Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 23359 del 23/10/2020

Cassazione civile sez. trib., 23/10/2020, (ud. 16/07/2020, dep. 23/10/2020), n.23359

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE TRIBUTARIA

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. CIRILLO Ettore – Presidente –

Dott. NAPOLITANO Lucio – Consigliere –

Dott. D’ORAZIO Luigi – rel. Consigliere –

Dott. FRAULINI Paolo – Consigliere –

Dott. PANDOLFI Catello – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso iscritto al n. 12382/2013 R.G. proposto da:

Agenzia delle entrate, in persona del legale rappresentante pro

tempore, rappresentata e difesa dall’Avvocatura Distrettuale dello

Stato e presso i cui uffici domicilia in Roma, alla Via dei

Portoghesi n. 12;

– ricorrente –

contro

V.B., rappresentato e difeso, giusta procura in calce al

controricorso, dall’Avv. Tiziana Moretti, elettivamente domiciliato

presso l’Avv. Giuseppe Nicola Madia, in Roma, via Giuseppe Avezzana

n. 2;

– controricorrente –

avverso la sentenza della Commissione tributaria regionale delle

Marche, n. 41/1/2012, depositata il 22 marzo 2012;

Udita la relazione svolta nella camera di consiglio dell’li marzo

2020 dal Consigliere D’Orazio Luigi.

 

Fatto

RILEVATO

CHE:

1. La Commissione tributaria regionale delle Marche rigettava sia l’appello principale proposto dalla Agenzia delle entrate, sia l’appello incidentale articolato da V.B., lavoratore autonomo, avverso la sentenza della Commissione tributaria provinciale di Ancona, che aveva accolto parzialmente il ricorso del contribuente contro l’avviso di accertamento emesso dalla Agenzia delle entrate per l’anno 2003, ai fini Irpef, Iva ed Irap, a seguito di indagine bancaria su conti correnti intestati o cointestati al V., eliminando dalla formazione del reddito sia i prelevamenti che i versamenti. In particolare, l’Agenzia delle entrate ricomprendeva ai fini della determinazione del reddito del lavoratore autonomo sia i versamenti che i prelevamenti, provvedendo, peraltro, con atto di autotutela a diminuire i versamenti da Euro 162.831,00 ad Euro 154.219,00, ed i prelevamenti da Euro 239.069,00 ad Euro 139.169,00, con diminuzione anche del reddito da fabbricati da Euro 13.509,98 ad Euro 8.948,13. Il giudice di appello, confermava la sentenza del giudice di prime cure, in relazione alla esclusione dei prelevamenti dal reddito, in quanto il D.P.R. n. 600 del 1973, art. 32, comma 1, n. 2, come modificato dalla L. n. 311 del 2004, avente natura “sostanziale”, che aveva ricompreso nella determinazione del reddito da lavoro autonomo anche i prelevamenti, con l’innesto del termine “compensi” accanto ai “ricavi”, non poteva avere applicazione retroattiva; sicchè i prelevamenti non potevano essere oggetto di ripresa tributaria. Il giudice di appello, poi, riteneva giustificati i versamenti in base alla “corposa documentazione versata in atti dal contribuente”, con la “puntigliosa ricostruzione a monte dell’iter procedurale”. Veniva rigettato l’appello incidentale del contribuente con riferimento al maggior reddito accertato da fabbricato ed in ordine alla compensazione delle spese del giudizio di primo grado.

2. Avverso tale sentenza propone ricorso per cassazione l’Agenzia delle entrate.

3. Resiste con controricorso il contribuente, depositando memoria scritta.

Diritto

CONSIDERATO

CHE:

1. Con un unico motivo di impugnazione l’Agenzia delle entrate deduce la “violazione del D.P.R. n. 600 del 1973, art. 32, comma 1, n. 2 – anche come modificato dalla L. 311 del 2004, art. 1, comma 402 – in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5”, in quanto il giudice di appello ha violato il D.P.R. n. 600 del 1973, art. 32, poichè la novella di cui alla L. n. 311 del 2004 va intesa, non come disposizione innovativa, che opera solo per il futuro, ma come norma chiarificatrice della interpretazione della disposizione, per cui dovevano essere considerati ai fini del reddito anche i prelevamenti, e non solo i versamenti.

1.1. Tale motivo è infondato.

1.2. Anzitutto, si rileva che il motivo è ammissibile, in quanto, benchè nella rubrica si richiami l’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, per censurare la decisione per violazione del D.P.R. n. 600 del 1973, art. 32, tuttavia nel corpo del motivo si chiarisce che la doglianza attiene proprio alla violazione di legge, non essendo la censura incentrata in alcun modo sulla motivazione della sentenza del giudice di appello.

1.3. Invero, è vero che la L. n. 311 del 2004 ha valore solo di chiarificazione di una interpretazione giurisprudenziali che già esisteva, in base alla quale, ai fini della determinazione del reddito del lavoratore autonomo, dovevano essere considerati, non solo i versamenti prevenuti sul proprio conto corrente bancario, ma anche i “prelevamenti”, sicchè l’aggiunta del termine “compensi” a quello dei “ricavi”, era perfettamente allineato con tale giurisprudenza precedente (Cass., 3 agosto 2012, n. 14026; Cass., sez. 5, 29 marzo 2002, n. 4601).

Tuttavia, la presunzione di cui al D.P.R. n. 600 del 1973, art. 32, secondo cui sia i prelevamenti sia i versamenti operati sui conti correnti bancari, non annotati contabilmente, vanno imputati ai ricavi conseguiti, nella propria attività, dal contribuente che non ne dimostri l’inclusione nella base imponibile oppure l’estraneità alla produzione del reddito, si riferisce ai soli imprenditori e non anche ai lavoratori autonomi o professionisti intellettuali, essendo venuta meno, a seguito della sentenza della Corte costituzionale n. 228 del 2014, la modifica della citata disposizione, apportata dalla L. n. 311 del 2004, art. 1, comma 402, sicchè non è più sostenibile l’equiparazione, ai fini della presunzione, tra attività d’impresa e professionale per gli anni anteriori (Cass., sez. 5, 11 novembre 2015, n. 23041).

1.4. Pertanto, resta invariata la presunzione legale posta dal D.P.R. n. 600 del 1973, art. 32, con riferimento ai “versamenti” effettuati su un conto corrente dal professionista o lavoratore autonomo, sicchè questi è onerato di provare in modo analitico l’estraneità di tali movimenti ai fatti imponibili, essendo venuta meno, all’esito della sentenza della Corte costituzionale n. 228 del 2014, l’equiparazione logica tra attività imprenditoriale e professionale limitatamente ai “prelevamenti” sui conti correnti (Cass., sez. 5, 30 marzo 2018, n. 7951; Cass., sez. 5, 26 settembre 2018, n. 22931; Cass., sez. 5, 9 agosto 2016, n. 16697; Cass., 11 novembre 2015, n. 23041).

1.5. Nella specie, non sono necessari ulteriori accertamenti di fatto, a seguito dello ius superveniens originato dalla pronuncia della Corte costituzionale n. 228 del 2014, in quanto la Commissione regionale ha già escluso dal reddito del lavoratore autonomo i “prelevamenti” determinati nella misura di Euro 139.169,00 (“si ritiene che il novellato D.P.R. n. 600 del 1973, art. 32, comma 1, n. 2, non possa essere applicato retroattivamente nel caso de quo di talchè i prelevamenti non possono essere oggetto di ripresa tributaria”), sia pure per la diversa ragione che la L. n. 311 del 2004 non sarebbe stata applicabile retroattivamente ai redditi relativi ad anni si imposta precedenti al 2005.

L’Agenzia delle entrate, poi, non ha in alcun modo censurato la decisione del giudice di appello in ordine ai versamenti, sicchè su tale questione si è formato il giudicato “interno”. La commissione regionale, infatti, quanto ai versamenti, ha affermato che “per quanto concerne i versamenti operati nell’anno 2003….dopo aver esaminato la corposa documentazione versata in atti dal contribuente a giustificazione delle movimentazioni bancarie relative, ritiene che il contribuente abbia documentato in via esaustiva le operazioni di versamento oggetto di ripresa tributaria: in particolare attraverso la puntigliosa ricostruzione a monte dell’iter procedurale che poi ha determinato il singolo versamento”.

Tale statuizione, seppure carente dal punto di vista delle motivazione, dovendo il giudice procedere ad un esame analitico di ogni singola movimentazione finanziaria, non è stata oggetto di specifica censura da parte della ricorrente Agenzia delle entrate.

2. Le spese del giudizio di legittimità, per il principio della soccombenza, vanno poste a carico della ricorrente e si liquidano come da dispositivo.

3. Non opera a carico dell’Agenzia ricorrente il raddoppio del contributo unificato (Cass. Sez. 3, Sentenza n. 5955 del 14/03/2014, Rv. 630550; Cass., n. 889/2017).

P.Q.M.

Rigetta il ricorso.

Condanna l’Agenzia delle entrate a rimborsare in favore del contribuente le spese del giudizio di legittimità che si liquidano in complessivi Euro 5.600,00, oltre il rimborso delle spese generali nella misura forfettaria del 15 %, accessori di legge ed Euro 200,00 per esborsi.

Così deciso in Roma, nella Camera di Consiglio, il 16 luglio 2020.

Depositato in Cancelleria il 23 ottobre 2020

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