Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 23471 del 20/09/2019

Cassazione civile sez. I, 20/09/2019, (ud. 09/09/2019, dep. 20/09/2019), n.23471

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE PRIMA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. GENOVESE Francesco Antonio – rel. Presidente –

Dott. TRIA Lucia – Consigliere –

Dott. VALITUTTI Antonio – Consigliere –

Dott. MELONI Marina – Consigliere –

Dott. AMATORE Roberto – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 21811/2018 proposto da:

J.P., elettivamente domiciliato in Roma Via A Doria 64 presso lo

studio dell’avvocato Conti Armando che lo rappresenta e difende;

– ricorrente –

contro

Ministero Dell’interno, (OMISSIS);

– intimato –

avverso il decreto n. 70491/2017 del TRIBUNALE di ROMA, depositata il

28/06/2018;

udita la relazione della causa svolta nella Camera di consiglio del

09/09/2019 dal dott. GENOVESE FRANCESCO ANTONIO.

Fatto

FATTI DI CAUSA E RAGIONI DELLA DECISIONE

11 Tribunale di Roma, con il Decreto n. 9209 del 2018 (pubblicato il 28 giugno 2018) ha respinto il ricorso proposto dal sig. J.P.,

cittadino del Senegal, avverso il provvedimento negativo del Ministero dell’Interno – Commissione territoriale di Roma, che a sua volta non aveva accolto le richieste di protezione internazionale e di riconoscimento del permesso di soggiorno per motivi umanitari, avanzate dal menzionato cittadino di un Paese terzo. Il Tribunale, inquadrata la domanda nell’ambito del D.Lgs. n. 25 del 2008, art. 35-bis (come introdotto dal D.L. n. 13 del 2017, convertito con modificazioni nella L. n. 46 del 2017), entrato in vigore il 18 agosto 2017, ha disatteso sia la domanda di rifugio politico e sia quella di protezione sussidiaria, affermando, da un lato, la non credibilità della vicenda narrata (l’essere stato, il richiedente odierno, denunciato alla polizia e minacciato di morte dallo zio e padre della cugina sedicenne, frequentata nonostante fosse già sposato e padre di figli), in ragione dell’appartenenza di tutti gli attori della vicenda alla stessa fede musulmana, e, dall’altro, che la vicenda comunque atteneva alla sfera privata e che non poteva rientrare in nessuno dei diversi profili considerati dalla legge (le previsioni di cui al D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 14, lett. a), b) e c)). In particolare, i fatti riferiti non evocherebbero profili di persecuzione diretta e personale, senza dire che la regione di provenienza (il Senegal) non poteva dirsi – secondo i rapporti consultati e indicati – interessata da violenza generalizzata in situazioni di conflitto armato, pur nell’accezione fornita al riguardo dalla giurisprudenza, che anzi – per la sua instabilità – era in grado anche di offrire le necessarie protezioni. Neppure era stata allegata e documentata una specifica ragione di vulnerabilità in rapporto ai rischi di apprezzabile entità cui sarebbe esposto in caso di rimpatrio e nè dimostrato un significativo percorso di inserimento nel contesto sociale.

Il richiedente asilo ha proposto ricorso per cassazione con tre motivi, con i quali lamenta: a-b) la incostituzionalità del D.L. n. 13 del 2017, art. 21, comma 1, conv. nella L. n. 46 del 2017, in relazione agli artt. 3 e 77 Cost., difettando dei presupposti di necessità ed urgenza; e del D.Lgs. n. 25 del 2008, art. 35-bis, introdotto dal D.L. n. 13 del 2017, art. 6, comma 1, lett. g), conv. nella L. n. 46 del 2017, in relazione agli artt. 3,24,11 e 117 Cost., introduttivo delle forme processuali camerali nella materia de qua; c) la violazione o falsa applicazione del D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 14, lett. c) e D.Lgs. n. 25 del 2008, art. 8, ai fini della protezione sussidiaria, per l’omesso esame delle dichiarazioni e allegazioni utili alla valutazione della condizione personale del ricorrente in relazione al Paese di origine del richiedente (art. 360 c.p.c., n. 3).

Il Ministero dell’Interno ha depositalo mera comparsa finalizzata alla discussione orale.

La ratio decidendi della decisione contenuta nel provvedimento del giudice di merito è stata quella di escludere ogni forma di tutela al richiedente asilo sia perchè la vicenda di vita narrata mancava, da un lato, della necessaria credibilità; sia, dall’altro, per la sua attinenza alla sfera privata del richiedente non potendo rientrare in nessuno dei diversi profili considerati dalla legge (le previsioni di cui al D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 14, lett. a), b) e c)); inoltre, la regione di provenienza (il Senegal) non poteva più dirsi – secondo i rapporti esaminati – interessata da violenza generalizzata in situazioni di conflitto armato, pur nell’accezione fornita al riguardo dalla giurisprudenza, ed era perciò idonea a garantire la tutela delle persone. Neppure era stata allegata una specifica ragione di vulnerabilità in rapporto ai rischi di apprezzabile entità cui sarebbe esposto in caso di rimpatrio e dimostrato il proprio inserimento sociale nel contesto di arrivo.

Tali plurime rationes, tuttavia, laddove solo contrastate in fatto (terzo motivo, con i quali si contrappone alla ricostruzione del quadro socio-politico di provenienza quello scaturente da una diversa loro “lettura”, non ammissibile in questa sede, perchè afferente all’esame del fatto-merito di pertinenza del solo giudice a quo), non sono correttamente impugnate con tale motivo del ricorso. Inoltre, laddove esso si duole – in modo non conducente – della mancata credibilità di quanto narrato, oblitera la seconda ratio decidendi quella secondo cui la vicenda comunque atteneva alla sfera privata e che non poteva rientrare in nessuno dei diversi profili considerati dalla legge (le previsioni di cui al D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 14, lett. a), b) e c), per la mancanza di ogni ipotesi di persecuzione, in rapporto alle ragioni legittimamente considerabili, ai sensi della Convenzione di Ginevra).

Tali censure sono inammissibili o poichè non consentono di pervenire ad una discussione di merito sulle rationes decidendi sopra richiamate o in quanto postulanti un riesame delle valutazioni già svolte dal giudice di merito.

Nè hanno pregio i primi due motivi attinenti alla questione di legittimità costituzionale, avendo questa Corte già avuto modo di escluderne la fondatezza (Cass. n. 17717 del 2018). Al complessivo rigetto del ricorso non segue la decisione sulle spese di questa fase del processo, non avendo il Ministero intimato svolto vere difese (ma solo atto formale di riserva di discussione orale); segue invece il raddoppio del contributo unificato poichè il richiedente non è stato ammesso al PASS.

PQM

La Corte:

Rigetta il ricorso.

Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1- quater, dà atto della sussistenza dei presupposti per il versamento, da parte del ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per ricorso principale, a norma dello stesso art. 13, comma 1-bis.

Così deciso in Roma, nella Camera di consiglio della Sezione Prima Civile, il 9 settembre 2019.

Depositato in Cancelleria il 20 settembre 2019

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