Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 23478 del 20/09/2019

Cassazione civile sez. I, 20/09/2019, (ud. 28/05/2019, dep. 20/09/2019), n.23478

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE PRIMA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. DE CHIARA Carlo – Presidente –

Dott. SAN GIORGIO Maria Rosaria – Consigliere –

Dott. SCOTTI Umberto Luigi Cesare Giuseppe – Consigliere –

Dott. PARISE Clotilde – Consigliere –

Dott. DOLMETTA Aldo Angelo – rel. Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 15585/2018 proposto da:

D.K., elettivamente domiciliato in Avellino, via T. Benigni,

n. 10, presso lo Studio legale dell’avvocato Antonio Barone, che lo

rappresenta e difende giusta procura speciale in calce al ricorso;

– ricorrente –

contro

Ministero dell’Interno, in persona del Ministro pro tempore

Commissione Territoriale per il riconoscimento della protezione

internazionale di Caserta;

– intimati –

avverso la sentenza n. 5141/2017 della CORTE D’APPELLO di NAPOLI,

depositata il 14/12/2017;

udita la relazione della causa svolta nella Camera di consiglio del

28/05/2019 dal Cons. Dott. ALDO ANGELO DOLMETTA.

Fatto

FATTI DI CAUSA

1.- D.K., cittadino ivoriano, ha presentato ricorso avanti alla Corte di Appello di Napoli avverso l’ordinanza ex art. 702 bis c.p.c., del Tribunale di Napoli del 26/29 ottobre 2016 che, facendo seguito alla decisione assunta dalla Commissione territoriale di Caserta, ha respinto la richiesta di riconoscimento della protezione internazionale (status di rifugiato; protezione sussidiaria), pur riconoscendogli il diritto al permesso per ragioni umanitarie.

Con sentenza depositata il 14 dicembre 2017, la Corte napoletana ha respinto il ricorso così presentato. In particolare, ha rilevato che il racconto svolto dal richiedente “non solo è assolutamente incredibile in sè…, ma non è neppure dimostrativo dell’esistenza di una persecuzione rilevante ai fini della protezione internazionale”: questi “si dichiara estraneo a ogni partecipazione alla contesa politica e allo specifico litigio di cui si tratta, dicendosi puramente e semplicemente preoccupato dal desiderio di vendetta dello zio”. Inoltre, ha osservato che la situazione interna della Costa d’Avorio è “in costante e progressivo miglioramento”, sì che non può risultare giustificata l’applicazione dell’istituto della protezione sussidiaria: pur se – ha precisato ancora la Corte territoriale – la “fluidità” della situazione medesima comporta ancor oggi una posizione di vulnerabilità tale da esigere l’applicazione della figura della protezione umanitaria.

2.- Avverso questa sentenza D.K. presenta ricorso per cassazione, articolando quattro motivi.

Il Ministero dell’Interno non ha svolto difese nella presente fase del giudizio.

Diritto

RAGIONI DELLA DECISIONE

3.- Il ricorrente censura la decisione della Corte di Appello: (i) col primo motivo, per lesione del contraddittorio e del diritto di difesa, nonchè per violazione degli artt. 737 e 738 c.p.c., D.Lgs. n. 25 del 2008, art. 35,artt. 101 e 128 c.p.c., artt. 3,111 e 24 Cost., imputandole di avere “rigettato le domande del ricorrente senza fissare l’udienza di comparizione, senza visionare la videoregistrazione del colloquio sostenuto dal richiedente asilo innanzi all’autorità amministrativa e senza assumere alcuna prova”; (ii) col secondo motivo, per violazione del D.Lgs. n. 251 del 2007, artt. 3, 5 e 8, artt. 112 e 116 c.p.c., per avere errato nel ritenere i fatti narrati dal richiedente inidonei a rappresentare una violazione grave dei diritti umani e comunque nel ritenere i medesimi “non credibili” ai fini del riconoscimento dello status di rifugiato; (iii) col terzo motivo, per violazione del D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 3 e art. 14, lett. c, D.Lgs. n. 25 del 2008, art. 8, per non avere riconosciuto la sussistenza di una minaccia grave alla vita del cittadino straniero derivante da una situazione di violenza indiscriminata” nel Paese di origine e nel Paese di transito; (iv) col quarto motivo, per violazione del D.Lgs. n. 286 del 1998, art. 5,D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 34, art. 10 Cost., artt. 112 e 116 c.p.c., per avere “completamente omesso la verifica dei requisiti per la concessione della misura” della protezione umanitaria.

4.- Il primo motivo di ricorso non può essere accolto.

Nello svolgere la censura in esame, il ricorso (p. 2 ss.) riporta assegnandola al “Collegio della Corte di Appello di Napoli” – la motivazione sviluppata non già da questo, bensì dal Tribunale di Napoli nel primo grado del relativo giudizio. Sì che la censura avrebbe dovuto, in ipotesi, essere a suo tempo portata nei confronti di quest’ultima decisione (secondo quanto non viene per contro a segnalare il ricorso); nel caso eventuale, riportandola poi avanti a questa Corte, nei termini suoi propri, di assunto vizio della sentenza di secondo grado.

Del resto, la sentenza della Corte di Appello non manca di riferire di avere tenuto, per il giudizio in esame, apposta “udienza del 11.10.17”.

5.- Il secondo motivo di ricorso non può essere accolto.

In effetti, lo stesso non viene a confrontarsi con la principale ratio della decisione della Corte, come intesa a rilevare la non riconducibilità dei fatti narrati dal ricorrente al novero delle situazioni di persecuzione che, per diritto vigente, comportando il riconoscimento dello status di rifugiato. In effetti, il motivo sembra trascurare del tutto che, nella narrazione del ricorrente, sia emersa come circostanza determinate (secondo il rilievo della Corte territoriale) quella della preoccupazione “del desiderio di vendetta dello zio”.

6.- Il terzo motivo di ricorso non può essere accolto.

Secondo il giudizio della Corte di Appello, “il Tribunale ha esaminato la situazione interna alla Costa d’Avorio, rilevando che nel caso in esame non ricorreva alcuna delle ipotesi di cui al D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 14, atteso che le criticità riscontrabili nel Paese… non attingevano in alcun modo la posizione del D.”. Nei confronti di questa valutazione, il motivo non viene a proporre alcuna censura di tipo specifico.

Quanto poi alla circostanza del transito per il Paese della Libia – su cui il ricorrente pone l’enfasi del mancato esame da parte dei giudici del merito -, va rilevato prima di tutto che il ricorso non enuncia in quali atti, e secondo quali termini, la circostanza sarebbe stata sviluppata nell’ambito del giudizio di merito. E’ pure da rilevare in proposito che, secondo la giurisprudenza di questa Corte, la norma “del D.Lgs. n. 25 del 2008, art. 8, comma 3, nel prevedere che “ciascuna domanda è esaminata alla luce di informazioni precise e aggiornate circa la situazione generale esistente nel Paese di origine dei richiedenti e, ove occorra, dei Paesi in cui questi sono transitati”, deve essere interpretato nel senso che l’obbligo di acquisizioni di tali informazioni da parte delle Commissioni territoriali e del giudice deve essere osservato in diretto riferimento ai fatti esposti e ai motivi svolti in seno alla richiesta di protezione internazionale, non potendo per contro addebitarsi la mancata attivazione dei poteri istruttori officiosi, in ordine alla ricorrenza dei presupposti per il riconoscimento della protezione, riferita a circostanze non dedotte” (Cass., 21 novembre 2018, n. 30105); e che, in ogni caso, la domanda di protezione internazionale, che alleghi la consumazione nel paese di transito la violazione dei diritti umani, deve “evidenziare quale connessione vi sia tra il transito attraverso quel paese e il contenuto della domanda” (Cass., 6 febbraio 2018, n. 2861).

7.- Il quarto motivo è inammissibile.

Afferma in proposito il ricorrente che “il decreto impugnato ha ancora errato nel ritenere insussistenti i presupposti per il riconoscimento della protezione umanitaria”. Come già sopra si è riferito, tuttavia, l’ordinanza del Tribunale napoletano ha concesso – secondo quanto pure espressamente ribadito dalla Corte di Appello – l’invocata protezione umanitaria al richiedente.

Al ricorrente difetta dunque l’interesse alla proposizione del motivo in discorso.

8.- Il ricorso va dunque respinto.

Non vi è luogo per provvedere alla liquidazione delle spese del giudizio di legittimità, non essendosi costituito il Ministero dell’Interno.

P.Q.M.

La Corte respinge il ricorso.

Dà atto, ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, della sussistenza dei presupposti per il versamento, da parte del ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso, secondo il disposto dell’art. 13, comma 1 bis.

Così deciso in Roma, nella Camera di consiglio della Sezione Prima Civile, il 28 maggio 2019.

Depositato in Cancelleria il 20 settembre 2019

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