifestato nei confronti degli organi della procedura uno specifico interesse alla definizione della stessa, è congrua la liquidazione dell’indennizzo nella misura solitamente riconosciuta per i giudizi amministrativi protrattisi oltre dieci anni, rapportata su base annua a circa Euro 500,00, dovendosi riconoscere al giudice il potere, avuto riguardo alle peculiarità della singola fattispecie, di discostarsi dagli ordinari criteri di liquidazione dei quali deve dar conto in motivazione (Cass. n. 16311/14, che richiama a sua volta i precedenti dei casi Volta et autres c. Italia, del 16 marzo 2010 e Falco et autres c. Italia, del 6 aprile 2010, recepiti dalla giurisprudenza di questa Corte con sentenze nn. 14753/10, 3271/11 e 5914/12; v. anche Cass. n. 13089/16 non massimata).

4. – Il decreto impugnato va dunque cassato in relazione al solo motivo accolto e decidendo la causa nel merito, non essendo necessari ulteriori accertamenti di fatto, il Ministero della Giustizia va condannato al pagamento in favore del ricorrente dell’ulteriore importo di Euro 500,00, in aggiunta a quanto liquidato nel decreto stesso, per la frazione temporale della procedura presupposta compresa tra la data di deposito della domanda d’insinuazione al passivo (16.2.1998) e quella del decreto di esecutività dello stato passivo (28.6.1999).

5. – Ferma la liquidazione delle spese relative alla fase di merito, così come operata nel decreto impugnato, le spese del presente giudizio di cassazione devono essere interamente compensate fra le parti, dato l’accoglimento solo parziale del ricorso.

PQM

 

La Corte accoglie il primo motivo, respinti gli altri, e decidendo nel merito condanna il Ministero della Giustizia al pagamento in favore del ricorrente dell’ulteriore importo di Euro 500,00, in aggiunta a quanto liquidato nel decreto stesso; compensa le spese del presente giudizio di cassazione, ferme quelle già liquidate per la fase di merito.

Così deciso in Roma, nella Camera di consiglio della Sezione Seconda Civile della Corte Suprema di Cassazione, il 28 aprile 2017.

Depositato in Cancelleria il 9 ottobre 2017

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