Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 2349 del 26/01/2022

Cassazione civile sez. III, 26/01/2022, (ud. 02/11/2021, dep. 26/01/2022), n.2349

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE TERZA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. FRASCA Raffaele – Presidente –

Dott. FIECCONI Francesca – Consigliere –

Dott. IANNELLO Emilio – Consigliere –

Dott. TATANGELO Augusto – Consigliere –

Dott. GIAIME GUIZZI Stefano – rel. Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 25349-2019 proposto da:

FINBUYLEASE SPA, V.P., elettivamente domiciliati in ROMA,

Via CESARE FRACASSINI, 4, presso lo studio dell’Avvocato Francesca

D’ORSI, rappresentate e difese dagli Avvocati Andrea AZZANO, Paola

VOGRICH, quest’ultima anche come difensore di se medesima;

– ricorrenti –

contro

AMISSIMA ASSICURAZIONI SPA, in persona del procuratore speciale

Z.F., elettivamente domiciliata in ROMA, Via DELLA CROCE, 44,

presso lo studio dell’Avvocato Ernesto GRANDINETTI, che la

rappresenta e difende;

– controricorrente –

nonché contro

GENERALI ITALIA SPA, in persona del procuratore speciale

P.P., elettivamente domiciliata in ROMA, Via C. COLOMBO, 440, presso

lo studio dell’Avvocato Franco TASSONI, che la rappresenta e

difende;

– controricorrente –

nonché contro

G.P., elettivamente domiciliato in ROMA, Via OMBRONE, 14,

presso lo studio dell’Avvocato Giuseppe DIGIESI, rappresentato e

difeso dall’Avvocato Emanuele URSO;

– controricorrente –

nonché contro

DATA PLUS SRL, F.D., R.A., S.R.;

– intimati –

avverso la sentenza n. 298/2019 della CORTE D’APPELLO di TRIESTE,

depositata il 13/05/2019;

udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio del

02/11/2021 dal Consigliere Dott. GIAIME GUIZZI STEFANO.

 

Fatto

FATTI DI CAUSA

1. La società Finbuylease S.p.a. (d’ora in poi, “FBL”) e Paola Vogrich ricorrono, sulla base di quattro motivi, per la cassazione della sentenza n. 298/19, del 13 maggio 2019, della Corte di Appello di Trieste, che – respingendone il gravame avverso la sentenza n. 89/17, dell’8 febbraio 2017, del Tribunale di Trieste – ha confermato il rigetto della domanda di risarcimento danni per responsabilità professionale proposta dagli stessi, nonché da R.A., nei confronti di G.P., di F.D. e, per essa, della società Data Plus S.r.l..

2. In punto di fatto, i ricorrenti assumono che, nel marzo 2011, FBL avrebbe conferito al G., commercialista triestino, un mandato professionale per la tenuta di tutta la documentazione contabile e fiscale della società e per gli adempimenti relativi, incarico comprensivo anche della effettuazione di tutte le comunicazioni dovute nei confronti degli organismi di vigilanza, e particolarmente della Banca d’Italia, essendo la suddetta società iscritta nell’elenco dei soggetti operanti nel settore finanziario, del D.Lgs. 1 settembre 1993, n. 385, ex art. 106. Per l’espletamento dell’incarico, il G. avrebbe, poi, presentato alla V., Presidente di FBL, tale F.D., precisando che la stessa lo avrebbe coadiuvato ciò che sarebbe avvenuto attraverso la società Data Plus – nella cura delle incombenze e adempimenti assunti per conto di FBL.

In particolare, mentre il G. avrebbe provveduto personalmente alla stesura dei bilanci e al loro deposito presso il Registro delle imprese, la F. (o meglio, per essa, Data Plus) avrebbe provveduto – ma sempre sotto il coordinamento e la supervisione del primo – alla parte contabile, oltre che all’invio delle comunicazioni periodiche alla Banca d’Italia e a quelle in materia di antiriciclaggio.

Riferiscono, inoltre, i ricorrenti che il “mandato conferito al Dott. G. è stato costellato da una serie di problemi evidenti” (risultanti dalla documentazione prodotta nel giudizio di responsabilità instaurato a carico dello stesso e della F.), il culmine dei quali fu raggiunto a partire dal 2012. Difatti, nel giugno di quell’anno, fu notificato ai membri del consiglio di amministrazione di FBL un procedimento sanzionatorio da parte di Banca d’Italia, il D.Lgs. n. 385 del 1998, ex art. 145, per omessa comunicazione della composizione degli organi sociali ex art. 106, comma 7, del medesimo decreto legislativo e della Comunicazione della Banca d’Italia 7 giugno 2011. Sempre nel giugno 2012, al R. e alla V. veniva notificata una sanzione amministrativa della CCIAA di Trieste, per non avere gli stessi adempiuto all’obbligo stabilito dall’art. 2345 c.c., relativo al tempestivo deposito del Bilancio di esercizio 31 dicembre 2009 (riapprovato all’assemblea dei soci il 27 giugno 2011), mentre il 10 aprile 2013 un’ulteriore sanzione veniva notificata ai componenti del collegio sindacale, al R. e alla V..

A seguito di ciò, nonché della mancata alimentazione dell’archivio unico antiriciclaggio, la FBL veniva cancellata dall’albo speciale delle società autorizzate al credito.

2.1. Radicato, su tali basi, il giudizio di responsabilità a carico del G. e della F. (e della Data Plus), costituitisi i convenuti ed autorizzati gli stessi a chiamare in causa, per essere dalle stesse manlevate, le proprie assicuratrici per responsabilità professionale, società Generali S.p.a. e Amissima Assicurazioni S.p.a. (poi divenute società Generali Italia S.p.a. e Carige Assicurazioni S.p.a.), il giudice di prime cure – ritenuta non necessaria l’istruzione testimoniale della causa – rigettava la domanda risarcitoria. Esito al quale perveniva sul rilievo che FBL aveva conferito al G. e alla Data Plus due distinti incarichi, nessuno dei quali, però, comprendente la cura degli adempimenti nei confronti della Banca d’Italia, il compito di provvedere al deposito presso la Camera di commercio essendo stato, invece, attribuito soltanto a Data Plus. Escludeva, inoltre, l’adito Tribunale che all’omesso deposito del bilancio di esercizio del 2009 e dell’elenco dei soci potesse ricondursi alcun danno all’immagine della società FBL (peraltro, da intendersi come danno conseguenza e non “in re ipsa”, come affermato invece dagli attori), per la cui sussistenza si sarebbe dovuto sostenere “che la considerazione goduta dalla Finbuylease presso i suoi partners commerciali” fosse stata “compromessa non già dalla pubblicazione della precedente versione del bilancio 2009, ma dalla sua mancata sostituzione quando, decorso già un anno dalla relativa pubblicazione nella prima versione, ne era stata approvata una nuova versione rimasta ignota agli operatori commerciali sino al marzo 2012”.

2.2. Esperito gravame dalle sole FBL e V., il giudice di appello lo respingeva, ribadendo come gli incarichi professionali conferiti non “comprendessero anche gli adempimenti finalizzati agli obblighi di informazione verso la banca centrale”.

Su tali basi, in particolare, la Corte territoriale riteneva “assorbite le doglianze”, riproposte dagli allora appellanti, “relative al mancato riconoscimento dei danni conseguenti ai provvedimenti sanzionatori emessi dalla Banca d’Italia, e anche all’asserita cancellazione della società “Finbuylease s.p.a.” dall’albo degli operatori finanziari”. E ciò, “se non altro”, perché tale doglianza era prospettata come “conseguenza degli stessi provvedimenti della Banca centrale e non del mancato deposito presso la Camera di Commercio di Trieste” – ovvero, della sola omissione riscontrata a carico, unicamente, della Delta Plus – del bilancio relativo all’esercizio 2009 (nella nuova versione approvata dall’assemblea dei soci nel successivo 2011) e dell’elenco soci al 27 giugno 2011. In relazione, peraltro, ai danni conseguiti dalle sanzioni comminate dalla Camera di Commercio con riferimento alle omissioni teste’ indicate (ed ammesse da Data Plus), la Corte territoriale rilevava come il primo giudice avesse accertato, “senza che la relativa affermazione” fosse stata “specificamente censurata” dalle appellanti, che le sanzioni erano “state pagate” dalla stessa Data Plus, ragione per cui “non si vede a quale titolo gli appellanti li facciano rientrare nei lamentati danni”. Confermava, inoltre, il giudice di appello la reiezione della domanda di risarcimento del danno all’immagine di FLB, condividendo il rilievo del primo giudice che si trattasse di danno conseguenza, come tale da dimostrarsi dalla già attrice, essendo soggetto “ai normali oneri probatori, che la suddetta società nelle specie non ha assolto, essendosi limitata a sostenere infondatamente che tale danno, invece, andava considerato “in re ispa”, senza neppure offrire il benché minimo elemento che consentisse, quantomeno in via presuntiva, di ritenerne l’esistenza”. Quanto, infine, “al danno per la perdita di guadagno (o di possibilità di guadagno)” della società, essendo stato “eziologicamente collegato alla dedotta cancellazione della società dall’albo delle imprese che esercitano l’attività finanziaria”, la conferma del rigetto della domanda veniva fatta discendere dalla circostanza che nessuno dei convenuti/appellati, come detto, potesse essere “considerato responsabile” di tale fatto.

3. Avverso la decisione della Corte giuliana ricorrono per cassazione la società FBL e la V., sulla base di quattro motivi.

3.1. Il primo motivo denunzia – ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3) – violazione e/o falsa applicazione degli artt. 1708 e 2232 c.c..

Si assume che tali norme sarebbero state violate dalla Corte territoriale per avere condiviso la ricostruzione del Tribunale, secondo cui la FBL avrebbe conferito due distinti mandati professionali al G. e alla Data Plus, ai quali sarebbero stati estranei, secondo “quanto risulta dai documenti in atti”, gli adempimenti finalizzati agli obblighi di informazione verso la Banca d’Italia.

Tuttavia, la Corte territoriale avrebbe “trascurato di rilevare” che il conferimento di un incarico di natura professionale non richiede la forma scritta “ad substantiarn”, sicché i preventivi scritti – in forza dei quali essa ha ricostruito il contenuto degli incarichi, come non comprensivi le comunicazioni alla Banca d’Italia – non si ponevano né come documenti “costitutivi”, né come “prova”, bensì al più come “indizio”. Orbene, la sentenza impugnata “privilegia” tali documenti a fronte del fatto che l’unicità del mandato – e, soprattutto, l’inclusione nello stesso dell’impegno a provvedere anche alle comunicazioni verso la Banca d’Italia – era “dimostrato da più fatti”, che ambo i giudici di merito “hanno omesso di valorizzare”. Tra essi, in particolare, che le fatture emesse dal G., a fronte delle prestazioni eseguite, oltre che le ricevute delle comunicazioni dallo stesso effettuate, avrebbero evidenziato che l’incarico conferito andasse oltre le indicazioni, puramente esemplificative, contenute delle lettere di incarico. A tale esito condurrebbero, inoltre, cinque comunicazioni telematiche inoltrate dal G. all’Agenzia delle entrate, le fatture emesse, nel gennaio-settembre 2012, da F.D., nonché la circostanza che G. e F. “si firmavano congiuntamente nella corrispondenza” e “lavoravano in stretta collaborazione anche dallo stesso studio di Trieste”, oltre che il “prestito della smartcard” da parte del primo alla seconda.

Tutte le circostanze illustrate dimostrerebbero la violazione dell’art. 2232 c.c., giacché, nel ravvisare la Corte territoriale come “unica violazione esistente quella di Data Plus”, ignora che, ai sensi di tale norma, si imponeva a carico del G. “una responsabilità quantomeno in vigilando”.

Infine, si contesta l’affermazione della Corte giuliana secondo cui, se l’incarico professionale al G. avesse ricompreso anche le comunicazioni alla Banca d’Italia ciò sarebbe stato esplicitato. Si tratterebbe, infatti, di affermazione apodittica e, soprattutto, illogica, perché seguita dal rilievo che nulla impediva al primo – al di là dell’incarico specificamente conferitogli – di espletare prestazioni occasionali che andavano oltre il mandato. E ciò in quanto, o il mandato era quello scritto, ovvero, ove fosse stato più ampio, occorreva stabilirne, allora, l’esatto contenuto.

3.2. Il secondo motivo denunzia – ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3) – violazione e falsa applicazione degli artt. 1223 e 2043 c.c..

Si censura, quale “errore di diritto”, l’affermazione della Corte territoriale relativa al fatto che “l’attrice avrebbe omesso di provare il danno in quanto avrebbe affermato che si tratta di un danno in re ipsa”. Il motivo, precisano le ricorrenti, intende “contestare che l’attrice abbia formulato questa osservazione nel senso indicato dalla Corte, ovvero che il danno non andasse provato”. Ribadiscono, invece, le ricorrenti di aver prospettato due eventi dannosi, ovvero “il mancato deposito dei bilanci” e “le mancate comunicazioni alla Banca d’Italia che hanno determinato le cancellazioni”. Orbene, in relazione alle cancellazioni, “il profilo del danno della perdita di chance appare evidente”, giacché il solo fatto della loro effettuazione avrebbe impedito a FLB di operare nel settore finanziario; in tal senso, dunque, dovendo intendersi l’affermazione di parte (allora) attrice secondo cui il danno era “in re ipsa”, ovvero che la cancellazione ha determinato non già la perdita di un vantaggio economico, ma della “stessa possibilità di conseguirlo”, perdita da intendersi come “danno emergente”. E ciò varrebbe anche per l’omessa comunicazione alla Camera di commercio “dove per mesi vi è stato una sorta di “bollino rosso” pubblicamente visibile e, di prassi, consultato da tutti gli operatori”.

3.3. Il terzo motivo denunzia – ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3), – violazione e/o falsa applicazione dell’art. 115 c.p.c. e degli artt. 2721 e 2724 c.c..

Si censura la sentenza impugnata perché avrebbe errato anche “dal punto di vista della legittimità dei provvedimenti di ammissione delle prove e della successiva affermazione per cui esse sarebbero state rinunciate”, come emergerebbe da pag. 25 della sentenza, “in cui la Corte accetta la ricostruzione del Tribunale per cui i ricorrenti non si sarebbero offerti di provare l’esistenza del danno”. Rilevano essi, al riguardo, che le domande istruttorie non erano state implicitamente rinunciate, come sembra “ambiguamente affermare” la sentenza del Tribunale, giacché “la precisazione su tutte le conclusioni rassegnate deve necessariamente estendersi anche alla proposizione delle istanze istruttorie”.

Si contesta, inoltre, l’affermazione del Tribunale secondo cui i capitoli di prova testimoniale, volendo provare l’oggetto dell’incarico conferito, si sarebbero posti in violazione dell’art. 2721 c.c., avendo, inoltre, esso escluso che la prova fosse ammissibile a norma dell’art. 2724 c.c., n. 1), a fronte dei preventivi a firma dei convenuti, depositati in atti, giacché non idonei a dimostrare come verosimile che l’incarico si estendesse alle comunicazioni alla Banca d’Italia, deponendo, anzi, in senso contrario.

In questo modo sarebbero state commesse “due distinte violazioni della legge processuale”, in quanto il provvedimento del Tribunale – decisione indicata come “condivisa” dalla Corte territoriale – che liquida, in una sola riga, gli ottantacinque capitoli di prova (sul presupposto che la causa sarebbe stata documentale) si rivela “obiettivamente inidoneo alla loro analisi”. Per altro verso, il riferimento all’art. 2724 c.c., “e’ solo apparentemente pertinente”, e ciò perché “i documenti che costituiscono indizio di prova scritta” non sarebbero quelli “indicati nella sentenza” (del Tribunale), “ma gli altri prodotti”, ovvero “fatture e corrispondenza”.

3.4. Il quarto motivo denunzia – ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5), – violazione e/o falsa applicazione dell’art. 111 Cost., comma 6 e dell’art. 2730 c.c..

Si torna a contestare sia l’affermazione della Corte triestina secondo cui, al di là del (limitato) contenuto dell’incarico conferito al G., “nulla gli impediva di rendere occasionalmente prestazioni ulteriori”, sia quella che ha negato rilievo alla “tenuta dell’archivio informatico” di FBL da parte della F., e ciò in ragione della ritenuta “estraneità di tale archivio” – sottolinea la sentenza oggi impugnata – “rispetto ai canali di comunicazione con la Banca d’Italia”; circostanza, quest’ultima, che la pronuncia della Corte territoriale assume essere stata affermata dal primo giudice e “non oggetto di specifica confutazione”.

Orbene, il giudice di appello avrebbe obliterato “integralmente la produzione documentale” di essi ricorrenti, la quale presenterebbe “carattere confessorio”, e particolarmente la dichiarazione della convenuta “che conferma la presenza dell’archivio informatico per le comunicazioni alla Banca d’Italia presso lo studio professionale del G.”. Trattandosi, dunque, di “fatto pacifico” andava applicato l’art. 2730 c.c., “in quanto prova legale”.

4. Le società Amissima Assicurazioni e Generali Italia, nonché il G., hanno resistito, con tre distinti controricorsi, all’avversaria impugnazione, chiedendone la declaratoria di inammissibilità o in subordine il rigetto.

5. Sono rimasti, invece, solo intimati la società Data Plus, nonché la F., il R. e il S..

6. Hanno depositato memoria, insistendo nelle rispettive argomentazioni, sia le ricorrenti, che i controricorrenti.

Diritto

RAGIONI DELLA DECISIONE

7. Il ricorso è inammissibile.

7.1. Il primo motivo – che censura la sentenza impugnata per aver escluso l’esistenza di due diversi incarichi professionali, conferiti al G. e alla Data Plus – e’, sotto più profili, inammissibile.

7.1.1. Innanzitutto, perché esso non prospetta neppure astrattamente un vizio di violazione di legge, se è vero che questo “consiste nella deduzione di un’erronea ricognizione, da parte del provvedimento impugnato, della fattispecie astratta recata da una norma di legge e implica necessariamente un problema interpretativo della stessa; l’allegazione di un’erronea ricognizione della fattispecie concreta a mezzo delle risultanze di causa e’, invece, esterna all’esatta interpretazione della norma e inerisce alla tipica valutazione del giudice di merito, sottratta al sindacato di legittimità” (da ultimo, “ex multis”, Cass. Sez. 1, ord. 13 ottobre 2017, n. 24155, Rv. 645538-03; Cass. Sez. 1, ord. 14 gennaio 2019, n. 640, Rv. 652398-01; Cass. Sez. 1, ord. 5 febbraio 2019, n. 3340, Rv. 652549-02), e ciò in quanto il vizio di sussunzione “postula che l’accertamento in fatto operato dal giudice di merito sia considerato fermo ed indiscusso, sicché è estranea alla denuncia del vizio di sussunzione ogni critica che investa la ricostruzione del fatto materiale, esclusivamente riservata al potere del giudice di merito” (Cass. Sez. 3, ord. 13 marzo 2018, n. 6035, Rv. 648414-01).

Pertanto, se il “discrimine tra l’ipotesi di violazione di legge in senso proprio a causa dell’erronea ricognizione della fattispecie astratta normativa e l’ipotesi della erronea applicazione della legge in ragione della carente o contraddittoria ricostruzione della fattispecie concreta è segnato, in modo evidente, dal fatto che solo quest’ultima censura, e non anche la prima, è mediata dalla contestata valutazione delle risultanze di causa” (così, in motivazione, Cass. Sez., Un., sent. 26 febbraio 2021, n. 5442), deve rilevarsi che è proprio quest’ultima evenienza quella prospettata, inammissibilmente, nel caso di specie.

Difatti, con il presente motivo le ricorrenti si dolgono della “preferenza” accordata ai preventivi, piuttosto che ad altre risultanze istruttorie, per pervenire alla ricostruzione che nega l’esistenza di un solo incarico (in relazione al quale la F. avrebbe assunto, secondo le ricorrenti, la qualifica di “ausiliaria” del G.), per ravvisare, invece, due incarichi distinti, nessuno dei quali però – ad onta, ancora una volta, di quanto sostenuto in ricorso – si è ritenuto includere gli adempimenti legati alle comunicazioni alla Banca d’Italia.

Il tutto, poi, senza tacere del fatto che – in special modo la censura con cui si contesta che la Corte territoriale non avrebbe tenuto conto della culpa “in vigilando” del G. rispetto all’operato della F. (o meglio, per essa, di Data plus) – non si confronta con la “ratio decidendi” della sentenza impugnata secondo cui, sebbene alla F. possa farsi carico di non aver provveduto alle comunicazioni alla CCIAA di Trieste, non sussiste alcun profilo di danno risarcibile connesso a tale omissione, essendosi rilevato che Data Plus ebbe a pagare essa stessa le sanzioni comminate in ragione di tale omessa comunicazione. Da questo punto di vista, dunque, anche ad ammettere che la Corte giuliana abbia trascurato la “culpa in vigilando” del G., questo censura rimarrebbe priva di rilievo rispetto all’affermazione che reputa il danno derivato dall’omessa comunicazione alla CCIAA “neutralizzato” dal comportamento tenuto, dopo i fatti, dal soggetto da “vigilare”.

7.2. Il secondo motivo – che investe la sentenza impugnata nella parte in cui ha escluso l’esistenza di danni risarcibili – e’, del pari, inammissibile.

7.2.1. In relazione all’affermata non risarcibilità dei danni, asseritamente arrecati sia “all’immagine” di FBL, che alla sua “possibilità di guadagno”, non importa stabilire – come ipotizzato nel presente motivo – se le odierne ricorrenti, ed allora appellanti, abbiano inteso fare riferimento, o meno, ad un “damnus in re ipsa”, ed eventualmente in quale accezione (ovvero, quanto in particolare al secondo degli anzidetti pregiudizi, come “danno emergente” da “perdita di chance”, giacché la cancellazione dall’albo speciale delle società autorizzate al credito avrebbe determinato non già la perdita di un vantaggio economico, ma della “stessa possibilità di conseguirlo”).

Ciò che rileva e’, invece, la semplice constatazione che, in relazione al primo di tali danni, FBL e la V. non hanno offerto – secondo la sentenza impugnata – “il benché minimo elemento che consentisse, quantomeno in via presuntiva, di ritenerne l’esistenza”. Analogamente, rilevante è la circostanza che il secondo di detti pregiudizi è restato escluso in ragione dell’impossibilità di ravvisare – in assenza di prova che gli incarichi a G. e Data Plus ricomprendessero le comunicazione dovute verso la Banca d’Italia – l’esistenza di qualsiasi responsabilità delle parti convenute in ordine all’irrogazione delle sanzione consistita nella cancellazione della società dal suddetto albo speciale quale conseguenza, appunto, dell’omissione di tale comunicazione.

Il motivo, dunque, non si confronta neppure in questo caso con l’e’ffettiva “ratio decidendi” della sentenza impugnata, donde la necessità di dare seguito al principio secondo cui la “proposizione, con il ricorso per cassazione, di censure prive di specifiche attinenze al decisum della sentenza impugnata è assimilabile alla mancata enunciazione dei motivi richiesti dall’art. 366 c.p.c., n. 4), con conseguente inammissibilità del ricorso” (o del singolo motivo), “rilevabile anche d’ufficio” (Cass. Sez. 6-1, ord. 7 settembre 2017, n. 20910, Rv. 645744-01; in senso conforme Cass. Sez. 6-3, ord. 3 luglio 2020, n. 13735, Rv. 658411-01).

Il tutto non senza rilevare – anche con riferimento alla pretesa delle ricorrenti (che appare, per vero, addirittura connotata da “novità”) di ricollegare un danno all’immagine anche alle omesse comunicazioni verso la CCIAA – che mentre “l’errore compiuto dal giudice di merito nell’individuare la regola giuridica in base alla quale accertare la sussistenza del nesso causale tra fatto illecito ed evento è censurabile in sede di legittimità ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3)”, resta, invece, inteso che “l’eventuale errore nell’individuazione delle conseguenze che sono derivate dall’illecito, alla luce della regola giuridica applicata, costituisce una valutazione di fatto, come tale sottratta al sindacato di legittimità, se adeguatamente motivata” (Cass. Sez. 3, sent. 25 febbraio 2014, n. 4439, Rv. 630127-01; in senso conforme Cass. Sez. 3, ord. 10 aprile 2019, n. 9985, Rv. 65357601).

Ne’, infine, sfugge al rilievo dell’inammissibilità la doglianza con cui le ricorrenti – in particolare, a pag. 19 del proprio atto di impugnazione – lamentano che, considerati “i rapporti contrattuali intrattenuti da FBL prima dell’evento lesivo, l’entità della diminuzione del movimento di affari e di contratti conclusi”, risulterebbe “agevole parametrare il danno subito”.

Senonché, in relazione alle circostanze teste’ indicate, non si dice se – e dove – esse siano state dedotte ed evidenziate, ovvero se siano state oggetto di argomentazione con l’appello (naturalmente sotto forma di idonea critica alla sentenza di primo grado, per non avervi dato rilievo), ragione per cui non è dato sapere se, e come, la Corte territoriale, che non fa riferimento ad esse, avrebbe dovuto occuparsene.

7.3. Pure il terzo motivo è inammissibile.

7.3.1. La sentenza impugnata non reca alcuna statuizione in merito all’inammissibilità della richiesta prova testimoniale, sicché le censure di violazione degli artt. 2721 e 2724 c.c., non sono neppure in astratto riferibili ad essa, giacché formulate sull’indimostrato presupposto di una “implicita condivisione”, da parte della Corte di Appello, rispetto a quanto statuito dal Tribunale.

In altri termini, la sentenza impugnata non si occupa della questione relativa alla valutazione delle prove data dal primo giudice, sicché le odierne ricorrenti, per censuare la sentenza di appello, avrebbero dovuto, innanzitutto, dimostrare di avere impugnato con il proprio gravame la decisione su di esse assunta dal Tribunale. Per contro, sia nell’illustrazione del motivo, sia nell’esposizione del fatto (alle pagine 11-12) non si dice se – e come – siffatta impugnazione vi sia stata. D’altra parte, significativamente, nelle stesse conclusioni riportate dalla sentenza impugnata le istanze probatorie testimoniali sono semplicemente ripetute, senza che si faccia menzione di alcun specifico motivo di censura in relazione ad esse.

7.4. Considerazioni analoghe comportano l’inammissibilità anche del quarto motivo di ricorso.

7.4.1. A prescindere, infatti, dal rilievo che le ricorrenti neppure riproducono il contenuto dei documenti aventi (asserita) natura confessoria – ciò che comporterebbe la necessità di dare seguito al principio secondo cui “sono inammissibili le censure fondate su atti e documenti del giudizio di merito qualora il ricorrente si limiti a richiamare tali atti e documenti, senza riprodurli nel ricorso” (Cass. Sez. Un., sent. 27 dicembre 2019, n. 34469, Rv. 656488-01) – dirimente risulta la seguente constatazione.

Anche in questo caso, infatti, si imputa alla Corte territoriale di non avere valutato i documenti “de quibus”, senza chiarire se (e come) la questione fosse stata oggetto di prospettazione con l’appello.

Il motivo e’, dunque, costruito come se quello di legittimità fosse un giudice di terzo grado, al quale risulti possibile devolvere le risultanze istruttorie senza dimostrare che su di esse si era sollecitata la valutazione del giudice di appello con l’impugnazione contro la sentenza di primo grado.

Di qui, pertanto, la necessità di ribadire l’inammissibilità di ogni tipo di censura “che, sotto l’apparente deduzione del vizio di violazione o falsa applicazione di legge, di mancanza assoluta di motivazione e di omesso esame circa un fatto decisivo per il giudizio miri, in realtà, ad una rivalutazione dei fatti storici operata dal giudice di merito” (da ultimo, Cass. Sez. Un., sent. 27 dicembre 2019, n. 34476, Rv. 656492-03).

8. Le spese seguono la soccombenza, essendo pertanto poste a carico della ricorrente e liquidate come da dispositivo.

9. In ragione della declaratoria di inammissibilità del ricorso, sussiste, a carico delle ricorrenti, l’obbligo di versare, se eventualmente dovuto secondo un accertamento spettante all’amministrazione giudiziaria (Cass. Sez. Un., sent. 20 febbraio 2020, n. 4315, Rv. 657198-01), l’ulteriore importo a titolo di contributo unificato, ai sensi del D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, art. 13, comma 1-quater.

PQM

La Corte dichiara inammissibile il ricorso e condanna la società Finbuylease S.p.a. e Paola V. a rifondere – alle società Amissima Assicurazioni S.p.a. e Generali Italia S.p.a., nonché a G.P. – le spese del presente giudizio, che liquida per ciascuno di essi in Euro 8.000,00, più Euro 200,00 per esborsi, oltre spese forfetarie nella misura del 15% ed accessori di legge.

Ai sensi del D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, art. 13, comma 1-quater, nel testo introdotto dalla L. 24 dicembre 2012, n. 228, art. 1, comma 17, la Corte dà atto della sussistenza dei presupposti per il versamento da parte delle ricorrenti, se dovuto, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato, pari, in ipotesi, a quello previsto per il ricorso, a norma dello stesso art. 13, comma 1-bis.

Così deciso in Roma, all’esito di adunanza camerale della Sezione Terza Civile della Corte di Cassazione, il 2 novembre 2021.

Depositato in Cancelleria il 26 gennaio 2022

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