Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 2344 del 02/02/2010

Cassazione civile sez. III, 02/02/2010, (ud. 16/12/2009, dep. 02/02/2010), n.2344

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE TERZA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. PREDEN Roberto – Presidente –

Dott. FINOCCHIARO Mario – rel. Consigliere –

Dott. MASSERA Maurizio – Consigliere –

Dott. SEGRETO Antonio – Consigliere –

Dott. VIVALDI Roberta – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ordinanza

sul ricorso 2518/2009 proposto da:

R.G., elettivamente domiciliato in ROMA, VIA GIUSEPPE

ZANARDELLI 23, presso lo studio dell’avvocato FILIPPUCCI FABRIZIO,

che lo rappresenta e difende, giusta procura speciale in calce al

ricorso;

– ricorrente –

contro

CONDOMINIO di VIA (OMISSIS) in persona dell’amministratore,

elettivamente domiciliato in ROMA, VIA FABIO MASSIMO 45, presso lo

studio dell’avvocato MATTEO LUIGI CARMELO, che lo rappresenta e

difende, giusta procura a margine del controricorso;

– controricorrente –

avverso la sentenza n. 123 3/2 008 della CORTE D’APPELLO di ROMA del

19.3.08, depositata il 08/04/2008;

udita la relazione della causa svolta nella Camera di consiglio del

16/12/2009 dal Consigliere Relatore Dott. MARIO FINOCCHIARO;

E’ presente il P.G. in persona del Dott. EDUARDO VITTORIO

SCARDACCIONE.

Fatto

SVOLGIMENTO DEL PROCESSO

1. Con atto 9 aprile 2004 il Condominio di Via (OMISSIS), proprietario di un immobile in (OMISSIS), ha intimato a R.G. – che lo conduceva in locazione in forza di contratto (OMISSIS) per il canone, attualizzato di Euro 464,82 – sfratto per morosità, atteso che a far data dal (OMISSIS) non aveva pagato – alle scadenze – il canone di affitto per complessivi Euro 3.253,74 nè gli oneri accessori per gli anni (OMISSIS) per complessivi Euro 1.314,46, con contestuale citazione per la convalida innanzi al tribunale di Roma.

Ha chiesto il Condominio attore, altresì, fosse emessa ingiunzione per il pagamento dei canoni scaduti e, in caso di opposizione, ordinanza provvisoriamente esecutiva nonchè che con la successiva sentenza il contratto fosse dichiarato risolto per grave inadempimento del conduttore con condanna dello stesso al rilascio, al pagamento dei canoni scaduti e fissazione della data di esecuzione dello sfratto.

Costituitosi in giudizio il R. si è opposto alla convalida.

Chiusa la fase sommaria senza la concessione dell’ordinanza provvisoria di rilascio e mutato il rito in quello speciale locativo, con assegnazione del termine perentorio per la integrazione degli atti introdottivi del giudizio, svoltasi la istruttoria del caso l’adito tribunale con sentenza 27 gennaio – 1 febbraio 2005 in accoglimento della domanda ha dichiarato risolto il contratto di locazione inter partes con condanna del R. al rilascio – fissando per l’esecuzione la data del 27 febbraio 2005 – e al pagamento degli interessi legali sulle somme corrisposte in ritardo, dalla singole scadenze al saldo, per i canoni e dalla messa in mora per gli oneri condominiali, nonchè delle spese di lite.

Gravata tale pronunzia dal soccombente R. la Corte di appello di Roma con sentenza 19 marzo – 8 aprile 2008, ha rigettato l’appello con condanna del R. al pagamento delle spese del grado.

Per la cassazione di tale ultima pronunzia, non notificata, ha proposto ricorso, affidato a tre motivi e illustrato da memoria, R.G., con atto 20 gennaio 2009.

Resiste, con controricorso il Condominio di Via (OMISSIS), con atto 2 marzo 2009.

In margine a tale ricorso – proposto contro una sentenza pubblicata successivamente al 2 marzo 2006 e, quindi, soggetto alla disciplina del processo di Cassazione così come risultante per effetto dello modifiche introdotte dal D.Lgs. 2 febbraio 2006, n. 40, – è stata depositata relazione (ai sensi dell’art. 380 bis c.p.c.) perchè il ricorso sia deciso in camera di consiglio.

Diritto

MOTIVI DELLA DECISIONE

2. La relazione depositata ai sensi dell’art. 380 bis c.p.c., precisa, nella parte motiva:

2. Accertato, in linea di fatto, che i canoni di settembre 2003, febbraio e marzo 2004 sono stati corrisposti il 18 marzo 2004 e i restanti – ottobre, novembre, dicembre 2003 e gennaio 2004 – il 30 aprile 2004, successivamente alla notifica dell’atto di intimazione, il primo giudice ha pronunziato la risoluzione del contratto inter partes evidenziando:

– in forza del principio generale dettato dall’art. 1453 c.c., comma 3, il debitore non può più adempiere la propria obbligazione successivamente alla introduzione della domanda di risoluzione per inadempimento, salvo non possa trovare applicazione la disposizione dettata dalla L. 27 luglio 1978, n. 392, art. 55;

– nella specie il pagamento effettuato dal resistente dopo l’introduzione del giudizio di risoluzione – essendo limitato alla, sola sorte con esclusione degli interessi e delle spese – non costituisce una valida sanatoria della morosità e non esclude l’inadempimento del conduttore;

– l’inadempimento del pagamento del canoni, protrattosi per mesi da (OMISSIS), e degli oneri, il cui ammontare supera l’importo di due rate del canone, deve essere ritenuto grave, alla luce del disposto della L. 27 luglio 1978, n. 392, art. 5, così da giustificare la risoluzione del contratto;

– il contratto in corso tra le parti deve essere quindi dichiarato risolto.

Parte R. ha censurato, con l’atto di appello, nella parte de qua la sentenza del primo giudice denunziando che erroneamente il primo giudice aveva ritenuto tardivi i versamenti, perchè effettuati dopo la notificazione dell’atto di intimazione assumendone invece la tempestività e efficacia alla luce della contestata nullità della notifica della intimazione e ciò ai sensi della L. n. 392 del 1978, art. 55.

La Corte di appello, accertata la ritualità della notifica della intimazione, ha disatteso lo specifico motivo di appello formulato al riguardo dal soccombente, evidenziando:

– ì detti pagamenti, effettuati dopo la rituale notifica dell’atto di intimazione di sfratto per morosità, avrebbero escluso per il conduttore la pronuncia di inadempimento del contratto di locazione ove questi non fossero stati limitati alla sola sorte, mentre nella specie il pagamento è stato completato dal conduttore solamente alla seconda udienza del 20 maggio 2004;

– da ultimo (cioè a prescindere dalla non idoneità degli eseguiti pagamenti a sanare la mora) va rilevato che la purgazione della mora successiva alla domanda di risoluzione insite nella intimazione di sfratto non è ostativa ai sensi dell’art. 1453 c.c., all’accertamento dell’inadempimento nell’ambito del giudizio ordinario, che a tale fine è proseguito dopo il pagamento dei canoni scaduti da parte dell’intimato.

3. Il ricorrente censura nella parte de qua la sentenza gravata con tre motivi con i quali lamenta, nell’ordine:

– da un lato, falsa applicazione dell’art. 1453 c.c., in relazione al combinato disposto di cui all’art. 1455 c.c., ed L. n. 392 del 1978, art. 5, (formulando il seguente quesito di diritto: “dica e accerti la Ecc.ma Corte Suprema se il giudice del merito, in un giudizio sulla risoluzione del contratto per inadempimento, sia incorso nella violazione di legge, laddove limiti la propria indagine al mero inadempimento delle obbligazioni primarie del contratto, disattendendo la valutazione sulla non scarsa importanza dell’inadempimento, avuto riguardo all’altro contraente, ovverosia l’idoneità a ledere in modo rilevante l’interesse contrattuale del locatore a sconvolgere l’intera economia del rapporto e determinare un notevole ostacolo alla sua prosecuzione”) primo motivo;

– dall’altro omessa motivazione sulla valutazione della gravità dell’inadempimento ex art. 360 c.p.c., n. 3, con riferimento al combinato disposto di cui agli artt. 1453 e 1455 c.c., e L. n. 392 del 1978, art. 5, (formulando, al riguardo, il seguente quesito di diritto “dica ed accerti la Ecc.ma Corte Suprema se il giudice del merito, in un giudizio di risoluzione del contratto per inadempimento, sia incorso nel vizio di omessa motivazione, laddove limiti la motivazione medesima alla mera enunciazione di istituti giuridici in tema di inadempimento contrattuale, ovvero faccia mero riferimento ad articoli codicistici, tanto da impedire ogni e qualunque riferimento al criterio logico giuridico che egli avrebbe seguito con riguardo alle enunciazioni di cui in motivazione”) secondo motivo;

– da ultimo, omessa motivazione sulla valutazione della tardività dell’adempimento ex art. 360 c.p.c., n. 3, con riferimento al combinato disposto di cui agli artt. 1176 e 1453 c.c., nonchè alla L. n. 392 del 1978, art. 55, (formulando, al riguardo, il seguente quesito di diritto: “dica ed accerti la Ecc.ma Corte Suprema se il giudice del merito, in un giudizio di risoluzione del contratto per inadempimento, sia incorso nel vizio di omessa motivazione, laddove limiti la motivazione medesima e per ciò stesso il ragionamento logico giuridico, alla mera verifica degli elementi accertativi dell’inadempimento, disattendendo di conformarsi al dettato codicistico ed omettendo la motivazione e per ciò stesso il ragionamento logico giuridico avuto riguardo al contemperamento agli opposti interessi delle parti”) (terzo motivo).

4. Il proposto ricorso pare inammissibile, stante la inammissibilità – sotto molteplici, concorrenti, profili – dei vari motivi in cui si articola.

Alla luce delle considerazioni che seguono.

4. 1. In primis, in limine, si osserva che giusta quanto assolutamente pacifico – presso una più che consolidata giurisprudenza di questa Corte regolatrice – che a norma dell’art. 366 bis c.p.c., è inammissibile il motivo di ricorso per cassazione il cui quesito di diritto si risolva in un’enunciazione di carattere generale e astratto, priva di qualunque indicazione sul tipo della controversia e sulla sua riconducibilità alla fattispecie in esame, tale da non consentire alcuna risposta utile a definire la causa nel senso voluto dal ricorrente, non potendosi desumere il quesito dal contenuto del motivo o integrare il primo con il secondo, pena la sostanziale abrogazione del suddetto articolo (Cass., sez. un., 11 marzo 2008, n. 6420, tra le tantissime).

Pacifico quanto sopra è di palmare evidenza che in riferimento a tutti e tre i motivi del proprio ricorso parte ricorrente si è limitata a enunciazioni totalmente astratte, in alcun modo correlate alla fattispecie in esame si che dalla lettura degli stessi non è dato comprendere nè quale sia la interpretazione data, dalla sentenza impugnata delle norme di diritto che si assumono violate, nè quale sia – con riferimento alla fattispecie concreta – la corretta interpretazione da dare a quelle stesse disposizioni.

4.2. Anche a prescindere da quanto precede si osserva che giusta un insegnamento assolutamente pacìfico presso la giurisprudenza di questa Corte regolatrice e che nella specie deve trovare ulteriore conferma, ove una sentenza (o un capo di questa) si fondi su più ragioni, tutte autonomamente idonee a sorreggerla, è necessario – per giungere alla cassazione della pronunzia – non solo che ciascuna di esse abbia formato oggetto di specifica censura, ma anche che il ricorso abbia esito positivo nella sua interezza con l’accoglimento di tutte le censure, affinchè si realizzi lo scopo stesso dell’impugnazione.

Questa, infatti, è intesa alla cassazione della sentenza in toto, o in un suo singolo capo, id est di tutte le ragioni che autonomamente l’una o l’altro sorreggano.

E’ sufficiente, pertanto, che anche una sola delle dette ragioni non formi oggetto di censura, ovvero che sia respinta la censura relativa anche ad una sola delle dette ragioni, perchè il motivo di impugnazione debba essere respinto nella sua interezza, divenendo inammissibili, per difetto di interesse, le censure avverso le altre ragioni (In tale senso, ad esempio, tra le tantissime, (In tale senso, ad esempio, tra le tantissime, Cass. 5 marzo 2007, n. 5051; Cass. 11 gennaio 2007, n. 389; Cass. 18 settembre 2006, n. 20118).

Facendo applicazione del principio di cui sopra al caso di specie è agevole osservare, come evidenziato sopra, che i giudici del merito hanno pronunciato la risoluzione del contratto inter partes per inadempimento del conduttore, nonostante questo ultimo avesse provveduto al pagamento dei canoni, avendo ritenuto:

– che poichè – a norma dell’art. 1453 c.c., comma 3, – dalla data della domanda di risoluzione l’inadempiente non può più adempiere la propria obbligazione il pagamento dei canoni successivamente alla richiesta di risoluzione del contratto di affitto è irrilevante al fine della pronunzia su tale domanda (1^ ratio decidendi);

– che pur ritenendosi, nella specie, applicabile la disciplina eccezionale, di cui alla L. 27 luglio 1978, n. 392, art. 55, la stessa non è invocabile nella specie, atteso che il pagamento è avvenuto dopo la prima udienza e non comprendeva gli interessi maturati sui canoni e sulle spese accessorie maturate (2^ ratio decidendi);

– l’eventuale purgazione della mora ex art. 55, in ogni caso non preclude al giudice di valutare la eventuale gravità dell’inadempimento (3^ ratio decidendi).

Certo quanto sopra, pacifico che il ricorrente non ha in alcun modo validamente investito, con il proprio ricorso, nè la prima nè la seconda delle sopra ricordate ratio decidendi, è palese la inammissibilità del ricorso con il quale si censura esclusivamente la terza.

4.3. Peraltro, per completezza di esposizione, non può – da ultimo – tacersi che le censure al riguardo sono manifestamente inammissibili perchè prospettano questioni nuove, coperte da giudicato.

E valga il vero.

Il primo giudice, come riferito sopra, ha affermato, espressamente che l’inadempimento del pagamento del canoni, protrattosi per mesi da (OMISSIS), e degli oneri, il cui ammontare supera l’importo di due rate del canone, deve essere ritenuto grave, alla luce del disposto della L. 27 luglio 1978, n. 392, art. 5, cosi da giustificare la risoluzione del contratto.

Lo stesso, cioè, ha – puntualmente – adempiuto ancorchè come terza ratio decidendi l’onere impostogli dall’art. 1455 c.c..

Certo quanto sopra è evidente che era onere dell’odierno ricorrente dedurre, nell’atto di appello, la violazione dell’art. 1455 c.c., non sussistendo nel caso concreto, un grave inadempimento.

Posto, per contro, come pacifico cfr., del resto, la stessa esposizione dello “svolgimento del processo” da parte della sentenza gravata, nonchè del “fatto” come compiuta dallo stesso ricorrente nelle premesse del proprio ricorso che tale capo della sentenza del primo giudice non è stata investita da uno specifico motivo di appello è evidente che del tutto correttamente la Corte di appello ha omesso, sulla questione, qualsiasi indagine, non sollecitata dalla parte sul punto soccombente.

3. Ritiene il Collegio di dovere fare proprio quanto esposto nella, sopra trascritta relazione, specie tenuto presente le repliche alla stessa, contenute nella memoria ex art. 378 c.p.c., del ricorrente, non giustificano un superamento delle considerazioni svolte nella relazione – sopra trascritte – e della pacifica giurisprudenza ivi ricordata.

In ogni modo, anche a prescindere da quanto sopra, si osserva che nella relazione sopra trascritta è chiaramente precisato che il proposto ricorso è inammissibile non solo perchè non rispettoso delle regole poste – a pena di inammissibilità – dall’art. 366 bis c.p.c., ma anche sotto altri, concorrenti, profili.

Censurando la difesa del ricorrente la relazione esclusivamente sotto il primo dei trascritti profili singolarmente invocando una giurisprudenza di legittimità (Cass., sez. un., 5 febbraio 2008, n. 2658) che lungi dal porsi in contrasto con il contenuto della detta relazione è in sintonia con questa e offre ulteriore conforto alla conclusione che i quesiti formulati nel ricorso non sono adeguati e, pertanto, i motivi stessi devono essere dichiarati inammissibili, è palese che anche nella astratta eventualità dovessero ritenersi fondate le critiche alla relazione svolte nella memoria sotto il profilo di cui all’art. 366 bis c.p.c., la relazione stessa non potrebbe che essere confermata per gli ulteriori profili di inammissibilità del ricorso ivi evidenziati.

Il proposto ricorso, conclusivamente, deve essere dichiarato inammissibile, con condanna del ricorrente al pagamento delle spese di questo giudizio di legittimità liquidate come in dispositivo.

P.Q.M.

La Corte dichiara inammissibile il ricorso;

Condanna il ricorrente al pagamento delle spese di questo giudizio di cassazione, liquidate in Euro 200,00, oltre Euro 1.500,00 per onorari e oltre spese generali e accessori come per legge.

Così deciso in Roma, nella Camera di consiglio della Sezione Terza Civile della Corte di Cassazione, il 16 dicembre 2009.

Depositato in Cancelleria il 2 febbraio 2010

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