Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 23420 del 10/11/2011

Cassazione civile sez. lav., 10/11/2011, (ud. 20/09/2011, dep. 10/11/2011), n.23420

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE LAVORO

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. VIDIRI Guido – Presidente –

Dott. STILE Paolo – Consigliere –

Dott. BANDINI Gianfranco – rel. Consigliere –

Dott. ZAPPIA Pietro – Consigliere –

Dott. MELIADO’ Giuseppe – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

sentenza

sul ricorso 7468/2010 proposto da:

M.A., elettivamente domiciliato in ROMA, VIA A.

BAIAMONTI 4, presso lo studio dell’avvocato RENATO AMATO,

rappresentato e difeso dall’avvocato SARNO Sabino Antonino, giusta

delega in atti;

– ricorrente –

contro

VIGILANZA PARTENOPEA S.R.L., in persona del legale rappresentante

prò tempore, elettivamente domiciliata in ROMA, VIA GIORGIO BAGLIVI

3, presso lo studio dell’avvocato TRAMONTANO FRANCESCO, rappresentata

e difesa dall’avvocato PATINI Edoardo, giusta delega in atti;

– controricorrente –

e contro

ISTITUTO VIGILANZA PARTENOPEA COMB. & RED. S.R.L. IN

AMMINISTRAZIONE

STRAORDINARIA;

– intimato –

avverso la sentenza n. 6768/2009 della CORTE D’APPELLO di NAPOLI,

depositata il 10/12/2009 R.G.N. 6793/2008;

udita la relazione della causa svolta nella Pubblica udienza del

20/09/2011 dal Consigliere Dott. GIANFRANCO BANDINI;

udito il P.M., in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott.

SEPE Ennio Attilio, che ha concluso per l’inammissibilità del

ricorso.

Fatto

SVOLGIMENTO DEL PROCESSO

M.A., già dipendente della Istituto di Vigilanza Partenopea Combattenti e Reduci srl in amministrazione straordinaria, convenne in giudizio la ex datrice di lavoro e la Vigilanza Partenopea srl, resasi cessionaria dell’azienda, impugnando per illegittimità il licenziamento, che gli era stato intimato nell’ambito di un licenziamento collettivo per cessazione di attività coinvolgente tutti i lavoratori ad eccezione di 113 di loro che erano stati individuati, in base a proprie esigenze tecniche, organizzative e produttive, dalla cessionaria, ed assumendo che il suo rapporto di lavoro sarebbe dovuto proseguire, ai sensi dell’art. 2112 c.c., con quest’ultima, nei cui confronti instò per il risarcimento del danno.

Radicatosi il contraddittorio e sulla resistenza delle convenute, il Giudice adito respinse il ricorso.

Con sentenza del 17.11 – 16.12.2009, la Corte d’Appello di Napoli rigettò l’appello svolto dal M., osservando quanto segue:

– l’appellante non aveva proposto alcuna censura avverso le argomentazioni di rigetto della domanda principale svolta nei confronti della Istituto di Vigilanza Partenopea Combattenti e Reduci srl, nè aveva reiterato tale domanda, onde sul punto si era formato il giudicato;

– quanto alla domanda proposta nei confronti della Vigilanza Partenopea srl, doveva rilevarsi che, nel ricorso introduttivo del giudizio, il M. aveva fondato la sua richiesta di accertamento della prosecuzione del rapporto di lavoro con tale Società e di condanna della medesima al risarcimento del danno esclusivamente sulla base della violazione dell’art. 2112 c.c. e L. n. 428 del 1990, art. 47, nonchè dei principi di buona fede e correttezza, sostenendo che, nel caso di specie, non era stata applicata la procedura di comunicazione alle rappresentanze sindacali e di esame congiunto con le stesse prevista dalla L. n. 428 del 1990, art. 47, per l’ipotesi di trasferimento di azienda e che, inoltre, era stato violato l’art. 2112 c.c., in quanto il suo rapporto di lavoro sarebbe dovuto proseguire alle dipendenze della cessionaria, atteso che, alla data della cessione di azienda, egli era ancora alle dipendenze della cedente; sotto altro profilo il ricorrente aveva lamentato la violazione dei principi di buona fede e correttezza, sia perchè non era stato incluso nel novero dei 113 dipendenti assunti dalla Vigilanza Partenopea srl, pur avendo un’anzianità ed un carico familiare superiori a quelli dei dipendenti assunti, sia perchè tale società aveva successivamente assunto altro personale svolgente le medesime mansioni di vigilanza privata da lui svolte; il M., in sede d’appello, aveva però innovato alle ragioni poste a fondamento della sua domanda, fondando le sue censure sul contenuto degli accordi stipulati in data 10.2.2005 e 11.5.2005 tra le OO.SS. ed il gruppo di imprese subentranti (accordi che, a suo parere, avrebbero sancito l’obbligo della Vigilanza Partenopea srl di assumere tutti i lavoratori della società cedente), lamentando una contraddittorietà tra il contenuto di tali accordi e la decisione di rigetto; ma, dalla lettura di quest’ultima, si evinceva che il primo Giudice aveva solo citato il contenuto degli accordi sindacali, ma non lo aveva poi valutato alla luce della pretesa del ricorrente, in quanto la domanda introduttiva del giudizio non era fondata sulla violazione dell’obbligo previsto dagli accordi stessi; il motivo di gravame doveva quindi ritenersi inammissibile, fondandosi su una prospettazione giuridica diversa da quella contenuta nel ricorso introduttivo di primo grado, posto che il divieto di proposizione di domande nuove, sancito dall’art. 345 c.p.c., si riferisce non solo all’ipotesi di domanda proposta ex novo in appello, ma anche al caso di domanda modificata in una delle sue componenti essenziali e che, nel caso di specie, la prospettazione del motivo di appello presupponeva una valutazione della domanda del M. sulla base di una causa petendi (assunzione di obblighi contrattuali da parte dalia Società cessionaria) diversa da quella contenuta nel ricorso introduttivo del giudizio;

era infondato il motivo di gravame fondato sul preteso obbligo della cessionaria di applicare i criteri di scelta previsti dalla L. n. 223 del 1991, art. 5, comma 1, nell’assunzione dei lavoratori della Società cedente e sulla pretesa violazione di tali criteri, asseritamente derivata dal possesso di un’anzianità e di un carico familiare superiori a quelli dei 113 dipendenti assunti; infatti, nel caso di specie, tali criteri non trovavano assolutamente applicazione, atteso che il D.Lgs. n. 270 del 1999, art. 63, disciplinante la vendita di aziende delle imprese in amministrazione straordinaria, sanciva l’inapplicabilità dell’art. 2112 c.c. e consentiva il trasferimento solo parziale dei lavoratori senza stabilire alcun criterio di scelta dei dipendenti trasferiti; nè potevano trovare applicazione in via analogica i criteri di cui al ridetto L. n. 223 del 1991, art. 5, comma 1, attesa l’assoluta diversità di ratio tra l’ipotesi di licenziamento collettivo, nel quale viene salvaguardato il diritto del dipendente con maggiore anzianità e carico familiare, e quella della cessione delle aziende delle imprese in crisi, nel quale l’interesse preminente è quello dell’impresa cessionaria, che si fa carico di assorbire un’azienda in perdita; il criterio stabilito dall’art. 8 del contratto di cessione di azienda (fondato sulle “esigenze tecniche organizzative e le prerogative imprenditoriali della parte acquirente”) doveva ritenersi quindi legittimo e non sindacabile dal giudice; nessun rilievo assumeva quindi l’ulteriore circostanza, riferita dall’appellante, secondo cui la cessionaria avrebbe assunto, in epoca successiva alla cessione di azienda, altro personale con la sua stessa qualifica.

Avverso l’anzidetta sentenza della Corte territoriale, M. A. ha proposto ricorso per cassazione fondato su quattro motivi e illustrato con memoria.

L’intimata Vigilanza Partenopea srl ha resistito con controricorso.

L’intimata Istituto di Vigilanza Partenopea Combattenti e Reduci srl in amministrazione straordinaria non ha svolto attività difensiva.

Diritto

MOTIVI DELLA DECISIONE

1. L’eccezione di inammissibilità del ricorso svolta dalla controricorrente per mancanza di data e di specialità della procura non è fondata, stante il principio, reiteratamente affermato dalla giurisprudenza di legittimità e che il Collegio condivide, secondo cui il mandato apposto in calce o a margine del ricorso per cassazione è per sua natura mandato speciale, senza che occorra per la sua validità alcuno specifico riferimento al giudizio in corso ed alla sentenza contro la quale l’impugnazione si rivolge, sempre che dai relativo testo sia dato evincere una positiva volontà del conferente di adire il giudice di legittimità, il che si verifica certamente quando la procura al difensore forma materialmente corpo con il ricorso o il controricorso al quale essa inerisce, risultando, in tal caso, irrilevante l’uso di formule normalmente adottate per il giudizio di merito e per il conferimento al difensore di poteri per tutti i gradi del procedimento (cfr., ex plurimis, Cass., nn. 3349/2003; 2340/2006; 8060/2007; 10539/2007); nel caso di specie, infatti, il mandato ad litem risulta apposto a margine del ricorso e, per di più, vi si fa altresì espresso riferimento al “procedimento di cui al presente atto dinanzi alla Suprema Corte di Cassazione”.

2. Con il primo motivo il ricorrente denuncia falsa applicazione di norme di diritto (artt. 345 e 437 c.p.c.; L. n. 428 del 1990, art. 47; D.Lgs. n. 270 del 1999, art. 63), assumendo che:

– nel ricorso introduttivo aveva lamentato non solo di non essere stato incluso fra i 113 lavoratori immediatamente transitati alle dipendenze della cessionaria, ma anche di non essere rientrato neppure fra quelli successivamente assunti;

– le difese della Società cessionaria, già in prime cure, erano state incentrate sul contenuto degli accordi sindacali dell’11.5.2005 e il Tribunale aveva fatto propria tale impostazione difensiva;

– contrariamente all’avviso della Corte territoriale, il contenuto dei ridetti accordi era entrato appieno nel thema decidendum, cosicchè per contrastare il decisum di primo grado, le censure dovevano necessariamente riguardare anche tale aspetto;

– l’unica circostanza nuova introdotta in appello atteneva ad un fatto sopravvenuto alla pronuncia di primo grado, ossia al termine del trattamento di mobilità, senza maturazione del trattamento pensionistico e con perdurante stato di disoccupazione;

– con il primo motivo, inoltre, era stata posta essenzialmente una questione di diritto, relativa all’erronea applicazione della L. n. 428 del 1990, art. 47, nella parte in cui contempla la possibilità di “accordi di miglior favore”, cosicchè ciò che veniva in rilievo non era propriamente un fatto, ma una regula iuris della quale il Giudice avrebbe dovuto fare applicazione ex officio;

– ciò che era stato richiesto al Giudice del gravame era dunque di valutare se gli accordi sindacali dell’11.5.2005 integrassero una ragione ostativa al passaggio di esso ricorrente alle dipendenze della cessionaria o se viceversa gli stessi accordi integrassero il trattamento di miglior favore previsto dal ridetto L. n. 428 del 1990, art. 4.

2.1 Secondo la giurisprudenza di questa Corte il principio secondo cui l’interpretazione delle domande, eccezioni e deduzioni delle parti da luogo ad un giudizio di fatto, riservato al giudice di merito, non trova applicazione quando si assume che tale interpretazione abbia determinato un vizio riconducibile alla violazione del principio di corrispondenza fra il chiesto e il pronunciato (art. 112 c.p.c.) od a quello de tantum devolutum quantum appellatum (art. 437 c.p.c.), trattandosi in tal caso della denuncia di un error in procedendo, che attribuisce alla Corte di cassazione il potere-dovere di procedere direttamente all’esame ed all’interpretazione degli atti processuali e, in particolare, delle istanze e deduzioni delle parti (cfr., Cass., nn. 11755/2004;

17109/2009).

Tuttavia, anche in ipotesi di denuncia di un error in procedendo, l’esercizio del potere di diretto esame degli atti del giudizio di merito, riconosciuto al giudice di legittimità, presuppone comunque l’ammissibilità del motivo di censura, cosicchè il ricorrente è tenuto, in ossequio al principio di specificità ed autosufficienza del ricorso, che deve consentire al giudice di legittimità di effettuare, senza compiere generali verifiche degli atti, il controllo demandatogli del corretto svolgersi dell’iter processuale, non solo ad enunciare le norme processuali violate, ma anche a specificare le ragioni della violazione, in coerenza a quanto prescritto dal dettato normativo, secondo l’interpretazione da lui prospettata (cfr., ex plurimis, Cass., nn. 5148/2003; 20405/2006;

21621/2007).

Coerentemente, con riferimento all’ipotesi in cui sia stata denunciata l’omessa pronuncia da parte del giudice di secondo grado sulle doglianze mosse in appello per relationem alle ragioni esposte davanti al tribunale, è stato affermato che non viene rispettato il principio di autosufficienza allorchè nel ricorso per cassazione non siano esposte quelle specifiche circostanze di merito che avrebbero portato all’accoglimento del gravame, non potendo ottemperarsi a tale principio mediante il richiamo ad altri atti o scritti difensivi presentati nei precedenti gradi di giudizio (cfr., Cass., n. 26693/2006); più in generale, sempre con riferimento ai casi di denunzia del vizio di omessa pronuncia ai sensi dell’art. 112 c.p.c., è stato reiteratamente affermata la necessità, da un lato, che al giudice del merito siano state rivolte una domanda od un’eccezione autonomamente apprezzabili, ritualmente ed inequivocabilmente formulate, per le quali quella pronunzia si sia resa necessaria ed ineludibile, e, dall’altro, che tali istanze siano riportate puntualmente, nei loro esatti termini e non genericamente ovvero per riassunto de loro contenuto, nel ricorso per cassazione (cfr., ex plurimis, Cass., nn. 7194/2000; 6361/2007; 21226/2010).

Analogamente, laddove, come nel caso di specie, l’error in procedendo denunciato inerisca alla falsa applicazione del principio tantum devolutum quantum appellatum, l’autosufficienza del ricorso per cassazione impone che, nel ricorso stesso, siano esattamente riportati sia i passi del ricorso introduttivo con i quali la questione controversa è stata dedotta in giudizio, sia quelli del ricorso d’appello con cui le censure ritenute inammissibili per la loro novità sono state formulate.

Tali oneri non sono stati ottemperati nel caso di specie dal ricorrente, che si è limitato a rappresentare l’oggetto delle proprie originarie domande e delle proprie successive doglianze, senza trascriverle negli esatti termini del loro svolgimento, ma riportandosi alla sintesi che delle medesime era stata fatta nella sentenza impugnata. Il profilo di doglianza all’esame deve quindi essere ritenuto inammissibile, con affermazione del seguente principio di diritto: “L’esercizio del potere di diretto esame degli atti del giudizio di merito, riconosciuto al giudice di legittimità ove sia denunciato un error in procedendo, presuppone comunque l’ammissibilità del motivo di censura, cosicchè, laddove sia stata denunciata la falsa applicazione del principio tantum devoiutum quantum appeliatum ai sensi dell’art. 437 c.p.c., è necessario, in ottemperanza del principio di specificità e autosufficienza del ricorso per cassazione, che deve consentire al giudice di legittimità di effettuare, senza compiere generali verifiche degli atti, il controllo demandatogli del corretto svolgersi dell’iter processuale, che nel ricorso stesso siano riportati, nei loro esatti termini e non genericamente ovvero per riassunto del loro contenuto, i passi del ricorso introduttivo con i quali la questione controversa è stata dedotta in giudizio e quelli del ricorso d’appello con cui le censure ritenute inammissibili per la loro novità sono state formulate”.

2.2 Quanto all’ulteriore profilo di doglianza, secondo cui sarebbe stata posta al Giudice del gravame essenzialmente una questione di diritto, relativa all’erronea applicazione della L. n. 428 del 1990, art. 47, cosicchè ciò che veniva in rilievo era una regula iuris applicabile d’ufficio attraverso la valutazione degli accordi sindacali dell’11.5.2005, lo stesso, oltre che per le già indicate ragioni, è altresì inammissibile per la omessa trascrizione in ricorso del contenuto di detti accordi, in violazione del principio di autosufficienza, nonchè improcedibile, ai sensi dell’art. 369 c.p.c., per l’omesso deposito, unitamente al ricorso, della relativa documentazione.

3. Con il secondo motivo il ricorrente denuncia violazione di norme di diritto (artt. 1175 e 1375 c.c.; artt. 2 e 41 Cost.; L. n. 428 del 1990, art. 47), dolendosi che la Corte territoriale abbia ritenuto l’insindacabilità in sede giudiziaria del criterio stabilito dall’art. 8 del contratto di cessione di azienda per l’individuazione dei 113 dipendenti da assumere, assumendo per contro la necessità del controllo in relazione al rispetto dei principi di buona fede e correttezza e deducendo la plurima violazione di tali principi, per esser stato esso ricorrente escluso dal transito alle dipendenze della cessionaria “pur avendo egli la maggiore anzianità ed un gravoso carico familiare”, per non essere stato inserito tra i lavoratori, sempre svolgenti mansioni di vigilanza, successivamente assunti e per non averlo la cessionaria, “disattendendo ogni impegno assunto”, preso alle proprie dipendenze allorchè aveva terminato il periodo di mobilità senza avere maturato i requisiti pensionistici o trovato una nuova occupazione.

Con il terzo motivo il ricorrente denuncia violazione di norme di diritto (L. n. 223 del 1991, art. 5, comma 1; L. n. 428 del 1990, art. 47), dolendosi che la Corte territoriale non abbia ritenuto che avrebbe dovuto esser fatta applicazione analogica dei criteri di scelta stabiliti dalla L. n. 223 del 1991, art. 5, comma 1.

3.1 Entrambi i motivi sono inammissibili per violazione del principio di specificità e autosufficienza del ricorso per cassazione, non essendo stati ivi indicati i tempi e i modi di acquisizione, nè trascritto il loro integrale contenuto, delle risultanze processuali atte a comprovare gli elementi fattuali su cui le doglianze si fondano (anzianità e carico familiare del ricorrente comparativamente maggiori rispetto a quelli dei dipendenti trasferiti; mansioni svolte dal ricorrente ed eventuale svolgimento di altre mansioni da parte dei lavoratori assunti in un secondo momento; atti negoziali comportanti l’impegno asseritamente preso dalla cessionaria di assunzione dei lavoratori che, al termine del periodo di mobilità, non avessero maturato i requisiti pensionistici e non avessero trovato altra occupazione; possesso dei requisiti di scelta secondo i criteri di cui all’invocato L. n. 223 del 1991, art. 5, comma 1).

Inoltre il mancato rispetto dell’art. 369 c.p.c., relativo all’omesso integrale deposito, unitamente al ricorso, della documentazione afferente alla suddette risultanze processuali, configura altresì profilo di improcedibilità dei motivi all’esame.

4. Con il quarto motivo il ricorrente denuncia violazione dell’art. 3 della direttiva n. 2001/23/CE del Consiglio dell’Unione Europea del 12.3.2001, nonchè dell’art. 2112 c.c., deducendo che, secondo l’interpretazione datane dalla Corte Europea di Giustizia nella sentenza dell’11.6.2009 in causa C-561/07, le disposizioni della L. n. 428 del 1990, art. 47, commi 5 e 6, non garantivano la tutela dei diritti riconosciuti ai lavoratori dalla citata direttiva, onde avrebbe dovuto trovare integrale applicazione l’art. 2112 c.c., laddove prescrive che, in caso di trasferimento d’azienda, il rapporto di lavoro continua con l’acquirente e il lavoratore conserva tutti i diritti che ne derivano.

4.1 Il motivo non può trovare accoglimento, poichè le statuizioni dell’invocata sentenza della Corte di Giustizia sono inconferenti rispetto alla fattispecie fattuale per cui è causa.

Infatti, con tale sentenza, la Corte di Giustizia, in riferimento alla L. n. 428 del 1990, art. 47, commi 5 e 6 (nel testo in allora vigente e, perciò, anteriore alle modifiche introdotte al comma 5 art. 19 quater, comma 1, lett. b) D.L. n. 135 del 2009, convertito in L. n. 166 del 2009), ha dichiarato che “Mantenendo in vigore le disposizioni di cui alla L. 29 dicembre 1990, n. 428, art. 47, commi 5 e 6, in caso di “crisi aziendale” a norma della L. 12 agosto 1977, n. 675, art. 2, comma 5, lett. c), in modo tale che i diritti riconosciuti ai lavoratori dall’art. 3, nn. 1, 3 e 4, nonchè dall’art. 4 della direttiva del Consiglio 12 marzo 2001, 2001/23/CE, concernente il ravvicinamento delle legislazioni degli Stati membri relative al mantenimento dei diritti dei lavoratori in caso di trasferimento di imprese, di stabilimenti o di parti di imprese o di stabilimenti, non sono garantiti nel caso di trasferimento di un’azienda il cui stato di crisi sia stato accertato, la Repubblica italiana è venuta meno agli obblighi ad essa incombenti in forza di tale direttiva”; la violazione della direttiva è stata quindi riconosciuta unicamente in relazione all’ipotesi di trasferimento riguardante “aziende o unità produttive delle quali il CIP abbia accertato lo stato di crisi aziendale a norma della L. 12 agosto 1977, n. 675, art. 2, comma 5, lett. c)” (come previsto dalla L. n. 428 del 1990, art. 47, comma 5, prima della ricordata modifica di cui al D.L. n. 135 del 2009, art. 19 quater, comma 1, lett. b), convertito in L. n. 166 del 2009) e nient’affatto per l’ipotesi, ricorrente nella fattispecie, relativa al trasferimento di “imprese nei confronti delle quali vi sia stata dichiarazione (…) di sottoposizione all’amministrazione straordinaria”.

5. In definitiva il ricorso va quindi rigettato.

Le spese, liquidate come in dispositivo in favore della parte controricorrente, seguono la soccombenza; non è luogo a provvedere al riguardo quanto all’intimata Istituto di Vigilanza Partenopea Combattenti e Reduci srl, che non ha svolto attività difensiva.

P.Q.M.

La Corte rigetta il ricorso e condanna il ricorrente alla rifusione delle spese in favore della controricorrente, che liquida in Euro 50,00, oltre ad Euro 3.000,00 (tremila) per onorari, spese generali, I.V.A. e C.P.A. come per legge; nulla per le spese quanto all’intimata Istituto di Vigilanza Partenopea Combattenti e Reduci srl.

Così deciso in Roma, il 20 novembre 2011.

Depositato in Cancelleria il 10 novembre 2011

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