Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 23448 del 19/09/2019

Cassazione civile sez. VI, 19/09/2019, (ud. 09/05/2019, dep. 19/09/2019), n.23448

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SESTA CIVILE

SOTTOSEZIONE 3

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. FRASCA Raffaele – Presidente –

Dott. DE STEFANO Franco – rel. Consigliere –

Dott. TATANGELO Augusto – Consigliere –

Dott. D’ARRIGO Cosimo – Consigliere –

Dott. PORRECA Paolo – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso iscritto al n. 22537/2017 R.G. proposto da;

D.N.M., da considerarsi, in difetto di elezione di

domicilio in ROMA, per legge domiciliata ivi, presso la CORTE DI

CASSAZIONE, rappresentata e difesa dall’avvocato ROBERTO PAOLO

D’ETTORRE;

– ricorrente –

contro

B.M.T., da considerarsi, in difetto di elezione di

domicilio in ROMA, per legge domiciliata ivi, presso la CORTE DI

CASSAZIONE, rappresentata e difesa dall’avvocato FRANCESCO GIBILARO;

– controricorrente –

contro

CROSS FACTOR SPA, EQUITALIA CENTRO SPA, IFIS BANCA SPA, BANCA

POPOLARE DELL’EMILIA ROMAGNA, CONFIDI COOPCREDITO – COOPERATIVA DI

GARANZIA, BANCA TERCAS, M.A., M.C.,

F.E.;

– intimati –

avverso l’ordinanza del TRIBUNALE di CHIETI, depositata il

25/07/2017;

udita la relazione svolta nella camera di consiglio non partecipata

del 17/01/2019 dal Consigliere Dott. DE STEFANO Franco.

Fatto

RILEVATO

che:

D.N.M. ricorre, affidandosi ad almeno otto motivi con atto notificato a mezzo p.e.c. il 25/09/2017, per la cassazione dell’ordinanza del 25/07/2017 del Tribunale di Chieti, con cui è stato rigettato il suo reclamo, dispiegato ai sensi dell’art. 669-terdecies c.p.c., avverso l’ordinanza del di 08/05/2017 del g.e., resa su istanza riqualificata come opposizione di terzo all’esecuzione in danno di M.A. e ad istanza di Maria B.T. (con intervento degli altri creditori Cross Factor spa, Equitalia Centro, Ifis Banca spa) su immobile di cui era usufruttuario Calogero M.;

degli intimati resiste con controricorso solo la procedente;

è stata formulata proposta di definizione in camera di consiglio ai sensi dell’art. 380-bis c.p.c., comma 1, come modificato dal D.L. 31 agosto 2016, n. 168, art. 1-bis, comma 1, lett. e), conv. con modif. dalla L. 25 ottobre 2016, n. 197;

la ricorrente deposita memoria ai sensi del medesimo art. 380-bis c.p.c., comma 2, u.p..

Diritto

CONSIDERATO

che:

va premesso che non giova alla ricorrente la ricostruzione dei precedenti richiamati nella proposta del relatore nella prospettiva di dimostrare la loro inconferenza rispetto al tema del decidere: è principio generale – e da lungo tempo consolidato – del processo secutivo che alcuna ordinanza del g.e., tranne quelle in tema di estinzione tipica e di conclusione delle fasi sommarie delle opposizioni esecutive (o sui reclami o ricorsi dei professionisti delegati), può giammai essere oggetto di reclamo o di diretto ricorso per cassazione, come pure nessun provvedimento su reclami proposti contro la prima può a sua volta essere oggetto di ricorso immediato per cassazione, visto che per le prime è previsto (con le sole dette eccezioni) il solo rimedio tipico dell’opposizione agli atti esecutivi e che le seconde non cessano di esser prive di definitività e di decisorietà;

e così, poichè il ricorso è rivolto proprio avverso ordinanza resa su reclamo contro ordinanza su istanza di sospensione od altra interinale analoga del giudice dell’esecuzione suscettibile esclusivamente di opposizione agli atti esecutivi o di seguito della fase di merito, il ricorso è ictu (“culi inammissibile ed è superflua l’illustrazione dei motivi su cui si articola e delle difese della controricorrente;

infatti, il provvedimento oggetto del reclamo (deciso con l’ordinanza impugnata) non può reputarsi definitivo e quindi di per sè solo suscettibile di ricorso straordinario per Cassazione ex art. 111 Cost.: l’ordinanza oggetto del presente ricorso straordinario è il provvedimento che tipicamente chiude la fase cautelare e che trova la sua disciplina nell’art. 669-terdecies c.p.c., così come richiamato dall’art. 624 c.p.c., reso su impugnazione di un provvedimento, tra l’altro, di rigetto di istanza di sospensione del processo esecutivo, adottato dal giudice dell’esecuzione;

atteso quanto sopra, è sufficiente ribadire il principio di diritto più volte espresso da questa Corte per il quale è inammissibile, sia nel regime dell’art. 624 c.p.c. come riformato dalla L. 24 febbraio 2006, n. 52, quanto in quello successivo di cui alla L. 18 giugno 2009, n. 69, il ricorso per cassazione, ai sensi dell’art. 111 Cost., avverso l’ordinanza che abbia provveduto sulla sospensione dell’esecuzione, nell’ambito di un’azione qualificata come opposizione proposta ai sensi dell’art. 615,617 e 619 c.p.c., nonchè avverso l’ordinanza emessa in sede di reclamo che abbia confermato o revocato la sospensione o l’abbia concessa, trattandosi nel primo caso di provvedimento soggetto a reclamo ai sensi dell’art. 669-terdecies c.p.c., ed in entrambi i casi di provvedimenti non definitivi, in quanto suscettibili di ridiscussione nell’ambito del giudizio di opposizione (così Cass. 22/01/2015, n. 1176; tra le altre: Cass. 17266/09, 22486/09, 22488/09, 11243/10, 14140/11, ordd. 9371/14 e 4904/15, 743/16, 1228/16, 9964/17, 15624/17);

tanto vale a maggior ragione quando debba applicarsi, come nella specie, il principio c.d. dell’apparenza, a seguito dell’espressa qualificazione dell’azione (e del provvedimento) da parte del giudice che lo ha emesso; del resto, nella parte in cui l’ordinanza qui gravata affrontasse questioni diverse, è evidente che quella tanto avrebbe fatto ai soli fini della delibazione dell’istanza di sospensione o dell’adozione di provvedimenti interinali, con conseguente necessità di successiva instaurazione della fase di merito (in alternativa alla procedura di correzione di errore materiale per la fissazione del relativo termine: per tutte, vedi Cass. 22033/11 e innumerevoli successive);

sul punto, il provvedimento impugnato riferisce avere l’ordinanza reclamata qualificato l’istanza della ricorrente come propositiva di un’opposizione agli atti esecutivi, mentre nel ricorso si allude ad una qualificazione come opposizione di terzo: nell’uno come nell’altro caso la soluzione non cambia, poichè la ricorrente avrebbe soltanto dovuto dar corso alla fase a cognizione di merito, eventualmente introducendola in mancanza di fissazione del termine da parte del g.e. (Cass. 22033/11 cit.);

perciò, il ricorso va dichiarato inammissibile;

le spese del giudizio di legittimità seguono la soccombenza e si liquidano come da dispositivo;

infine, la sussistenza delle conclamate ragioni di inammissibilità in forza di un orientamento ermeneutico consolidato impone, anche di ufficio, la condanna dell’odierna ricorrente per responsabilità aggravata ai sensi dell’art. 96 c.p.c., comma 3 (applicabile ratione temporis per il tempo in cui è iniziato il presente giudizio: Cass. 20/01/2015, n. 817), potendo valere i presupposti elaborati al riguardo, per il giudizio di legittimità con unitaria elaborazione degli istituti delle condanne previste dall’art. 385 c.p.c., comma 4 e art. 96 c.p.c., comma 3, da questa Corte fin da Cass. 07/10/2013, n. 22812, ma soprattutto da Cass. ord. 22/02/2016, n. 3376 (o da Cass. 21/07/2016, n. 15017, od ancora da Cass. 14/10/2016, n. 20732): e tanto per una somma che stimasi equa nella misura indicata in dispositivo, oltre agli accessori ivi indicati per la natura di credito di valuta di quello oggetto di condanna, una volta operatane la liquidazione;

devesi pure dare atto – mancando la possibilità di valutazioni discrezionali (tra le prime: Cass. 14/03/2014, n. 5955; tra molte altre: Cass. Sez. U. 27/11/2015, n. 24245) – della sussistenza dei presupposti per l’applicazione del D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, art. 13, comma 1-quater inserito dalla L. 24 dicembre 2012, n. 228, art. 1, comma 17, in tema di contributo unificato per i gradi o i giudizi di impugnazione.

PQM

dichiara inammissibile il ricorso.

Condanna la ricorrente al pagamento, in favore della controricorrente, delle spese del giudizio di legittimità, che liquida in Euro 1.500,00 per compensi, oltre alle spese forfettarie nella misura del 15 per cento, agli esborsi liquidati in Euro 200,00 ed agli accessori di legge.

Condanna altresì la ricorrente al pagamento, in favore della controricorrente, dell’ulteriore somma di Euro 1.500,00 (millecinque-cento/00), ai sensi dell’art. 96 c.p.c., comma 3, oltre interessi da oggi al soddisfo.

Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, inserito dalla L. n. 228 del 2012, art. 1, comma 17, dà atto della sussistenza dei presupposti per il versamento, da parte della ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso, a norma dello stesso art. 13, comma 1-bis.

Così deciso in Roma, il 9 maggio 2019.

Depositato in cancelleria il 19 settembre 2019

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