Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 2342 del 31/01/2018


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Civile Sent. Sez. 3 Num. 2342 Anno 2018
Presidente: TRAVAGLINO GIACOMO
Relatore: AMBROSI IRENE

Risarcimento

SENTENZA

danno
figurativo

sul ricorso 23473-2014 proposto da:
GIGLIESI ITALO, GIGLIESI ISABELLA,

GIGLIESI ANDREA,

elettivamente domiciliati in ROMA, VIA POLIBIO 15,
presso lo studio dell’avvocato ANDREA ZAZZARA,
rappresentati e difesi dall’avvocato CRISTIANO
PENNACCHIA giusta procura notarile in atti;
– ricorrenti contro

ZIMMITTI PATRICK, elettivamente domiciliato in ROMA,
VIA DI PORTA PERTUSA, 4, presso lo studio
dell’avvocato SEBASTIANO ZIMMITTI, che lo rappresenta

1

Data pubblicazione: 31/01/2018

R.G.N. 23473/2014

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Cron. ,
Rep.

P.A

Ud. 10/11/2017
PU

e difende giusta procura in calce al controricorso;
– controricorrente

avverso la sentenza n. 1309/2014 della CORTE
D’APPELLO di ROMA, depositata il 27/02/2014;
udita la relazione della causa svolta nella pubblica

AMBROSI;
udito il P.M. in persona del Sostituto Procuratore
Generale Dott. CARMELO SGROI che ha concluso per il
rigetto del ricorso;
udito l’Avvocato SAMUELA RICCIO per delega;

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udienza del 10/11/2017 dal Consigliere Dott. IRENE

n. R.G. 23473/2014
Pres. G. Travaglino
Est. I. Ambrosi
UP. 10.11.2017

FATTI DI CAUSA

Con atto di citazione del 3 gennaio 2006, Patrick Zimmitti convenne
Regina Salerio, Italo Gigliesi, Isabella Gigliesi e Andrea Gigliesi dinanzi al

danno da occupazione senza titolo dell’immobile sito in Roma, via dei
Quattro venti n. 27, di cui era divenuto proprietario in virtù del decreto di
trasferimento emesso dal Tribunale di Roma in data 9 giugno 2005 a seguito
dell’esecuzione forzata in danno di Regina Salerio.
Si costituirono Italo Gigliesi, Isabella Gigliesi e Andrea Gigliesi
(familiari conviventi della debitrice esecutata Salerio) i quali eccepirono il
proprio difetto di legittimazione passiva e comunque la infondatezza della
domanda. Regina Salerio restò contumace.
Con sentenza 19 febbraio 2009 n. 3976 il Tribunale di Roma accolse
parzialmente la domanda e condannò i convenuti al pagamento, in solido tra
loro, in favore di Patrick Zimmitti, della somma di Euro 16.000,00, oltre
interessi e rivalutazione e alle spese di giudizio.
Proposto appello da parte di Italo Gigliesi, Isabella Gigliesi e Andrea
Gigliesi nonché appello incidentale da Patrick Zimmitti, con sentenza 27
febbraio 2014 n. 1309, la Corte di Appello di Roma rigettò l’appello
principale e quello incidentale e compensò le spese del giudizio tra le parti.
Per quanto ancora rileva, la Corte di appello, confermando la sentenza
di prime cure, ha ritenuto che: – correttamente il Tribunale respinse
l’eccezione di difetto di legittimazione passiva essendo gli appellanti,
rispettivamente, il convivente (Italo) e i figli (Andrea e Isabella) di Regina
Salerio (soggetto formale dell’obbligo di restituzione) nei confronti della
quale venne promossa la procedura di esecuzione per il rilascio di immobile
su istanza della Banca di Roma e alla quale vennero notificati, a mezzo
raccomandata, in mani proprie, il precetto in data 24 giugno 2005 e l’avviso
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cj

Tribunale di Roma chiedendone la condanna a titolo di risarcimento del

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Pres. G. Travaglino
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in data 15 luglio 2005; – che, pertanto, il protrarsi illegittimo della
utilizzazione dell’immobile si era configurato come occupazione sine titulo – e
fonte di danno – alla quale avevano concorso tutti coloro che godevano di
fatto dell’immobile a scapito del legittimo possessore, tutti obbligati in solido
alla restituzione dell’immobile (e non solo colei che, per essere la precedente

al risarcimento del danno liquidato equitativamente dal giudice di prime
cure.
Avverso questa sentenza, Italo Gigliesi, Isabella Gigliesi e Andrea
Gigliesi propongono ricorso per cassazione articolato in cinque motivi.
Resiste con controricorso Patrick Zimmitti.
I ricorrenti hanno depositato memoria ex art. 378 c.p.c. nonché
comparsa di costituzione di nuovo difensore.
RAGIONI DELLA DECISIONE
1. Con il primo motivo (“Sul difetto di legittimazione passiva in
relazione all’art. 360 n. 3 c.p.c: – Violazione e falsa applicazione degli artt.
81, 100, 586, 475 e 608 c.p.c.- Violazione e falsa applicazione dell’art. 2043
c.c.”)

i ricorrenti lamentano che la Corte di appello abbia erroneamente

applicato

l’istituto

della

legittimazione

passiva

distinguendolo

e

differenziandolo dalla titolarità del rapporto sostanziale in contrasto con il
principio del tutto opposto affermato dalla giurisprudenza di legittimità
(Cass. Sez. U. 9/02/2012 n. 1912).
2. Con il secondo motivo (“Violazione e falsa applicazione degli artt.
586, 475 e 608 c.p.c. in relazione all’art. 360 n. 3 c.p.c.”)

i ricorrenti

lamentano come la Corte territoriale, nel confermare la ricostruzione operata
dalla sentenza di prime cure nel ritenerla «congrua e coerente con le
risultanze processuali» abbia affermato una sorta di responsabilità oggettiva
in capo ai Gigliesi per gli asseriti danni derivanti dalla ritardata consegna
dell’immobile espropriato in forza del mero fatto della asserita coabitazione
e/o del rapporto di famiglia intercorrente con l’esecutata. Ciò violerebbe
I.Am rosi est.

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titolare del diritto, fosse stata sottoposta a procedura esecutiva di rilascio) e

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anche l’art. 2043 c.c. secondo cui la responsabilità per fatto illecito è
personale e le ipotesi di responsabilità oggettiva 94/indiretta sono quelle
tipiche individuate dalla legge (in quanto i ricorrenti, non essendo titolari di
un titolo autonomo di disponibilità dell’immobile, non potevano essere
destinatari di alcuna ingiunzione, essendo legati alla debitrice esecutata da

legittimati passivamente).
3. Con il terzo motivo (“Sulla sussistenza del “fatto illecito con
responsabilità solidale”: – in relazione all’art. 360, n. 3 c.p.c.: violazione e
falsa applicazione degli art. 2055 cc; – in relazione all’art. 3603 n. 5 c.p,c,
omesso esame circa un fatto decisivo per il giudizio che era stato oggetto di

discussione tra le parti”) i ricorrenti si dolgono del fatto che la Corte dì
appello abbia violato e falsamente applicato l’art. 2055 c.c. tenuto conto che
alcun atto illecito era stato da loro tale da giustificare la condanna in via
solidale. Evidenziano che, riguardo all’episodio relativo all’aggressione da
parte di Italo Gigliesi in danno dell’ufficiale giudiziario avvenuta in data 16
febbraio 2006 (un mese prima della riconsegna dell’immobile), il predetto
avesse comunque “interamente pagato il suo debito nei confronti della
giustizia”.
3.1. I tre motivi illustrati che in ragione della reciproca connessione
meritano un esame congiunto sono manifestamente infondati sia con
riferimento alle plurime violazioni di legge lamentate sia con riferimento al
lamentato omesso esame di un fatto decisivo.
3.2.

Innanzitutto, correttamente la Corte territoriale ha ritenuto

l’eccezione sollevata dagli appellanti (circa l’insussistenza di qualsiasi loro
obbligo al risarcimento del danno in favore dell’attore per non essere stati
parti né del procedimento di espropriazione immobiliare né dell’esecuzione
per il rilascio dell’immobile) non quale eccezione di difettQ di legittimazione
passiva, ma piuttosto quale eccezione «sulla titolarità sostanziale della

1.Am irosi est.

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un solo rapporto di solo fatto, irrilevante ai fini in esame e dunque non erano

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posizione» recante una questione di merito concernente l’insussistenza del
diritto fatto valere dall’attore nei loro confronti.
Contrariamente a quanto sostenuto da parte ricorrente, la Corte di
merito non ha violato né falsamente applicato le norme processuali invocate
e neppure ha affermato un principio “opposto” a quello espresso a Sezioni

l’istituto della legittimazione ad agire o a contraddire in giudizio
(legittimazione attiva o passiva) – invero – si ricolleghi al principio dettato
dall’art. 81 cod. proc. civ. (secondo cui nessuno può far valere nel processo
un diritto altrui in nome proprio fuori dei casi espressamente previsti dalla
legge) e comporti (trattandosi di materia attinente al contraddittorio e
mirandosi a prevenire una sentenza

inutiliter data)

la verifica, anche

d’ufficio, in ogni stato e grado del processo (salvo che sulla questione sia
intervenuto il giudicato interno) e in via preliminare al merito (con eventuale
pronuncia di rigetto della domanda per difetto di una condizione dell’azione),
circa la coincidenza dell’attore e del convenuto con i soggetti che, secondo la
legge che regola il rapporto dedotto in giudizio, sono destinatari degli effetti
della pronuncia richiesta (Sez. U, 09/02/2012 n. 1912).
A fronte di quanto appena richiamato, pertanto, risulta che la sentenza
impugnata ha adeguatamente verificato la titolarità della situazione giuridica
soggettiva in capo agli appellanti i quali detenevano l’immobile nella qualità
di familiari conviventi della persona nei cui confronti venne promossa la
procedura esecutiva di rilascio.
3.3. In secondo luogo, correttamente la Corte di merito ha ritenuto

sussistente nella fattispecie in esame un caso di occupazione senza titolo di
un immobile altrui nei confronti di tutti coloro che effettivamente abitavano
l’immobile (debitrice esecutata e familiari conviventi), qualificandolo come
fatto illecito imputabile a più persone a norma degli artt. 2043 e 2055 c.c.;
inoltre, ha coerentemente richiamato l’orientamento tradizionale della
giurisprudenza di legittimità che, in caso di occupazione senza titolo di un
I.Amb si est.

4

Unite da questa Corte che, nella pronuncia invocata, ha chiarito come

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immobile altrui (sia essa usurpativa o non), ritiene che il danno per il
proprietario del cespite sia in re ipsa, ricollegandosi al semplice fatto della
perdita della disponibilità del bene da parte del proprietario usurpato ed
all’impossibilità per costui di conseguire l’utilità normalmente ricavabile dal
bene medesimo in relazione alla natura normalmente fruttifera di esso (Sez.

3.4. In terzo luogo, del tutto infondata risulta la censura concernente
l’omesso esame “non avendo” la Corte capitolina “ritenuto di distinguere,
benché fosse stato sollevato il difetto di legittimazione passiva, la posizione
dei Gigliesi da quella di Salerio Regina” (…) “non essendo pacificamente
emerso mai nel giudizio che gli stessi avessero commesso alcun atto
illecito”.
I ricorrenti mostrano di non aver compreso la ratio decidendi posta a
fondamento della decisione impugnata, la quale, concordemente alle
motivazioni già rese dal giudice di prime cure sulla base delle risultanze
istruttorie, ha adeguatamente descritto e sussunto nella categoria della
responsabilità extracontrattuale la condotta antigiuridica posta in essere dai
medesimi, consistita nell’aver continuato a detenere e ad occupare
illegittimamente un immobile altrui.
4. Con il quarto motivo (“Sulla quantificazione dell’asserito danno. In
relazione all’art. 360 n. 3: errato ricorso all’applicazione analogica dell’art.
1591 c.c. Violazione art. 12 disposizioni sulla legge in generale (…); violazione e falsa applicazione dell’art. 1591 c.c.”) i ricorrenti si dolgono che
la Corte territoriale abbia applicato analogicamente l’art. 1591 c.c. ed
invocano un precedente di legittimità in proposito (Sez. 3 4 giungo 2009 n.
12882) che ha ritenuto la citata norma non applicabile all’occupazione senza
titolo ad opera di terzi non legati al conduttore da un preesistente rapporto.
5. Con il quinto motivo (“Violazione e falsa applicazione degli artt.
1226, 2056, 1591, 2697 c.c. in relazione all’art. 360 n. 3 c.p.c.”) i ricorrenti
lamentano che il danno sia stato illegittimamente liquidato atteso che
I.Am osi est.

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3, 24/01/2013 n. 8571).

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nessuna prova della sua sussistenza era stata fornita ed il danno non può
ritenersi in re ipsa ed invocano un precedente di legittimità in proposito
(Sez. 3, 11/01/2005 n. 378).
5.1. Questi ultimi due motivi, meritevoli di un esame congiunto poiché

relativi ai criteri di liquidazione e alla prova del danno riconosciuto all’attore

manifestamente infondati rispetto alle plurime violazioni di legge lamentate.
In proposito, è sufficiente richiamare il consolidato orientamento di
questa Corte che ha più volte affermato che nel caso di occupazione
illegittima di un immobile il danno subito dal proprietario è

in re ipsa,

discendendo dalla perdita della disponibilità del bene, la cui natura è
normalmente fruttifera e dalla impossibilità di conseguire l’utilità da esso
ricavabile, sicché tale danno costituisce oggetto di una presunzione

iuris

tantum e la liquidazione può essere operata dal giudice sulla base di
presunzioni semplici, con riferimento al cd. danno figurativo, quale il valore
locativo del bene usurpato (cfr. tra tante, Sez. 3, 09/08/2016 n. 16670;
Sez. 3 16/04/2013, n. 9137; Sez. 3, 08/05/2006 n. 10498). Per
completezza, va aggiunto che non si discosta da questa impostazione il
precedente richiamato dai ricorrenti il quale, sebbene precisi che non di
«danno in re ipsa» si tratta, ma «di danno-conseguenza che va provato dal
danneggiato, tuttavia, nella sostanza, ritiene che questi possa pur sempre
avvalersi di presunzioni (Sez. 3, 11/01/2005 n. 378).
La pronunzia impugnata mostra di aver fatto corretta applicazione del
principio di diritto sopra richiamato ritenendo corretta la liquidazione
presuntiva del danno operata, in via equitativa, per il mancato godimento
del bene dal giudice di prime cure «secondo criteri oggettivi» con specifico
riguardo all’aver «continuato a detenere il bene nonostante l’intimazione di
rilascio, e con riferimento alla durata dell’occupazione».
6. Le spese del giudizio di legittimità seguono la soccombenza e

vengono liquidate come da dispositivo.
I.Amb osi est.

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per l’illegittima occupazione del suo cespite immobiliare, sono anch’essi

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Ai sensi dell’art. 13 comma 1-quater del d.P.R. n. 115 del 2002, si
deve dare atto della sussistenza dei presupposti per il versamento, da parte
dei ricorrenti, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a
quello dovuto per il ricorso a norma del comma 1-bis del citato art. 13.
Per questi motivi

rimborsare al resistente le spese del giudizio di cassazione che si liquidano in
complessivi Euro 2.500,00, di cui Euro 200,00 per esborsi, oltre spese
generali ed accessori di legge.
Ai sensi dell’art. 13 comma 1-quater del d.P.R. n. 115 del 2002, dà
atto della sussistenza dei presupposti per il versamento, da parte della
ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello
dovuto per il ricorso a norma del comma 1-bis del citato art. 13.
Così deciso in Roma, nella Camera di consiglio della Sezione Terza
Civile, il 10 novembre 2017.

La Corte rigetta il ricorso, e condanna i ricorrenti in solido tra loro a

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