Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 23393 del 26/10/2020

Cassazione civile sez. III, 26/10/2020, (ud. 30/06/2020, dep. 26/10/2020), n.23393

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE TERZA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. TRAVAGLINO Giacomo – Presidente –

Dott. DI FLORIO Antonella – Consigliere –

Dott. RUBINO Lina – Consigliere –

Dott. VINCENTI Enzo – rel. Consigliere –

Dott. ROSSETTI Marco – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 31425/2019 proposto da:

K.S., domiciliato ex lege in ROMA, PIAZZA CAVOUR presso la

CANCELLERIA della CORTE di CASSAZIONE, rappresentato e difeso

dall’avvocato Maria Monica Bassan;

– ricorrente –

contro

MINISTERO DELL’INTERNO; COMMISSIONE TERRITORIALE PER IL

RICONOSCIMENTO DELLA PROTEZIONE INTERNAZIONALE VERONA SEZ. PADOVA;

PROCURATORE GENERALE DELLA REPUBBLICA PRESSO LA CORTE DI CASSAZIONE;

– intimati –

avverso la sentenza n. 2955/2019 della CORTE D’APPELLO di VENEZIA,

depositata il 15/07/2019;

udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio del

30/06/2020 dal Consigliere ENZO VINCENTI.

 

Fatto

RILEVATO

CHE:

1. – Con ricorso affidato a tre motivi, K.S., cittadino del (OMISSIS), ha impugnato la sentenza della Corte di Appello di Venezia, resa pubblica il 15 luglio 2019, che ne rigettava il gravame avverso la decisione di primo grado del Tribunale della medesima Città, che, a sua volta, ne aveva respinto l’opposizione avverso il diniego della competente Commissione territoriale del riconoscimento, in via gradata, della protezione sussidiaria e di quella umanitaria.

2. – La Corte territoriale, per quanto in questa sede ancora rileva, osservava che: a) il racconto del richiedente (aver lasciato il Paese d’origine per le minacce del datore di lavoro e padre della ragazza di cui si era innamorato) era intrinsecamente contraddittorio, poichè (pur essendo verosimile che il padre della ragazza avesse dovuto dare lavoro ai genitori del K., unico loro figlio maschio, che avevano allontanato per dette minacce) i “fatti narrati” non erano tali da configurare “una minaccia attuale e tanto grave, dopo cinque anni dall’allontanamento del giovane dal proprio Paese” (avendo egli “ammesso di essere dapprima fuggito prima a Dhaka e di essere quindi andato in Libia perchè non era riuscito a trovare lavoro”), trattandosi di “versione inconciliabile con l’intento del suo nemico di allontanarlo subito e per sempre dal Proprio Paese, quando gli stessi genitori del ragazzo dipendono dall’accoglienza e dal lavoro che proprio l’autore delle minacce avrebbe loro comunque garantito, in quanto obbligato dalla comunità e dagli usi locali”; b) il richiedente, inoltre, non aveva dimostrato “di mantenere tuttora un legame tanto profondo e importante con la ragazza lasciata in (OMISSIS) da averne precluso altre scelte di vita nell’ultimo quinquennio ed a rappresentare ancora, per il padre di lei, un pericolo da evitare anche con la violenza”; c) era più verosimile che il richiedente temesse “di non trovare in patria un lavoro e le risorse per mantenersi, pur avendo del resto limitato i suoi sforzi al periodo in cui si è trattenuto a Dhaka, senza peraltro subire altre ritorsioni e/o minacce dalla famiglia della giovane nè altre forme di persecuzione”; d) quanto al riconoscimento della protezione sussidiaria di cui al D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 14, lett. c) non era ravvisabile nel Bangladesh, in base alle fonti di informazioni più accreditate, una situazione di violenza generalizzata o di conflitto armato; e) il richiedente, poi, aveva fornito, a sostegno dell’istanza, solo il dato della “vicenda prettamente personale” e delle difficoltà economiche, senza specifici riferimenti neppure in punto di “mancato coinvolgimento delle forze dell’ordine nel caso di specie”, non potendo quindi sostenersi che la sua incolumità potesse essere in pericolo, in caso di rimpatrio, “per la condotta degli aggressori” o “per una situazione di conflitto armato”; f) in ragione della “vicenda esposta”, non sussistevano nemmeno le condizioni per il riconoscimento della protezione umanitaria, che non poteva ottenersi in base alle “buone prospettive d’integrazione in Italia, in mancanza del permesso di soggiornarvi”.

3. – L’intimato Ministero dell’interno non ha svolto attività difensiva, depositando unicamente “atto di costituzione” al fine di eventuale partecipazione ad udienza di discussione.

Il ricorso è stato notificato anche alla Commissione territoriale, rimasta, anch’essa, soltanto intimata.

Diritto

CONSIDERATO

CHE:

1. – Con il primo mezzo è denunciata, ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 4, la violazione dell’art. 132 c.p.c., comma 2, n. 4, “per motivazione apparente” in punto di credibilità del richiedente.

1.1. – Il motivo è infondato.

Un provvedimento giurisdizionale può dirsi nullo per mancanza di motivazione – alla luce dell’orientamento ribadito dalle Sezioni Unite di questa Corte dopo la modifica dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5 (Cass., S.U., n. 8053/2014) – quando vi sia “mancanza assoluta di motivi sotto l’aspetto materiale e grafico”, quando la “motivazione sia apparente”, quando vi sia un “contrasto irriducibile tra affermazioni inconciliabili” o, infine, quando la “motivazione sia perplessa ed obiettivamente incomprensibile”; resta, invece, insindacabile in sede di legittimità il semplice difetto di “sufficienza” della motivazione.

Nel caso di specie, non ricorre alcuna delle suddette ipotesi di nullità. La motivazione nel provvedimento impugnato (cfr. sintesi riportata nel “Rilevato che”), infatti, non manca, nè è incomprensibile o contraddittoria, giacchè la Corte d’appello ha argomentato, in modo intelligibile, la propria decisione in punto di non attendibilità, per intrinseca contraddittorietà, della versione dei fatti fornita dal richiedente.

Nè costituisce un vizio censurabile in sede di legittimità l’omesso esame, da parte del giudice di merito, di una o più argomentazioni difensive. Il giudice di merito, infatti, non ha l’obbligo di prendere in esame e confutare tutte le argomentazioni difensive svolte dalle parti, ma è sufficiente che esprima “in forma sobria e sintetica i risultati del suo apprezzamento sul complesso degli elementi di prova acquisiti al processo” (tra le altre, Cass. n. 12123/2013).

2. – Con il secondo mezzo è denunciata, ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, violazione e falsa applicazione del D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 3, comma 3, e art. 14, lett. b), nonchè del D.Lgs. n. 25 del 2008, art. 27, comma 1 bis, “per mancato riconoscimento della protezione sussidiaria”, non avendo il giudice del merito valutato il “rischio che correrebbe il ricorrente a seguito della persecuzione privata e l’impossibilità di avvalersi della protezione della polizia, visto l’elevato tasso di corruzione”.

2.1. – Il motivo è inammissibile.

Esso, infatti, prescinde dal censurare in modo specifico e congruente la ratio decidendi che sorregge la statuizione di rigetto, la quale va individuata nei rilievi (cfr. sintesi riportata nel “Rilevato che”) concernenti il tempo trascorso (cinque anni) dal momento in cui aveva lasciato il Paese di origine e la mancanza di prova circa la attualità e importanza del legame con la fidanzata lasciata nel Bangladesh, tanto da non averne potuto precludere altre scelte e, dunque, reso ancora persistente la minaccia di persecuzione privata da parte del padre di lei, quale profilo, dunque, ben tenuto presente dal giudice del merito.

3.- Con il terzo motivo è prospettata, ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, violazione e falsa applicazione del D.Lgs. n. 25 del 2008, art. 32, comma 3, e del D.Lgs. n. 286 del 1998m, art. 5, comma 6, (in relazione al D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 3, comma 3), “per mancata/insufficiente valutazione della situazione del Paese di origine del richiedente (Bangladesh) ed errata valutazione dei presupposti per il rilascio di un permesso di soggiorno per motivi umanitari”, non avendo considerato il giudice del merito “la vulnerabilità del ricorrente, determinata dalla giovane età del soggetto… e dal rischio di persecuzione per mano del padre della ragazza”, nonchè la grave e violenta conflittualità politica del Bangladesh – che, peraltro, è “uno dei Paesi al mondo in cui la morsa della povertà si fa sentire di più”, anche per le ricorrenti alluvioni – e la buona integrazione in Italia del richiedente (che lavora e percepisce una retribuzione netta di Euro 900,00 mensili).

3.1. – Il motivo è fondato.

In tema di protezione umanitaria, l’orizzontalità dei diritti umani fondamentali comporta che, ai fini del riconoscimento della protezione, occorre operare la valutazione comparativa della situazione soggettiva e oggettiva del richiedente con riferimento al Paese di origine, in raffronto alla situazione d’integrazione raggiunta nel paese di accoglienza, senza che abbia rilievo l’esame del livello di integrazione raggiunto in Italia, isolatamente ed astrattamente considerato (Cass., S.U., n. 29459/2019, Cass. n. 8819/2020).

La Corte di appello non ha fatto corretta applicazione di tale principio, avendo mancato di effettuare la necessaria valutazione comparativa siccome comprendente la situazione di integrazione del richiedente e quella oggettiva nel Paese di origine, tale da doversi escludere, in loco, un vulnus al nucleo essenziale dei diritti fondamentali della persona, oltre ad aver fornito una motivazione apparente in punto di vulnerabilità del richiedente medesimo.

4. – Va, dunque, accolto il terzo motivo di ricorso; ricorso che, invece, deve essere rigettato nel resto.

La sentenza impugnata deve essere cassata in relazione al motivo accolto e la causa rinviata alla Corte di appello di Venezia, in diversa composizione, che, nel delibare, la domanda di protezione umanitaria, dovrà attenersi al principio innanzi enunciato.

Il giudice di rinvio dovrà provvedere, altresì, alla regolamentazione delle spese del giudizio di legittimità.

P.Q.M.

accoglie il terzo motivo e rigetta nel resto il ricorso;

cassa la sentenza impugnata in relazione al motivo accolto e rinvia la causa alla Corte di appello di Venezia, in diversa composizione, anche per le spese del giudizio di legittimità.

Così deciso in Roma, nella Camera di consiglio della Terza Sezione civile della Corte suprema di Cassazione, il 30 giugno 2020.

Depositato in Cancelleria il 26 ottobre 2020

 

 

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