Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 23444 del 26/10/2020

Cassazione civile sez. lav., 26/10/2020, (ud. 20/07/2020, dep. 26/10/2020), n.23444

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE LAVORO

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. RAIMONDI Guido – Presidente –

Dott. NEGRI DELLA TORRE Paolo – Consigliere –

Dott. GARRI Fabrizia – Consigliere –

Dott. BOGHETICH Elena – Consigliere –

Dott. PICCONE Valeria – rel. Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 30457/2018 proposto da:

B.L., elettivamente domiciliato in ROMA, VIA GIUSEPPE

PALUMBO 3, presso lo studio dell’avvocato ORFEO CELATA, che lo

rappresenta e difende unitamente agli avvocati EUGENIA CELATA, e

GIACOMO CELATA;

– ricorrente –

contro

ACEA S.P.A., in proprio e nella qualità di mandataria di ACEA

DISTRIBUZIONE S.P.A., in persona del legale rappresentante pro

tempore, elettivamente domiciliata in ROMA, VIA PO 25/B, presso lo

studio dell’avvocato ROBERTO PESSI, che la rappresenta e difende

unitamente all’avvocato MAURIZIO SANTORI;

– controricorrente – ricorrente incidentale –

avverso la sentenza n. 1509/2018 della CORTE D’APPELLO di ROMA,

depositata il 19/04/2018, R.G.N. 597/2016.

 

Fatto

RILEVATO

Che:

– con sentenza in data 19 aprile 2018, la Corte d’Appello di Roma, decidendo in sede di rinvio ha proceduto alla rideterminazione delle somme dovute dall’Acea S.p.A. a B.L. – per effetto della ritenuta illegittimità della procedura di licenziamento collettivo avviata dalla società – in applicazione del principio di diritto dettato da questa Corte, secondo cui “le somme cui è condannato il datore di lavoro in favore del lavoratore debbono essere liquidate al lordo e non al netto delle ritenute fiscali e previdenziali”;

– per la cassazione della sentenza propone ricorso il B. con tre motivi diversamente articolati;

– resiste, con controricorso la ACEA S.p.A. e spiega, altresì, ricorso incidentale affidato a due motivi;

– entrambe le parti hanno presentato memorie.

Diritto

CONSIDERATO

Che:

– con il primo motivo di ricorso si deduce cumulativamente la violazione dell’art. 384 c.p.c., dell’art. 91c.p.c., dell’art. 385c.p.c., dell’art. 112, nonchè vizio di ultrapetizione e nullità della sentenza ex art. 360 c.p.c., nn. 3, 4 e 5, per aver la Corte disatteso quanto statuito in sede di legittimità per la rideterminazione delle spese legali;

– con il secondo motivo di ricorso si deduce, ancora allegandosi l’errata ed immotivata liquidazione dei diritti e degli onorari di tutti i gradi del giudizio, sotto i profili dell’art. 360 c.p.c., nn. 3, 4, 5, la violazione del D.M. 10 marzo 2014, n. 55, art. 111 Cost., e l’omessa motivazione su un punto decisivo della controversia;

– con il terzo motivo si allega la violazione delle norme sull’intangibilità del giudicato, art. 324 c.p.c., art. 2909 c.c., art. 336 c.p.c. sotto i profili dell’art. 360 c.p.c., nn. 3 e 4;

– va preliminarmente rilevato che il primo motivo appare formulato in modo promiscuo, denunciando violazioni di legge o di contratto e vizi di motivazione senza che nell’ambito della parte argomentativa del mezzo di impugnazione risulti possibile scindere le ragioni poste a sostegno dell’uno o dell’altro vizio, determinando una situazione di inestricabile promiscuità, tale da rendere eccessivamente difficoltosa l’operazione di interpretazione e sussunzione delle censure (v., in particolare, sul punto, Cass. n. 18715 del 2016; Cass. n. 17931 del 2013; Cass. n. 7394 del 2010; Cass. n. 20355 del 2008; Cass. n. 9470 del 2008), nella sostanza contestando l’accertamento operato dalla Corte territoriale in ordine alle modalità di determinazione delle spese legali che essa ha provveduto a liquidare avendo questa Corte, una volta statuita la cassazione con rinvio della pronuncia impugnata, rinviato alla Corte d’appello “anche per la regolamentazione delle spese, ivi comprese quelle del presente giudizio di legittimità”;

– i tre motivi, da esaminarsi congiuntamente, per l’intima connessione, sono infondati;

– giova premettere che, in seguito alla riformulazione dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, disposto dal D.L. 22 giugno 2012, n. 83, art. 54, comma 1, lett. b), convertito con modificazioni nella L. 7 agosto 2012, n. 134, che ha limitato la impugnazione delle sentenze in grado di appello o in unico grado per vizio di motivazione alla sola ipotesi di “omesso esame circa un fatto decisivo per il giudizio che è stato oggetto di discussione tra le parti”, con la conseguenza che, al di fuori dell’indicata omissione, il controllo del vizio di legittimità rimane circoscritto alla sola verifica della esistenza del requisito motivazionale nel suo contenuto “minimo costituzionale” richiesto dall’art. 111 Cost., comma 6, ed individuato “in negativo” dalla consolidata giurisprudenza della Corte – formatasi in materia di ricorso straordinario – in relazione alle note ipotesi (mancanza della motivazione quale requisito essenziale del provvedimento giurisdizionale; motivazione apparente; manifesta ed irriducibile contraddittorietà; motivazione perplessa od incomprensibile) che si convertono nella violazione dell’art. 132 c.p.c., comma 2, n. 4) e che determinano la nullità della sentenza per carenza assoluta del prescritto requisito di validità (fra le più recenti, Cass. n. 23940 del 2017);

– parte ricorrente mira piuttosto ad ottenere una diversa regolamentazione delle spese formulando istanze inammissibili in sede di legittimità, atteso che, in tema di spese processuali, salvo il rispetto dei parametri minimi e massimi – perfettamente attuato nella specie – la determinazione in concreto del compenso per le prestazioni professionali di avvocato è rimessa esclusivamente al prudente apprezzamento del giudice di merito (sul punto, V. fra le più recenti, Cass. n. 4782 del 20 febbraio 2020);

– nè nel caso di specie può ritenersi ricorrere una ipotesi di violazione del giudicato atteso che correttamente la Corte territoriale ha proceduto alla rideterminazione delle spese relativamente a tutte le fasi del giudizio secondo quando statuito nel dispositivo di legittimità e non essendo limitata la riliquidazione, contrariamente a quanto sostenuto da parte ricorrente, alla fase di rinvio ed al giudizio di legittimità;

con il primo motivo di ricorso incidentale si deduce la violazione della L. n. 214 del 2011, art. 24, comma 3, art. 132 c.p.c. e art. 118 disp. att. c.p.c., in relazione all’art. 360 c.p.c., n. 3;

– con il secondo motivo si deduce ancora la nullità della sentenza e la violazione dell’art. 132 c.p.c. e art. 118 disp. att. c.p.c., in relazione all’art. 360 c.p.c., n. 4;

– va premessa la scarsa chiarezza del primo motivo con il quale si deduce la violazione di legge ma si fa valere nel corpo dello stesso la sussistenza di una ipotesi di motivazione apparente o perplessa in quanto non in grado di consentire l’individuazione dell’iter logico seguito dalla Corte nella individuazione del termine finale per la corresponsione delle retribuzioni, che, secondo la ACEA, avrebbe dovuto coincidere con il 12 marzo 2012, data in cui il B. aveva maturato i requisiti di età oltre che di anzianità contributiva previsti dalla normativa vigente (65 anni);

– i due motivi, da esaminarsi congiuntamente per l’intima connessione, sono infondati;

– giova rilevare che, secondo questa Corte (cfr., ex plurimis, Cass. n. 3819 del 14 febbraio 2020), in tema di contenuto della sentenza, il vizio di motivazione previsto dall’art. 132 c.p.c., comma 2, n. 4 e dall’art. 111 Cost., sussiste quando la pronuncia riveli una obiettiva carenza nella indicazione del criterio logico che ha condotto il giudice alla formazione del proprio convincimento, come accade quando non vi sia alcuna esplicitazione sul quadro probatorio, nè alcuna disamina logico-giuridica che lasci trasparire il percorso argomentativo seguito;

– nel caso di specie, la Corte territoriale ha precisato con chiarezza di non poter accedere alla richiesta della società di limitare il risarcimento al 12 marzo 2012, termine ultimo di permanenza in servizio del B. con riguardo alla maturazione dei requisiti del trattamento pensionistico di vecchiaia/anzianità, atteso che tale argomento non risultava essere stato introdotto nel giudizio di secondo grado successivamente alla maturazione dei requisiti stessi;

– chiedendo una diversa determinazione, il ricorrente incidentale postula una operazione inammissibile in sede di legittimità, nè la previsione legale del termine di maturazione dei requisiti di anzianità può determinare, tout court, l’automatica applicazione del diverso termine finale in assenza di apposita istanza della parte interessata;

– alla luce delle suesposte argomentazioni, il ricorso principale e quello incidentale devono essere respinti;

– la reciproca soccombenza induce alla integrale compensazione delle spese relative ai giudizio di legittimità;

– sussistono i presupposti processuali per il versamento, da parte del ricorrente principale e di quello incidentale, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato, pari a quello previsto per il ricorso, a norma del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 bis e comma 1 quater, se dovuto.

PQM

La Corte respinge il ricorso principale e quello incidentale. Compensa integralmente le spese del presente grado di legittimità. Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, dà atto della sussistenza dei presupposti processuali per il versamento, da parte del ricorrente principale e del ricorrente incidentale, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato, pari a quello previsto per il ricorso, a norma dello stesso art. 13, comma 1 bis, se dovuto.

Così deciso in Roma, nella Adunanza camerale, il 20 luglio 2020.

Depositato in Cancelleria il 26 ottobre 2020

 

 

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