Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 23499 del 26/08/2021

Cassazione civile sez. I, 26/08/2021, (ud. 21/05/2021, dep. 26/08/2021), n.23499

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE PRIMA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. TIRELLI Francesco – Presidente –

Dott. MELONI Marina – Consigliere –

Dott. IOFRIDA Giulia – Consigliere –

Dott. ROCCHI Giacomo – Consigliere –

Dott. PAZZI Alberto – rel. Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso n. 1461/2016 proposto da:

Centro Studi S.I.G. – Segretariato Internazionale per i Giovani, in

persona del legale rappresentante pro tempore, elettivamente

domiciliato in Roma, Via Colleferro n. 15, presso lo studio

dell’Avvocato Anna Maria Vetere, rappresentato e difeso

dall’Avvocato Maurizio Lino, giusta procura in calce al ricorso;

– ricorrente –

contro

Assessorato Regionale della Famiglia, delle Politiche Sociali e del

Lavoro della Regione Siciliana, in persona del legale rappresentante

pro tempore, domiciliato in Roma, Via dei Portoghesi n. 12, presso

l’Avvocatura Generale dello Stato, che lo rappresenta e difende ope

legis;

– controricorrente –

avverso la sentenza n. 920/2015 della Corte d’appello di Palermo,

depositata il 15/6/2015;

udita la relazione della causa svolta nella Camera di consiglio del

21/5/2021 dal Cons. Dott. Alberto Pazzi.

 

Fatto

RILEVATO

che:

1. Il Tribunale di Palermo, con sentenza n. 4580/2009, determinava in Euro 79.756,06 l’ammontare del debito del Centro Studi S.I.G. (Segretariato Internazionale per i Giovani) nei confronti dell’Assessorato regionale della famiglia, delle politiche sociali e del lavoro della Regione Sicilia, con condanna di quest’ultimo al pagamento delle spese processuali.

2. La Corte d’appello di Palermo, a seguito dell’impugnazione proposta in via principale dall’Assessorato regionale e in via incidentale dal Centro Studi S.I.G., rigettava quest’ultima, confermando l’esistenza e la consistenza del debito già riconosciuto dal giudice di primo grado, ed accoglieva la prima, compensando nella misura di un quarto le spese del primo grado di giudizio e ponendo la residua parte a carico del Centro Studi S.I.G., in ragione della sua preponderante soccombenza.

3. Per la cassazione di questa sentenza, pubblicata in data 15 giugno 2015, ha proposto ricorso il Centro Studi S.I.G., prospettando quattro motivi di doglianza, ai quali ha resistito con controricorso l’Assessorato regionale della famiglia, delle politiche sociali e del lavoro della Regione Sicilia.

Diritto

CONSIDERATO

che:

4. Il primo motivo di ricorso denuncia, ex art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, la violazione e falsa applicazione dell’art. 2727 c.c., nonché, ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, l’omesso esame di un fatto decisivo e discusso fra le parti, anche sotto il profilo della motivazione apparente e comunque perplessa: in tesi di parte ricorrente la Corte di merito, al pari del primo giudice, ha errato nel non dedurre il fatto ignoto (vale a dire la validità delle fatture prodotte, con la consequenziale finanziabilità delle voci di spesa ivi indicate e l’assenza di un debito nei confronti della P.A.) da una pluralità di fatti noti, costituiti dalle medesime fatture, come conseguenza ragionevolmente possibile, secondo il criterio di normalità.

5. Il motivo è inammissibile.

La Corte di merito ha condiviso le valutazioni del primo giudice secondo cui non erano finanziabili le attività svolte da professionisti esterni su incarico del Centro Studi S.I.G. perché le parcelle prodotte non dimostravano l’oggetto, il tempo e la natura delle prestazioni rese, di modo che non era possibile alcun controllo sulla riconducibilità delle stesse agli scopi formativi del Centro.

Ne’ era possibile ricorrere alla prova presuntiva per raggiungere questa dimostrazione, non essendo la stessa “applicabile ad una circostanza specifica che non consente il ricorso al principio dell’id quod plerumque accidit” (pagg. 4 e 5).

Parole, queste, che intendevano significare che una cosa è la valutazione della portata dimostrativa di un documento, un’altra è la possibilità di fare ricorso alla prova presuntiva, sicché non è possibile superare la carente pregnanza di un documento attraverso il ricorso a uno strumento probatorio che serve a trarre la dimostrazione di un fatto ignoto da uno noto e non per attribuire una diversa valenza probatoria a una risultanza istruttoria.

Il mezzo in esame non coglie la ratio della spiegazione offerta, come il ricorso per cassazione deve invece necessariamente fare per poter sviluppare una critica coerente con le ragioni offerte dal giudice a quo e torna a riproporre la tesi già esposta in sede di merito, sollecitando non un ragionamento induttivo, da un fatto noto a uno ignoto, ma un superamento della non significatività probatoria dei documenti prodotti (traendo dalle stesse fatture la dimostrazione della loro validità).

Una simile critica, inoltre, non evidenzia alcuna criticità in punto di diritto in capo alla decisione impugnata, ma finisce per esprimere un mero dissenso rispetto a un apprezzamento di fatto (relativo alla valenza dimostrativa della congerie istruttoria) che, essendo frutto di una determinazione discrezionale del giudice di merito, non è sindacabile da questa Corte.

6. Il secondo motivo di ricorso lamenta, a mente dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, l’omesso esame di un fatto decisivo e discusso fra le parti, oltre che l’esistenza di una motivazione apparente e perplessa, in quanto la Corte distrettuale, nel disattendere la richiesta di rimborso delle spese sostenute dal presidente del centro a causa della mancata certificazione dei relativi esborsi, non avrebbe tenuto nel debito conto la documentazione attestante le somme che questi aveva già percepito (pari a Euro 6.849,46) o doveva ancora ricevere.

7. Il motivo è inammissibile.

Ciò in primo luogo perché il motivo non indica, come invece avrebbe dovuto fare, “come” e “quando” i fatti asseritamente trascurati risultanti, in tesi, dalla documentazione prodotta – siano stati oggetto di discussione processuale tra le parti avanti alla Corte di merito (v. Cass., Sez. U., 8053/2014).

Peraltro, eventuali documenti concernenti l’ammontare delle somme percepite o da versare al presidente del centro non avevano alcuna decisività, posto che l’ostacolo al riconoscimento della somma pretesa era dato – stando a quanto spiegato dal giudice di merito – dalla mancata produzione di documentazione dimostrativa del fatto che il credito del presidente dell’associazione trovasse giustificazione nel rimborso di spese (e non in emolumenti).

8. Il terzo motivo di ricorso si duole, ex art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, dell’omesso esame di un fatto decisivo, consistente nella comprovata circostanza che la stampa della rivista dell’associazione rientrava perfettamente fra le attività previste dalle circolari regionali n. 37/1986 e 28/1981.

9. Il motivo è inammissibile.

La Corte di merito ha osservato che per “espressa disposizione normativa” l’attività di redazione di un periodico non è ricompresa tra gli strumenti di formazione finanziabili.

Il motivo in esame, quindi, intende dolersi, più che di un omesso esame del contenuto delle circolari regionali in discorso, di un esame non conforme all’interpretazione data dalla parte a tali atti e in questo modo si pone al di fuori dei limiti propri del canone di critica utilizzato, che riguarda il tralasciato esame di un fatto controverso e decisivo per il giudizio e non si estende all’esame inappagante per la parte del medesimo, che rientra nei compiti istituzionali del giudice di merito.

10. Il quarto motivo denuncia la violazione e falsa applicazione dell’art. 91 c.p.c., perché la Corte di merito ha condannato il Centro Studi S.I.G. alla rifusione di una parte delle spese del primo grado di giudizio, in accoglimento dell’appello principale, pur in mancanza di alcuna sua soccombenza.

11. Il motivo è inammissibile.

La censura nega l’esistenza di una soccombenza, malgrado lo stesso ricorso dia atto (a pag. 3, lettere G e H) che l’iniziativa giudiziaria era stata assunta per sentir dichiarare “l’insussistenza di qualsivoglia debito nei confronti della p.a.” e aveva avuto esito largamente sfavorevole (dato che la somma dovuta era stata rideterminata in Euro 79.756,06 piuttosto che in Euro 92.788,62).

Una volta escluso che la Corte di merito abbia violato il divieto di porre le spese di lite a carico della parte totalmente vittoriosa, poiché la stessa censura in esame riconosce la limitata riduzione del quantum debeatur rispetto alla richiesta di accertamento negativo dell’esistenza dell’intero debito, è sufficiente ricordare che l’identificazione della parte soccombente è rimessa al potere decisionale del giudice del merito, insindacabile in sede di legittimità (Cass. 13229/2011).

12. Per tutto quanto sopra esposto, il ricorso deve essere dichiarato inammissibile.

Le spese seguono la soccombenza e si liquidano come da dispositivo.

P.Q.M.

La Corte dichiara inammissibile il ricorso e condanna il ricorrente al rimborso delle spese del giudizio di cassazione, che liquida in Euro 5.000 per compensi professionali oltre accessori di legge e spese prenotate a debito.

Ai sensi del D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, art. 13, comma 1-quater, nel testo introdotto dalla L. 24 dicembre 2012, n. 228, art. 1, comma 17, si dà atto della sussistenza dei presupposti processuali per il versamento, da parte del ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato, pari a quello per il ricorso, a norma dello stesso art. 13, comma 1-bis, ove dovuto.

Così deciso in Roma, il 21 maggio 2021.

Depositato in Cancelleria il 26 agosto 2021

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