Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 2346 del 02/02/2010

Cassazione civile sez. III, 02/02/2010, (ud. 16/12/2009, dep. 02/02/2010), n.2346

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE TERZA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. PREDEN Roberto – Presidente –

Dott. FINOCCHIARO Mario – rel. Consigliere –

Dott. MASSERA Maurizio – Consigliere –

Dott. SEGRETO Antonio – Consigliere –

Dott. VIVALDI Roberta – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ordinanza

sul ricorso 3153/2009 proposto da:

D.C.G., D.C.V., V.A., eredi del

Sig. D.C.A., titolare dell’impresa individuale EDIL

MODERNA, e della Società C. & D. DI CAVALIERE LUISA & C.

SAS, in

persona della socia accomandataria e legale rappresentante,

elettivamente domiciliati in ROMA PIAZZA CAVOUR, presso la CORTE DI

CASSAZIONE, rappresentati e difesi dall’Avvocato BELLACOSA Adriano,

giusta procura a margine del ricorso;

– ricorrenti –

contro

EDILIZIA TRE PINI SRL, (società in liquidazione ed in fase di

cancellazione), in persona del liquidatore pro tempore, elettivamente

domiciliata in ROMA, VIA OVIDIO N. 32, presso lo studio dell’avvocato

VIGLIONE GIANCARLO, rappresentata e difesa dagli avvocati

PONTRANDOLFI Stefania, VISCARDI ALFONSO, giusta procura a margine del

controricorso;

– controricorrente –

e contro

D.C.F., DE.CA.GE.;

– intimati –

avverso la sentenza n. 904/2008 della CORTE D’APPELLO di SALERNO del

7/10/08, depositata il 16/10/2008;

udita la relazione della causa svolta nella Camera di consiglio del

16/12/2009 dal Consigliere Relatore Dott. MARIO FINOCCHIARO;

è presente il P.G. in persona del Dott. EDUARDO VITTORIO

SCARDACCIONE.

Fatto

SVOLGIMENTO DEL PROCESSO

1. Con atto 14 settembre 2000 D.C.G., D.C.V. e V.A., quest’ultima sia in proprio che quale genitore esercente la potestà sul figlio minore D.C.F., tutti nella qualità di eredi del defunto D.C.A., titolare della ditta Edil Moderna, nonchè la C. e D. di Cavaliere Luisa & C. s.a.s. in persona di C.L. hanno convenuto in giudizio, innanzi al tribunale di Salerno, sezione distaccata di Mercato San Severino, la Edilizia Tre Pini s.r.l. chiedendone la condanna al pagamento della somma di L. 57.920.427, oltre interessi legali e rivalutazione monetaria dalle singole scadenze, a titolo di residuo prezzo di forniture eseguite in favore della società convenuta.

Hanno esposto gli atto in particolare che tra il (OMISSIS) la Edil Moderna e la C. e D. di Cavaliere Luisa avevano fornito alla società convenuta materiale edile e igienico sanitario per complessive L. 22.938.675 e che la controparte era rimasta debitrice dell’importo indicato in citazione.

Costituitasi in giudizio la convenuta ha resistito alla avversa pretesa deducendo di non avere alcun debito nei confronti degli attori cui aveva versato anche L. 5 milioni in eccesso. Con particolare riguardo al credito invocato dalla C. e D. la convenuta ha fatto presente di avere versato, a mani di DE.CA.Ge., la somma di L. cento milioni e ha chiesto di essere autorizzata a chiamarlo in causa.

Autorizzata la chiamata in causa con atto 16 dicembre 2000 la convenuta ha evocato in giudizio DE.CA.Ge. chiedendo, in via principale, il rigetto di cigni domanda attrice, in via subordinata, nella eventualità che il D.C. non avesse versato alla creditrice la somma di L. cento milioni, che lo stesso fosse condannato alla restituzione della stessa in favore di essa concludente.

Costituitosi in giudizio il D.C. ha chiesto il rigetto di ogni domanda.

Svoltasi la istruttoria del caso, con ordinanza ex art. 186 quater c.p.c., il got dell’adito tribunale ha accolto la domanda con condanna della società convenuta al pagamento della somma di Euro 29.913,40 oltre interessi legali dal 6 agosto 1999 al soddisfo.

Con atto 12 maggio 2004, depositato il successivo 17 maggio la convenuta ha dichiarato di rinunziare alla sentenza con riserva di impugnare la ordinanza.

Gravata tale ordinanza dalla soccombente Edilizia Tre Pini s.r.l. nel contraddittorio di D.C.G., V.A., DE. C.G. e della C.eD. DI Cavaliere Luisa & C. s.a.s. nonchè di D.C.F. che, costituitisi hanno chiesto il rigetto della avversa impugnazione, la Corte di appello di Salerno, con sentenza 7 -16 ottobre 2008 ha accolto il gravame e, per l’effetto,in totale riforma dell’ordinanza appellata ha rigettato ogni domanda proposta in primo grado dagli appellati con condanna degli stessi al pagamento delle spese di entrambi i gradi del giudizio.

Per la cassazione di tale ultima pronunzia, notificata il 18 novembre 2008 ha proposto ricorso, affidato a 4 motivi D.C.G., V.A., DE.CA.Ge. e della C.e D. DI Cavaliere Luisa & C. s.a.s., con atto (OMISSIS).

Resiste, con controricorso la Edilizia Tre Pini s.r.l..

Non hanno svolto attività difensiva in questa sede D.C.F. e DE.CA.Ge..

In margine a tale ricorso – proposto contro una sentenza pubblicata successivamente al 2 marzo 2006 e, quindi, soggetto alla disciplina del processo di Cassazione così come risultante per effetto dello modifiche introdotte dal D.Lgs. 2 febbraio 2006, n. 40 – è stata depositata relazione (ai sensi dell’art. 380 bis c.p.c., perchè il ricorso sia deciso in Camera di consiglio.

Diritto

MOTIVI DELLA DECISIONE

2. La relazione depositata ai sensi dell’art. 380 bis c.p.c., precisa, nella parte motiva:

2. Nessuno dei testi escussi – hanno affermato i giudici di secondo grado – è stato in grado di precisare l’entità del preteso debito e il soggetto, tra le due parti richiedenti, identificabile quale creditore: nessuno dei testi ha dichiarato di avere personalmente asserito alle contrattazioni, alla pattuizione di prezzi o alla consegna dei beni.

Hanno ancora sottolineato quei giudici che le scritture private prodotte dai pretesi creditori, contestate e disconosciute dalla controparte, risultano poi prevalentemente prive di firma del ricevente, ma sottoscritte soltanto dal trasportatore, rappresentato di volta in volta da soggetti estranei al processo, alcune di esse, poi, recano la medesima firma sia come conducente che come destinatario, sicchè restano assolutamente inutilizzabili ai fini invocati dagli appellati.

Soltanto alcune recano la sottoscrizione di C.G., legale rappresentante della società appellante, ma il predetto, nel contestare ogni debito ha disconosciuto la sua sottoscrizione senza che la controparte proponesse la verificazione della scrittura e la mancanza della verificazione determina la estraneità della documentazione dal materiale probatorio acquisibile al processo.

La contestazione generalizzata del preteso residuo credito – hanno concluso la loro indagine quei giudici – avrebbe richiesto la dimostrazione di tutti gli elementi costitutivi della domanda, a cominciare dalla stipula dei contratti di fornitura di merci e dalla identità dei soggetti che avevano assunto la posizione di parte venditrice e compratrice in quei contratti, mentre il mancato assolvimento dell’onere probatorio – stante l’insufficienza degli elementi offerti – comporta il rigetto della domanda.

3. I ricorrenti censurano la trascritta sentenza denunziando, nell’ordine:

– omessa, insufficiente e contraddittoria motivazione circa un fatto controverso e decisivo per il giudizio (provenienza delle sottoscrizioni delle bolle di consegna del materiale fornito da persone diverse dall’appellata Edilizia Tre Pini), in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, e violazione e falsa applicazione degli artt. 214 e 216 c.p.c.. Le scritture private costituite dalle bolle di accompagnamento con in calce le firme di ricezione dei soggetti di volta in volta sul cantiere – si osserva – siccome provenienti da terzi, non potevano essere oggetto di disconoscimento, nè di verificazione, si formula, pertanto, ai sensi dell’art. 366 bis c.p.c., il seguente quesito di diritto “dica la Corte di cassazione se la procedura di disconoscimento (art. 214 c.p.c.) e la mancata attivazione del procedimento di verificazione riguardano unicamente le scritture provenienti da soggetti del processo (presupponendo che sia negata la propria firma o la propria scrittura dal soggetto contro il quale il documento è prodotto), non anche le scritture per formazione e/o per sottoscrizione provenienti da terzi (primo motivo);

– violazione e falsa applicazione degli artt. 2727 e 2729 c.c., art. 116 c.p.c., in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, e omessa, insufficiente e contraddittoria motivazione circa un fatto controverso e decisivo per il giudizio (sulla rilevanza della prova testimoniale sul fatto della conseguenza della merce in rapporto ai documenti prodotti). Criticando l’apprezzamento espresso dai giudici a quibus quanto alla inidoneità delle prove testimoniali raccolte a suffragare gli assunti degli odierni ricorrenti, gli stessi formulano ai sensi dell’art. 366 bis c.p.c., formulano il seguente quesito di diritto: “dica la Corte di Cassazione se vi è stata da parte del giudice del merito violazione e/o falsa applicazione del principio in virtù del quale la valutazione del materiale probatorio non va limitata all’esame isolato dei singoli elementi, ma deve essere globale nel quadro di una indagine unitaria e organica, tenendo conto dei documenti provenienti tra terzi prodotti dalle parti, qualificando tali documenti provenienti da terzi come elemento fondanti del proprio convincimento” (secondo motivo);

– mancata applicazione degli artt. 2710, 2711 e 2712 c.c., in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5 – Omessa motivazione circa un fatto controverso e decisivo per il giudizio (mancato ordine di esibizione d’ufficio, dei libri contabili della Edilizia Tre Pini s.r.l., per estrarne le eventuali registrazioni dei documenti contabili concernenti la controversia e fondati il preteso credito.

Si osserva, in particolare che a corredo della domanda introduttiva è una serie di fatture accompagnatorie emesse sia dalla Edil Moderna che dalla C.e.D: di Cavaliere Luisa, che hanno sicuramente trovato registrazione nella contabilità delle emittenti, ma anche in quella della Edilizia Tre Pini. Al riguardo i ricorrenti formulano – ai sensi dell’art. 366 bis c.p.c. – il seguente quesito di diritto:

“Dica la Corte di Cassazione se vi è stata da parte del giudice del merito violazione e/o falsa applicazione della norma di cui all’art. 2711 c.c., comma 2 nonchè artt. 2709 e 2710 c.c., per non avere ordinato, pur avendone il potere di ufficio, la esibizione dei libri contabili della Edilizia Tre Pini s.r.l. al fine di estrarne eventuali registrazioni di documenti concernenti la controversia (terzo motivo);

– violazione degli artt. 2697, 2731 e 2735 c.c., in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, e omessa motivazione circa un fatto controverso e decisivo per il giudizio ammissione del debito di almeno L. 100 milioni consegnate a .. DE.CA.Ge.. I ricorrenti formulano ai sensi dell’art. 366 bis c.p.c., formulano il seguente quesito di diritto “Dica la Corte di Cassazione se – allorquando il debitore deduca di avere in tutto o in parte estinto la obbligazione mediante consegna di una somma di denaro a mani di terzi – l’onere della prova di siffatto pagamento incomba sul debitore e la sua ancata assoluzione comporti il riconoscimento della persistenza del debito quantomeno nei limiti dell’importo che il debitore assume di avere pagato” (quarto motivo).

4. Il proposto ricorso pare inammissibile.

Alla luce delle considerazioni che seguono.

4. 1. Giusta quanto assolutamente pacifico presso una giurisprudenza più che consolidata di questa Corte regolatrice in margine all’art. 366 bis c.p.c., e da cui totalmente e senza alcuna motivazione totalmente prescinde la difesa di parte ricorrente qualora si denunzi la sentenza impugnata sotto il profilo di cui all’art. 360 c.p.c., n. 5, il motivo di ricorso per cassazione è inammissibile allorquando il ricorrente non indichi – espressamente e separatamente rispetto alla parte espositiva del motivo – le circostanze rilevanti ai fini della decisione, in relazione al giudizio espresso nella sentenza impugnata (Cass., sez. un., 12 maggio 2008, n. 11652).

In altri termini, allorchè nel ricorso per cassazione si lamenti un vizio di motivazione della sentenza impugnata in merito ad un fatto controverso, l’onere di indicare chiaramente tale fatto ovvero le ragioni per le quali la motivazione è insufficiente, imposto dall’art. 366 bis c.p.c., deve essere adempiuto non già e non solo illustrando il relativo motivo di ricorso, ma anche formulando, al termine di esso, una indicazione riassuntiva e sintetica, che costituisca un quid pluris rispetto all’illustrazione del motivo, e che consenta al giudice di valutare immediatamente l’ammissibilità del ricorso (Cass. 7 aprile 2008, n. 8897).

Certo quanto sopra si osserva che sia con il primo motivo, sia con il secondo e con il terzo i ricorrenti censurano la sentenza impugnata sotto il profilo di cui all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5.

Atteso, peraltro, che negli stessi a prescindere dalla totale genericità delle questioni prospettate, in palese violazione della regola dell’autosufficienza del ricorso per cassazione fa difetto la chiara indicazione del fatto controverso in relazione al quale la motivazione si assume omessa o contraddittoria ovvero le ragioni per le quali la dedotta insufficienza della motivazione la renda inidonea a giustificare la decisione è evidente la inammissibilità di tutte le censure prospettate sotto il profilo del lamentato difetto di motivazione.

4.2. Sempre in margine ai primi tre motivi di ricorso si evidenzia, ancora, che il quesito di diritto previsto dall’art. 366 bis c.p.c. (nei casi previsti dall’art. 360 c.p.c., nn. 1, 2, 3 e 4) deve costituire la chiave di lettura delle ragioni esposte e porre la Corte di cassazione in condizione di rispondere a esso con la enunciazione di una regula iuris che sia, in quanto tale, suscettibile di ricevere applicazione in casi ulteriori rispetto a quello sottoposto all’esame del giudice che ha pronunciato la sentenza impugnata.

In altri termini, la Corte di Cassazione deve poter comprendere dalla lettura dal solo quesito, inteso come sintesi logico giuridica della questione, l’errore di diritto asseritamente compiuto dal giudice del merito e quale sia, secondo la prospettazione del ricorrente, la regola da applicare.

La ammissibilità del motivo, in conclusione, è condizionata alla formulazione di un quesito, compiuta e autosufficiente, dalla cui risoluzione scaturisce necessariamente il segno della decisione (in termini, ad esempio, Cass., sez. un., 25 novembre 2008, n. 28054).

Non può ritenersi sufficiente il fatto che il quesito di diritto possa implicitamente desumersi dall’esposizione del motivo di ricorso nè che esso possa consistere o ricavarsi dalla formulazione del principio di diritto che il ricorrente ritiene corretto applicarsi alla specie, perchè una siffatta interpretazione si risolverebbe nell’abrogazione tacita della norma di cui all’art. 366 bis c.p.c., secondo cui è, invece, necessario che una parte specifica del ricorso sia destinata ad individuare in modo specifico e senza incertezze interpretative la questione di diritto che la Corte è chiamata a risolvere nell’esplicazione della funzione nomofilattica che la modifica di cui al D.Lgs. n. 40 del 2006, oltre all’effetto deflattivo del carico pendente, ha inteso valorizzare, secondo quanto formulato in maniera esplicita nella Legge Delega 14 maggio 2005, n. 80, art. 1, comma 2, ed altrettanto esplicitamente ripreso nel titolo stesso del decreto delegato sopra richiamato.

In tal modo – infatti – il legislatore si propone l’obiettivo di garantire meglio l’aderenza dei motivi di ricorso (per violazione di legge o per vizi del procedimento) allo schema legale cui essi debbono corrispondere, giacchè la formulazione del quesito di diritto risponde all’esigenza di verificare la corrispondenza delle ragioni del ricorso ai canoni indefettibili del giudizio di legittimità, inteso come giudizio d’impugnazione a motivi limitati (Cass. 25 novembre 2008, nn. 28143 e 28145).

Certo quanto sopra è palese la inidoneità dei quesiti come formulati a risolvere la controversia.

4.3. Anche a prescindere da quanto precede si osserva – ancora – che i vari motivi sono inammissibili anche sotto gli ulteriori – concorrenti – profili:

– quanto al primo lo stesso prescinde dal considerare che la sentenza impugnata lungi dall’affermare, come si invoca nel motivo, che fosse onere degli odierni ricorrenti chiedere la verificazione dei documenti non provenienti dal C.G. ha precisato che quanto ai documenti a firma di questo ultimo era onere delle controparte chiedere la verificazione del documento, mentre quanto a quelli provenienti da terzi che gli stessi, provenendo da soggetti estranei alla lite sono inutilizzabili al fine del decidere;

– in margine al secondo motivo lo stesso è inammissibile oltre che per la assoluta non conformità del quesito al modello di cui all’art. 366 bis c.p.c., tenuto presente, da un lato,, che con lo stesso non si censurano violazioni di legge, poste in essere dalla sentenza gravata, ma si sollecita una nuova, diversa, valutazione delle risultanze probatorie e, in particolare, delle deposizioni testimoniali, dall’altro, che in violazione della regola della autosufficienza del ricorso per cassazione non sono state trascritte in ricorso le deposizioni che si assume siano state malamente interpretate dai giudici a quibus;

– quanto al terzo motivo è sufficiente osservare, da un lato, che il potere officioso del giudice di ordinare, ai sensi degli artt. 210 e 421 c.p.c., alla parte la esibizione di documenti sufficientemente individuati, ha carattere discrezionale e, non potendo sopperire all’inerzia della parte nel dedurre mezzi di prova, può essere esercitato solo se la prova del fatto che si intende dimostrare non sia acquisibile aliunde, non anche per fini meramente esplorativi, dall’altro che il mancato esercizio da parte del giudice del relativo potere, anche se sollecitato, non è censurabile in sede di legittimità neppure se il giudice abbia omesso di motivare al riguardo (In termini, Cass. 21 marzo 2004, n. 5908; Cass. 2 febbraio 2006, n. 2262);

– quanto al quarto si osserva che la questione specifica non risulta in alcun modo esaminata dalla sentenza gravata: è palese di conseguenza che era onere della parte ricorrente non limitarsi a affermare che in primo grado aveva prospettato la questione specifica all’attenzione del primo giudice, ma indicare in quale occasione, nel corso del giudizio di appello avesse portato all’esame della corte la relativa problematica: certo quanto sopra, non controverso che nella specie non è denunziata una omessa pronunzia ex art. 360 c.p.c., n. 4, pare palese la inammissibilità anche sotto il profilo in questione (cioè per novità della questione) del quarto motivo.

3. Ritiene il Collegio di dovere fare proprio quanto esposto nella sopra trascritta relazione, specie tenuto presente che non è stata presenta alcuna replica alla stessa.

Il proposto ricorso, conclusivamente, deve essere dichiarato inammissibile, con condanna dei ricorrenti, in solido, al pagamento delle spese di questo giudizio di legittimità liquidate come in dispositivo.

PQM

La Corte dichiara inammissibile il ricorso;

condanna i ricorrenti, in solido, al pagamento delle spese di questo giudizio di cassazione, liquidate in Euro 200,00 oltre Euro 2.000,00 per onorari e oltre spese generali e accessori come per legge.

Così deciso in Roma, nella Camera di Consiglio della Sezione Terza Civile della Corte di Cassazione, il 16 dicembre 2009.

Depositato in Cancelleria il 2 febbraio 2010

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