Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 23428 del 17/11/2016


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Cassazione civile sez. I, 17/11/2016, (ud. 18/10/2016, dep. 17/11/2016), n.23428

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE PRIMA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. NAPPI Aniello – rel. Presidente –

Dott. BERNABAI Renato – Consigliere –

Dott. DI VIRGILIO Rosa Maria – Consigliere –

Dott. ACIERNO Maria – Consigliere –

Dott. FERRO Massimo – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

SENTENZA

sul ricorso 3924-2011 proposto da:

P.I. (c.f. (OMISSIS)), nella qualità di ultimo presidente

amministratore della società cooperativa CASAEFFE A R.L.,

elettivamente domiciliata in ROMA, CORSO TRIESTE 10, presso

l’avvocato MAURIZIO VISCA, rappresentata e difesa dall’avvocato

FILIPPO DE RIENZO, giusta procura in calce alla memoria di

costituzione di nuovo difensore;

– ricorrente –

contro

CASAEFFE – SOCIETA’ COOPERATIVA A R.L. IN LIQUIDAZIONE COATTA

AMMINISTRATIVA (P.I. (OMISSIS)), in persona del Commissario

Liquidatore pro tempore, elettivamente domiciliata in ROMA, PIAZZALE

CLODIO 14, presso l’avvocato BRUNO MANTOVANI, che la rappresenta e

difende, giusta procura in calce al controricorso;

– controricorrente –

avverso la sentenza n. 1372/2010 della CORTE D’APPELLO di BOLOGNA,

depositata il 21/12/2010;

udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del

18/10/2016 dal Consigliere Dott. NAPPI ANIELLO;

udito, per la ricorrente, l’Avvocato MAURIZIO VISCA, con delega, che

ha chiesto l’accoglimento del ricorso;

udito, per la controricorrente, l’Avvocato BRUNO MANTOVANI che ha

chiesto il rigetto del ricorso;

udito il P.M., in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott.

SALVATO LUIGI che ha concluso per il rigetto del ricorso.

Fatto

SVOLGIMENTO DEL PROCESSO

Con la sentenza impugnata la Corte di appello di Bologna ha rigettato il reclamo proposto da P.I., già presidente del consiglio di amministrazione di “Casaeffe” soc. coop. in liquidazione coatta amministrativa, contro la sentenza del Tribunale di Modena che aveva dichiarato lo stato di insolvenza della società medesima.

Nel disattendere i motivi di reclamo, concernenti la sussistenza dello stato di insolvenza, la Corte di merito ha osservato che dallo stato passivo depositato dal Commissario liquidatore presso la Cancelleria Fallimentare del Tribunale di Modena in data 5 ottobre 2009, emergeva che era stata accertata l’esistenza di debiti della Cooperativa per più Euro 3.750.000,00, (con oltre Euro 250.000,00 di crediti non ammessi) a fronte di un patrimonio sociale costituito da 6 appartamenti con box auto e cantine siti in (OMISSIS), il cui valore di realizzo era stato indicato in misura non superiore ad Euro 62.600.00,00, con una differenza, pertanto, tra passivo ed attivo di oltre un milione di Euro.

Nel ricorso del Commissario si rilevava, inoltre, che la procedura non aveva crediti da recuperare e che le azioni giudiziali di carattere risarcitorio formulate dalla Cooperativa erano state introdotte in via riconvenzionale rispetto a richieste di condanna della stessa Cooperativa formulate da terzi, di talchè l’esito di tali giudizi andava considerato del tutto incerto.

Sulla base di tali concreti elementi, correttamente il Tribunale di Modena aveva ritenuto la sussistenza dello stato di insolvenza, sottolineando che le osservazioni svolte dal pregresso amministratore non sorreggevano diverse conclusioni, giacchè la diversa stima di valore degli immobili (comunque inferiore di Euro 700.000 al passivo) non era in alcun modo documentata, ed i crediti indicati quale posta attiva non erano certi, liquidi ed esigibili, ed anzi erano relativi a contenziosi giudiziali di tipo possessorio ovvero a contenziosi in cui la cooperativa figurava come convenuta.

1.1.- Contro la sentenza di appello P.I. ha proposto ricorso per cassazione affidato a quattro motivi.

Resiste con controricorso il Commissario Liquidatore della procedura.

Diritto

MOTIVI DELLA DECISIONE

2.1.- Con il primo motivo la ricorrente denuncia violazione o falsa applicazione della L.Fall., art. 202, comma 5, e art. 2697 c.c., lamentando che lo stato di insolvenza sia stato dichiarato senza che il Commissario Liquidatore avesse fornito alcun elemento di prova, avendo allegato il solo decreto di liquidazione e che la Corte di merito abbia valorizzato lo stato passivo depositato presso il tribunale allorquando il documento è stato acquisito d’ufficio, senza metterne a conoscenza le parti e senza valutare anche il documento relativo alla situazione patrimoniale.

2.2. – Con il secondo motivo la ricorrente denuncia violazione dell’art. 2697 c.c., L.Fall., art. 202, art. 103 c.p.c. e art. 24 Cost., lamentando la violazione del principio del contraddittorio in relazione all’acquisizione d’ufficio delle risultanze dello stato passivo e omettendo di acquisire il documento relativo allo stato patrimoniale.

2.3. – Con il terzo motivo la ricorrente denuncia vizio di motivazione. Deduce che, ove vi fosse stato un solo ed univoco criterio nell’accertamento dello stato di insolvenza, si sarebbe pervenuti ad accertare un divario fra attivo e passivo di circa Euro 300.000, di gran lunga inferiore rispetto alla somma di Euro 700.000 assunta in sentenza.

2.4 – I motivi, che per la loro connessione possono essere esaminati congiuntamente, sono infondati per ciò che attiene alla deduzione della violazione di legge sulle modalità di acquisizione della documentazione e sul criterio valutativo utilizzato per pervenire all’accertamento dell’insolvenza.

Sotto il profilo formale delle modalità di acquisizione della documentazione va infatti data continuità a quanto già affermato da questa corte, secondo cui nel giudizio di reclamo avverso la sentenza dichiarativa dell’insolvenza il fascicolo della procedura è acquisito d’ufficio, diversamente da quanto accade nei procedimenti incidentali di verifica dello stato passivo (Cass., sez. 1, 19 novembre 2009, n. 24415, m. 610753); e l’accertamento dello stato di insolvenza va compiuto con riferimento alla data della suddetta dichiarazione, ma può fondarsi anche su fatti diversi da quelli in base ai quali il fallimento è stato dichiarato, purchè si tratti di fatti anteriori alla pronuncia, anche se conosciuti successivamente in sede di gravame e desunti da circostanze non contestate dello stato passivo (Sez. 1, Sentenza n. 10952 del 27/05/2015).

Nel merito va rilevato che, salvo che in casi particolari (società di assicurazioni, per le quali – come rilevato dalla dottrina – operano criteri anche più restrittivi e per le quali può rilevare anche “il pericolo di insolvenza”) l’insolvenza di cui alla L. Fall. artt. 195 e 202, coincide con la medesima nozione contenuta nella L.Fall., art. 5.

E’ allora applicabile anche il principio per il quale quando la società è in liquidazione, la valutazione del giudice, ai fini dell’applicazione della L.Fall., art. 5, deve essere diretta unicamente ad accertare se gli elementi attivi del patrimonio sociale consentano di assicurare l’eguale ed integrale soddisfacimento dei creditori sociali, e ciò in quanto – non proponendosi l’impresa in liquidazione di restare sul mercato, ma avendo come esclusivo obiettivo quello di provvedere al soddisfacimento dei creditori sociali, previa realizzazione delle attività sociali, ed alla distribuzione dell’eventuale residuo tra i soci – non è più richiesto che essa disponga, come invece la società in piena attività, di credito e di risorse, e quindi di liquidità, necessari per soddisfare le obbligazioni contratte (Sez. 1, Sentenza n. 21834 del 14/10/2009; Sez. 6 – 1, Ordinanza n. 15442 del 13/07/2011).

Ciò posto, poichè nella concreta fattispecie si tratta di impresa in stato di liquidazione e poichè dalle stesse indicazioni della ricorrente emerge che al momento della disposta liquidazione esisteva uno sbilancio patrimoniale quanto meno di Euro 300.000 (v. ricorso pag. 14 e l’indicazione di attivo e passivo a pag. 13), appare evidente che nessuna delle censure mosse alla sentenza impugnata è idonea a inficiare l’accertamento della Corte di merito.

Nè, in contrario, rileva la norma di cui alla L.Fall. art. 202, nella parte in cui dispone che se l’impresa al tempo in cui è stata ordinata la liquidazione, si trovava in stato d’insolvenza e questa non è stata preventivamente dichiarata a norma dell’art. 195, il tribunale del luogo dove l’impresa ha la sede principale, su ricorso del commissario liquidatore su istanza del pubblico ministero, accerta tale stato con sentenza in camera di consiglio, anche se la liquidazione è stata disposta per insufficienza di attivo. Il senso di tale ultimo enunciato, infatti, è stato convincentemente spiegato dalla migliore dottrina evidenziando che il richiamo all’insufficienza di attivo ha lo scopo di confermare che anche quando la procedura sia stata aperta (come nelle società di assicurazioni) per “insufficienza di attivo”, la produzione degli effetti di cui alla L.Fall., art. 203, consegue soltanto all’accertamento giudiziale dello stato di insolvenza.

I motivi appaiono poi inammissibili laddove denunciano il vizio di motivazione, in quanto sono sostanzialmente diretti a fra compiere a questa Corte un nuovo e diverso accertamento di fatto, precluso in questa sede.

2.4.- Con il quarto motivo la ricorrente denuncia la violazione dell’art. 92 c.p.c., in relazione alla condanna al pagamento delle spese, comunque priva di motivazione.

La doglianza è infondata, atteso che la condanna alle spese è stata fatta discendere dalla soccombenza complessiva.

PQM

la Corte rigetta il ricorso e condanna la ricorrente al pagamento delle spese del giudizio di legittimità, determinate in Euro 7.200 di cui Euro 200,00 per esborsi, oltre accessori di legge.

Così deciso in Roma, nella Camera di Consiglio della Prima Sezione civile della Corte suprema di Cassazione, il 18 ottobre 2016.

Depositato in Cancelleria il 17 novembre 2016

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