Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 2343 del 29/01/2019

Cassazione civile sez. III, 29/01/2019, (ud. 13/11/2018, dep. 29/01/2019), n.2343

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE TERZA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. TRAVAGLINO Giacomo – Presidente –

Dott. DI FLORIO Antonella – Consigliere –

Dott. IANNELLO Emilio – Consigliere –

Dott. VALLE Cristiano – Consigliere –

Dott. DELL’UTRI Marco – rel. Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 1804/2015 proposto da:

REGIONE PUGLIA, in persona del Presidente della Giunta Regionale pro

tempore, elettivamente domiciliata in ROMA, VIA COSSERIA 2, presso

lo studio dell’avvocato ALFREDO PLACIDI, rappresentata e difesa

dall’avvocato MAURIZIO MARCANTONIO giusta procura a margine del

ricorso;

– ricorrente –

contro

MINISTERO DELLA SALUTE, (OMISSIS), in persona del Ministro pro

tempore, elettivamente domiciliato in ROMA, VIA DEI PORTOGHESI 12,

presso l’AVVOCATURA GENERALE DELLO STATO, che lo rappresenta e

difende per legge;

– controricorrente –

e contro

N.C., USL LE (OMISSIS) IN GESTIONE LIQUIDATORIA;

– intimati –

nonchè da:

N.C., elettivamente domiciliato in ROMA, VIA L. MANTEGAZZA

24 C/O STUDIO MARCO GARDIN, presso lo studio dell’avvocato GAETANO

CENTONZE, che lo rappresenta e difende giusta procura a margine del

controricorso e ricorso incidentale;

– ricorrente incidentale –

contro

MINISTERO DELLA SALUTE, (OMISSIS), in persona del Ministro pro

tempore, elettivamente domiciliato in ROMA, VIA DEI PORTOGHESI 12,

presso l’AVVOCATURA GENERALE DELLO STATO, che lo rappresenta e

difende per legge;

REGIONE PUGLIA, in persona del Presidente della Giunta Regionale pro

tempore, elettivamente domiciliata in ROMA, VIA COSSERIA 2, presso

lo studio dell’avvocato ALFREDO PLACIDI, rappresentata e difesa

dall’avvocato MAURIZIO MARCANTONIO giusta procura a margine del

ricorso principale;

– controricorrenti all’incidentale –

e contro

USL LE (OMISSIS) IN GESTIONE LIQUIDATORIA;

– intimata –

avverso la sentenza n. 642/2014 della CORTE D’APPELLO di LECCE,

depositata il 25/09/2014;

udita la relazione della causa svolta nella Camera di consiglio del

13/11/2018 dal Consigliere Dott. MARCO DELL’UTRI.

Fatto

RITENUTO

che, con sentenza resa in data 25/9/2014, la Corte d’appello di Lecce, in accoglimento dell’appello proposto da N.C. e in riforma della sentenza della decisione di primo grado, ha condannato il Ministero della Salute, la Regione Puglia e la Usl Le/(OMISSIS) in gestione liquidatoria, al risarcimento, in favore del N., dei danni dallo stesso sofferti a seguito del decesso del proprio padre, N.O., avvenuto, in data (OMISSIS), a seguito di trasfusioni di sangue infetto praticate presso l’Ospedale (OMISSIS) nel (OMISSIS);

che, a fondamento della decisione assunta, la corte territoriale, rilevato il mancato decorso del termine di prescrizione del diritto al risarcimento dei danni rivendicato dall’originario attore, ha rilevato l’effettiva responsabilità delle amministrazioni convenute nella provocazione del decesso di N.O. per i fatti dedotti in giudizio, successivamente provvedendo alla liquidazione dei danni in favore di N.C.;

che, avverso la sentenza d’appello, la Regione Puglia propone ricorso per cassazione sulla base di nove motivi d’impugnazione;

che N.C. resiste con controricorso, proponendo, a sua volta, ricorso incidentale sulla base di due motivi d’impugnazione;

che il Ministero della Salute resiste con controricorso ad entrambe le impugnazioni;

che la Regione Puglia ha depositato controricorso per resistere al ricorso incidentale del N.;

che la Regione Puglia e N.C. hanno depositato memoria; che nessun altro intimato ha svolto difese in questa sede;

considerato che, con il primo motivo, la Regione Puglia censura la sentenza impugnata per violazione degli artt. 126,127e 130 c.p.c., dell’art. 46disp. att. c.p.c., nonchè dell’art. 101 c.p.c., in relazione agli artt. 24 e 111 Cost. (con riguardo all’art. 360 c.p.c., n. 4), per avere la corte territoriale erroneamente omesso di rilevare la violazione del principio del contraddittorio e del diritto di difesa della ricorrente principale a seguito della manomissione del verbale di udienza del 12 luglio 2012 (relativa al giudizio di appello) nella parte in cui aveva disposto il rinvio della causa, per la precisazione delle conclusioni, alla data del 13 gennaio 2015, successivamente modificata in modo arbitrario in quella del 12 gennaio 2013, con la conseguente mancata possibilità, per il difensore della ricorrente principale, di partecipare al successivo svolgimento del processo;

che il motivo è inammissibile;

che, al riguardo, osserva il Collegio come, attraverso la censura in esame, l’amministrazione ricorrente si sia limitata a censurare la nullità della sentenza impugnata sul presupposto della relativa emissione sulla base di documenti contestati come falsi;

che, sul punto, è appena il caso di richiamare l’insegnamento della giurisprudenza di questa Corte, ai sensi del quale, nel giudizio di cassazione, la querela di falso è proponibile limitatamente ad atti del relativo procedimento, come il ricorso o il controricorso, ovvero a documenti producibili ai sensi dell’art. 372 c.p.c., mentre non può riguardare atti e documenti che il giudice di merito abbia posto a fondamento della sentenza impugnata, in quanto la loro eventuale falsità, se definitivamente accertata nella sede competente, può essere fatta valere come motivo di revocazione (v. Sez. 1, Sentenza n. 24856 del 22/11/2006, Rv. 593233-01);

che, pertanto, detta querela può riguardare anche la nullità della sentenza impugnata, con riferimento ai soli vizi della sentenza stessa per mancanza dei suoi requisiti essenziali, di sostanza o di forma, e non anche ove essa sia originata, in via mediata e riflessa, da vizi del procedimento, ovvero dalla eventuale falsità dei documenti posti a base della decisione del giudice di merito (v. Sez. 1, Sentenza n. 24856 del 22/11/2006, Rv. 593233-01, cit.);

che, con il secondo motivo, la ricorrente censura la sentenza impugnata per violazione dell’art. 111 c.p.c., anche in relazione agli artt. 24 e 111 Cost., nonchè degli artt. 101,194 e 195 c.p.c. e dell’art. 90 disp. att. c.p.c., commi 2 e 3 (in relazione all’art. 360 c.p.c., nn. 3 e 4), per avere la corte territoriale omesso di rilevare la nullità in cui era incorso il consulente tecnico d’ufficio nel ricevere scritti defensionali della controparte al di fuori del contraddittorio e in violazione del corrispondente principio processuale;

che il motivo è inammissibile per difetto di rilevanza;

che, sul punto, varrà richiamare il consolidato orientamento della giurisprudenza di questa Corte, ai sensi del quale la parte che propone ricorso per cassazione deducendo la nullità della sentenza per un vizio dell’attività del giudice lesivo del proprio diritto di difesa, ha l’onere di indicare il concreto pregiudizio derivato, atteso che, nel rispetto dei principi di economia processuale, di ragionevole durata del processo e di interesse ad agire, l’impugnazione non tutela l’astratta regolarità dell’attività giudiziaria ma mira ad eliminare il concreto pregiudizio subito dalla parte, sicchè l’annullamento della sentenza impugnata è necessario solo se nel successivo giudizio di rinvio il ricorrente possa ottenere una pronuncia diversa e più favorevole a quella cassata (v. Sez. 1, Sentenza n. 19759 del 09/08/2017, Rv. 645194-01);

che, con il terzo motivo, la ricorrente principale censura la sentenza impugnata per violazione dell’art. 112 c.p.c. (in relazione all’art. 360 c.p.c., n. 4), per avere la corte territoriale riconosciuto la responsabilità contrattuale della Regione Puglia nonostante la controparte non avesse mai dedotto tale titolo di responsabilità a carico della stessa nel corso del giudizio;

che la censura è inammissibile per violazione dell’art. 366 c.p.c., n. 6;

che, al riguardo, è appena il caso di rilevare come, in caso di denuncia, ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 4, del vizio di pretesa violazione dell’art. 112 c.p.c., da parte del giudice di merito, per avere pronunciato su di una domanda non proposta, il giudice di legittimità è investito del potere di esaminare direttamente il ricorso introduttivo del giudizio, purchè ritualmente indicato ed allegato nel rispetto delle disposizioni di cui all’art. 366 c.p.c., comma 1, n. 6 e art. 369 c.p.c., comma 2, n. 4, al fine di verificare contenuto e limiti della domanda azionata (v. Sez. L, Sentenza n. 8008 del 04/04/2014, Rv. 630095-01);

che, peraltro, varrà sotto altro profilo richiamare il principio consolidato nella giurisprudenza di questa Corte, alla stregua del quale l’interpretazione operata dal giudice di appello, riguardo al contenuto e all’ampiezza della domanda giudiziale, è assoggettabile al controllo di legittimità limitatamente alla valutazione della logicità e congruità della motivazione e, a tal riguardo, il sindacato della Corte di Cassazione comporta l’identificazione della volontà della parte in relazione alle finalità dalla medesima perseguite, in un ambito in cui, in vista del predetto controllo, tale volontà si ricostruisce in base a criteri ermeneutici assimilabili a quelli propri del negozio, diversamente dall’interpretazione riferibile ad atti processuali provenienti dal giudice, ove la volontà dell’autore è irrilevante e l’unico criterio esegetico applicabile è quello della funzione obiettivamente assunta dall’atto giudiziale (Sez. L, Sentenza n. 17947 del 08/08/2006, Rv. 591719-01; Sez. L, Sentenza n. 2467 del 06/02/2006, Rv. 586752-01);

che, al riguardo, il giudice del merito, nell’indagine diretta all’individuazione del contenuto e della portata delle domande sottoposte alla sua cognizione, non è tenuto a uniformarsi al tenore letterale degli atti nei quali esse sono contenute, ma deve, per converso, avere riguardo al contenuto sostanziale della pretesa fatta valere, come desumibile dalla natura delle vicende dedotte e rappresentate dalla parte istante (Sez. 3, Sentenza n. 21087 del 19/10/2015, Rv. 637476-01);

che, nella specie, l’odierna ricorrente, lungi dallo specificare i modi o le forme dell’eventuale scostamento del giudice a quo dai canoni ermeneutici legali che ne orientano il percorso interpretativo (anche) della domanda giudiziale, risulta essersi limitata ad argomentare unicamente il proprio dissenso dall’interpretazione fornita dal giudice d’appello, così risolvendo le censure proposte ad una questione di fatto non proponibile in sede di legittimità;

che, con il quarto motivo, la ricorrente principale censura la sentenza impugnata per violazione dell’art. 112 c.p.c. (in relazione all’art. 360 c.p.c., n. 4), per avere la corte territoriale omesso di pronunciarsi in ordine alla dedotta eccezione relativa al difetto di legittimazione passiva della Regione Puglia ritualmente proposta in primo grado e riproposta in sede d’appello, con specifico riguardo all’argomentazione concernente l’esclusività della legittimazione passiva in capo al Ministero della Salute;

che, con il quinto motivo, la ricorrente principale censura la sentenza impugnata violazione dell’art. 112 c.p.c. (in relazione all’art. 360 c.p.c., n. 4), per avere la corte territoriale omesso di pronunciarsi in ordine alla dedotta eccezione relativa al difetto di legittimazione passiva della Regione Puglia, con particolare riguardo al tema relativo alla disciplina dei pregressi rapporti obbligatori delle soppresse Usl;

che entrambi i motivi sono inammissibili;

che, al riguardo, osserva il Collegio come debba ritenersi inammissibile l’invocazione della violazione dell’art. 112 c.p.c., in relazione a una decisione processuale da ritenere implicita in quella esplicitamente assunta nel merito, dovendo, viceversa, procedersi alla contestazione della decisione assunta in modo esplicito sul presupposto implicito;

che, sul punto, è appena il caso di richiamare il consolidato insegnamento della giurisprudenza di legittimità, ai sensi del quale deve ritenersi inconfigurabile il vizio di omesso esame di una questione (connessa ad una prospettata tesi difensiva) o di un’eccezione di nullità (ritualmente sollevata o sollevabile d’ufficio), quando debba ritenersi che tali questioni od eccezioni siano state esaminate e decise implicitamente (v. Sez. 1, Sentenza n. 7406 del 28/03/2014, Rv. 630315-01);

che, peraltro, il mancato esame da parte del giudice, sollecitatone dalla parte, di una questione puramente processuale non può dar luogo al vizio di omessa pronunzia, il quale è configurabile con riferimento alle sole domande di merito, e non può assurgere quindi a causa autonoma di nullità della sentenza, potendo profilarsi al riguardo una nullità (propria o derivata) della decisione, per la violazione di norme diverse dall’art. 112 c.p.c., in quanto sia errata la soluzione implicitamente data dal giudice alla questione sollevata dalla parte (v. Sez. 1, Sentenza n. 7406 del 28/03/2014, Rv. 630315-01, cit.);

che, con il sesto motivo (indicato in ricorso come motivo 5.1), la ricorrente principale censura la sentenza impugnata per violazione della L. n. 724 del 1994, art. 6,L. n. 549 del 1995, art. 2; D.L. n. 630 del 1996, art. 1 (come convertito dalla L. n. 21 del 1997), nonchè della L.R. Puglia n. 36 del 1994, art. 5; L.R. n. 16 del 1997, art. 20, anche in relazione agli artt. 97,117,118 e 119 Cost. (in relazione all’art. 360 c.p.c., n. 3), per avere la corte territoriale erroneamente riconosciuto, sia pure implicitamente, la legittimazione passiva della Regione Puglia in relazione ai debiti contratti dalle disciolte Usl, dovendo ritenersi permanente detta legittimazione passiva unicamente in capo alla gestione liquidatoria delle medesime Usl;

che, con il settimo motivo (indicato in ricorso come motivo 6), la ricorrente principale censura la sentenza impugnata per violazione degli artt. 1218 e 1228 c.c. (in relazione all’art. 360 c.p.c., n. 3), per avere la corte territoriale erroneamente riconosciuto la responsabilità contrattuale in capo alla Regione Puglia omettendo di rilevare come, all’epoca del fatto dannoso, non sussistesse alcun rapporto organico di gestione, di amministrazione o di indirizzo tra la Regione Puglia e l’Ospedale (OMISSIS) ove operava il personale ch’ebbe a effettuare le trasfusioni dannose denunciate dall’originario attore;

che entrambi i motivi – congiuntamente esaminabili in ragione dell’intima connessione delle questioni dedotte – sono infondati;

che, sul punto, in contrasto con le prospettazioni dell’odierna ricorrente principale, deve trovare applicazione il principio statuito dalle Sezioni Unite di questa Corte (che il Collegio condivide e fa propria, ritenendo di doverne assicurare continuità) ai sensi del quale la legittimazione sostanziale e processuale concernente i rapporti creditori e debitori conseguenti alla soppressione delle USL spetta, in via concorrente con le gestioni liquidatorie, alle Regioni, in quanto un’interpretazione costituzionalmente orientata della normativa regionale esclude l’ammissibilità di una attribuzione esclusiva della legittimazione processuale in capo alle gestioni liquidatorie; tale ultima legittimazione, infatti, risponde soltanto a criteri amministrativo-contabili, intesi ad assicurare la distinzione delle passività già gravanti sugli enti soppressi rispetto alla corrente gestione economica degli enti successori (v. Sez. U, Sentenza n. 10135 del 20/06/2012, Rv. 623034-01);

che, con l’ottavo motivo (indicato in ricorso ancora come motivo 6), la ricorrente principale censura la sentenza impugnata per violazione degli artt. 346,353 e 354 c.p.c., nonchè dell’art. 112 c.p.c. (in relazione all’art. 360 c.p.c., nn. 3 e 4), per avere la corte territoriale omesso ogni pronuncia in ordine all’eccezione di inammissibilità dell’appello dedotta dalla Usl Lecce/(OMISSIS), avendo il N. limitato la propria impugnazione alla sola contestazione della statuizione del Tribunale di Lecce riguardante l’eccezione di prescrizione sollevata in primo grado dai convenuti;

che il motivo è inammissibile;

che, al riguardo, osserva il Collegio come la ricorrente principale abbia integralmente trascurato di provvedere, in ottemperanza al disposto dell’art. 366 c.p.c., n. 6, alla rituale allegazione e produzione degli atti processuali (l’atto d’appello e la memoria della Usl Le/(OMISSIS)) sui quali la censura risulta fondata, si dà impedire a questo giudice ogni possibilità di verificare l’effettiva concludenza della doglianza proposta;

che, con il nono motivo (indicato in ricorso come motivo 7), la ricorrente principale censura la sentenza impugnata per omesso esame di un fatto decisivo controverso, nonchè per omessa motivazione ex art. 132 c.p.c., n. 4 (in relazione agli artt. 3 e 5 c.p.c.), per avere la corte territoriale limitato la motivazione della decisione assunta al mero recepimento della consulenza tecnica d’ufficio, omettendo ogni esame sui controlli effettuati dai sanitari dell’ospedale convenuto volti a evitare il contagio da trasfusione, come puntualmente rilevato nella consulenza tecnica di parte;

che il motivo è infondato;

che, sul punto, osserva il Collegio come al caso di specie (relativo all’impugnazione di una sentenza pubblicata dopo la data del 11/9/12) trovi applicazione il nuovo testo dell’art. 360 c.p.c., n. 5 (quale risultante dalla formulazione del D.L. n. 83 del 2012, art. 54, comma 1, lett. b), conv., con modif., con la L. n. 134 del 2012), ai sensi del quale la sentenza è impugnabile con ricorso per cassazione “per omesso esame circa un fatto decisivo per il giudizio che è stato oggetto di discussione tra le parti”;

che, secondo l’interpretazione consolidatasi nella giurisprudenza di legittimità, tale norma, se da un lato ha definitivamente limitato il sindacato del giudice di legittimità ai soli casi d’inesistenza della motivazione in sè (ossia alla mancanza assoluta di motivi sotto l’aspetto materiale e grafico, alla motivazione apparente, al contrasto irriducibile fra affermazioni inconciliabili o alla motivazione perplessa e obiettivamente incomprensibile), dall’altro chiama la corte di cassazione a verificare l’eventuale omesso esame, da parte del giudice a quo, di un fatto storico, principale o secondario, la cui esistenza risulti dal testo della sentenza (rilevanza del dato testuale) o dagli atti processuali (rilevanza anche del dato extratestuale), che abbia costituito oggetto di discussione e abbia carattere decisivo (cioè che, se esaminato, avrebbe determinato un esito diverso della controversia), rimanendo escluso che l’omesso esame di elementi istruttori, in quanto tale, integri la fattispecie prevista dalla norma, là dove il fatto storico rappresentato sia stato comunque preso in considerazione dal giudice, ancorchè questi non abbia dato conto di tutte le risultanze probatorie astrattamente rilevanti (cfr. Cass. Sez. Un., 22/9/2014, n. 19881; Sez. U, Sentenza n. 8053 del 07/04/2014, Rv. 629830);

che, pertanto, dovendo ritenersi definitivamente confermato il principio, già del tutto consolidato, secondo cui non è consentito richiamare la corte di legittimità al riesame del merito della causa, l’odierna doglianza della ricorrente principale deve ritenersi inammissibile, siccome diretta a censurare, non già l’omissione rilevante ai fini dell’art. 360, n. 5 cit., bensì la congruità del complessivo risultato della valutazione operata nella sentenza impugnata con riguardo all’intero materiale probatorio, che, viceversa, il giudice a quo risulta aver elaborato in modo completo ed esauriente, sulla scorta di un discorso giustificativo dotato di adeguata coerenza logica e linearità argomentativi, senza incorrere in alcuno dei gravi vizi d’indole logico-giuridica unicamente rilevanti in questa sede ai sensi dell’art. 132 c.p.c., n. 4;

che, con i due motivi del ricorso incidentale, N.C. censura la sentenza impugnata per violazione degli artt. 2056,2059 e 2043 c.c., art. 32 Cost., oltre che per omesso esame della documentazione medica e della consulenza tecnica d’ufficio, nonchè per insufficienza e contraddittorietà della motivazione (in relazione all’art. 360 c.p.c., nn. 3 e 5), per avere la corte territoriale omesso di rilevare (conseguentemente trascurando di dettare un’adeguata motivazione sul punto) la sussistenza del diritto di N.O. al risarcimento del danno biologico e morale in relazione al danno alla salute sofferto dal momento della contrazione della patologia derivante dalle trasfusioni di sangue infetto a quello della morte, con la conseguente trasmissione iure haereditario dei conseguenti importi risarcitori in favore dell’odierno ricorrente incidentale;

che entrambi i motivi sono inammissibili;

che, al riguardo, osserva il Collegio come, secondo il consolidato insegnamento della giurisprudenza di questa Corte, il ricorrente che, in sede di legittimità, denunci il difetto di motivazione su un’istanza di ammissione di un mezzo istruttorio o sulla valutazione di un documento o di risultanze probatorie o processuali, ha l’onere di indicare specificamente le circostanze oggetto della prova o il contenuto del documento trascurato o erroneamente interpretato dal giudice di merito, provvedendo alla loro trascrizione, al fine di consentire al giudice di legittimità il controllo della decisività dei fatti da provare, e, quindi, delle prove stesse, che, per il principio dell’autosufficienza del ricorso per cassazione (nella sua consacrazione normativa di cui all’art. 366 c.p.c., n. 6), la Suprema Corte dev’essere in grado di compiere sulla base delle deduzioni contenute nell’atto, alle cui lacune non è consentito sopperire con indagini integrative (Sez. 6-L, Ordinanza n. 17915 del 30/07/2010, Rv. 614538 e successive conformi);

che, sul punto, è appena il caso di ricordare come tali principi abbiano ricevuto l’espresso avallo della giurisprudenza delle Sezioni Unite di questa Corte, le quali, nel rigoroso rispetto delle previsioni dell’art. 366 c.p.c., comma 1, n. 6 e art. 369 c.p.c., comma 2, n. 4, hanno ribadito come, nel denunciare eventuali omissioni rilevabili dalla motivazione della sentenza impugnata, il ricorrente deve indicare il fatto storico, il cui esame sia stato omesso, il dato, testuale o extratestuale, da cui esso risulti esistente, il come e il quando tale fatto sia stato oggetto di discussione processuale tra le parti e la sua decisività, fermo restando che l’omesso esame di elementi istruttori non integra, di per sè, il vizio di omesso esame di un fatto decisivo qualora il fatto storico, rilevante in causa, sia stato comunque preso in considerazione dal giudice, ancorchè la sentenza non abbia dato conto di tutte le risultanze probatorie (cfr. per tutte, Sez. U, Sentenza n. 8053 del 07/04/2014, Rv. 629831);

che, nella violazione dei principi sin qui rassegnati deve ritenersi incorso il ricorrente incidentale con i motivi d’impugnazione in esame, atteso che lo stesso, nel dolersi che la corte territoriale avrebbe omesso di rilevare (conseguentemente trascurando di dettare un’adeguata motivazione sul punto) la sussistenza del diritto di N.O. al risarcimento del danno biologico e morale in relazione al danno alla salute sofferto dal momento della contrazione della patologia derivante dalle trasfusioni di sangue infetto a quello della morte, si è tuttavia astenuto dal fornire alcuna completa e adeguata indicazione circa i documenti (e il relativo contenuto) in forza dei quali la corte territoriale sarebbe incorsa nei vizi denunciati, con ciò precludendo a questa Corte la possibilità di apprezzare la concludenza delle censure formulate al fine di giudicare la fondatezza dei motivi d’impugnazione proposti, non potendo ammettersi una liquidazione del preteso danno alla salute fondata su un asserito pregiudizio in re ipsa;

che, pertanto, sulla base delle argomentazioni sin qui illustrate, rilevata la sussistenza dei relativi presupposti, dev’essere disposto il rigetto del ricorso principale proposto dalla Regione Puglia e dichiarata l’inammissibilità del ricorso incidentale del N., con la conseguente condanna degli stessi al pagamento, ciascuna, delle spese del presente giudizio di legittimità in favore del Ministero della Salute, secondo la liquidazione di cui al dispositivo;

che la reciprocità della soccombenza giustifica l’integrale compensazione delle spese del presente giudizio di legittimità tra la Regione Puglia e N.C.;

che sussistono i presupposti per il versamento, da parte di entrambi i ricorrenti, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso principale e per il ricorso incidentale, a norma dello stesso art. 13, comma 1-bis.

PQM

Rigetta il ricorso principale proposto dalla Regione Puglia e dichiara inammissibile il ricorso incidentale proposto da N.C..

Condanna ciascun ricorrente al rimborso, in favore del Ministero della Salute, delle spese del giudizio di legittimità, liquidate in complessivi Euro 6.000,00, oltre alle spese forfettarie nella misura del 15%, agli esborsi liquidati in Euro 200,00, e agli accessori come per legge.

Dichiara integralmente compensate, tra la Regione Puglia e N.C., le spese del presente giudizio di legittimità.

Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1-quater, dà atto della sussistenza dei presupposti per il versamento, da parte della ricorrente principale e del ricorrente incidentale, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso principale e per il ricorso incidentale, a norma dello stesso art. 13, comma 1-bis.

Così deciso in Roma, nella Camera di consiglio della Sezione Terza Civile della Corte Suprema di Cassazione, il 13 novembre 2018.

Depositato in Cancelleria il 29 gennaio 2019

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