Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 23350 del 24/08/2021

Cassazione civile sez. II, 24/08/2021, (ud. 07/10/2020, dep. 24/08/2021), n.23350

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SECONDA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. MANNA Felice – Presidente –

Dott. BELLINI Ubaldo – Consigliere –

Dott. COSENTINO Antonello – rel. Consigliere –

Dott. FALASCHI Milena – Consigliere –

Dott. DONGIACOMO Giuseppe – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 23177-2019 proposto da:

S.G.O., elettivamente domiciliato in ROMA, VIALE GIUSEPPE

MAZZINI 6, presso lo studio dell’avvocato MANUELA AGNITELLI, che lo

rappresenta e difende giusta procura in calce al presente atto;

– ricorrente –

contro

MINISTERO DELL’INTERNO, COMMISSIONE TERRITORIALE PER IL

RICONOSCIMENTO DELLA PROTEZIONE INTERNAZIONALE;

– intimati –

avverso il decreto di rigetto n. cronol. 1659/2019 del TRIBUNALE di

L’AQUILA, depositato il 17/06/2019;

udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio del

07/10/2020 dal Consigliere Dott. ANTONELLO COSENTINO.

 

Fatto

RAGIONI IN FATTO ED IN DIRITTO DELLA DECISIONE

Il sig. S.G.O.ha proposto ricorso, sulla scorta di quattro motivi, per la cassazione del decreto con cui il tribunale di L’Aquila, Sezione specializzata in materia di Protezione Internazionale, gli ha negato, confermando, il provvedimento della Commissione Territoriale per il Riconoscimento della Protezione Internazionale di Ancona, il riconoscimento dello status di rifugiato, richiesto in via principale, nonché la protezione sussidiaria e quella umanitaria, richieste in via gradatamente subordinata.

Il tribunale di L’Aquila, dopo un’ampia premessa sui presupposti per il riconoscimento di ciascuna delle forme di protezione internazionale invocate e sul ruolo attivo richiesto all’autorità amministrativa e al giudice dell’impugnazione nell’istruzione di tali domande, ritiene che la vicenda personale narrata dall’odierno ricorrente non integri in alcun modo gli estremi per il riconoscimento della protezione internazionale. Il ricorrente afferma, infatti, di aver lasciato la (OMISSIS), suo Paese di provenienza, nel luglio 2016 per la necessità di cure mediche. Asserisce, infatti, di essere stato investito da un’auto nel 2009, riportando ferite alla gamba, di essere stato operato in (OMISSIS) nel (OMISSIS) e, poiché il dolore persisteva, di aver deciso di recarsi in Italia per farsi curare meglio. Il tribunale osserva, in primo luogo, che dalla certificazione sanitaria prodotta risulta che il sig. O. abbia subito, nell'(OMISSIS), un intervento chirurgico presso l’ospedale di (OMISSIS) di osteosintesi e “allungamento del tendine d’Achille”, a fronte della diagnosi di piede equino. La documentazione medica relativa all’effettuazione di un intervento chirurgico in (OMISSIS), di cui la stessa Commissione Territoriale dà atto nel provvedimento emesso, non è allegata dal ricorrente in sede di ricorso: La circostanza che il giovane fosse affetto dalla summenzionata patologia genetica (piede equino varo supinato sx), rende inverosimile il racconto del richiedente nella parte in cui allude ad un incidente (investimento) che, a suo dire, si sarebbe verificato durante una partita di calcio. Dai dati fattuali emersi in giudizio, risulta in ogni caso che, allo stato, non sussiste alcuna. necessità di cure ulteriori, tali da giustificare la permanenza in Italia.

Si esclude la sussistenza dei presupposti per il riconoscimento dello status di rifugiato, avendo lo stesso sig. O. dichiarato di essere giunto in Italia solo per curarsi.

Non ricorre, altresì, nella zona di provenienza del richiedente, una situazione di violenza indiscriminata tale da giustificare la concessione della protezione sussidiaria di cui al D.Lgs. 19 novembre 2007, n. 251, art. 14. Si riporta a tal fine un estratto del rapporto COI del Dipartimento di Giurisprudenza dell’Università “Roma Tre” del maggio 2018, dal quale emerge che, anche volendo ritenere sussistente un conflitto armato nella zona del (OMISSIS), si tratterebbe pur sempre di violenze indirizzate al sabotaggio d’impianti petroliferi e al sequestro dei dipendenti delle compagnie e non anche dirette indiscriminatamente verso la popolazione.

Il tribunale esclude, infine, la protezione umanitaria, dovendo i gravi motivi umanitari correlarsi alla vicenda personale del richiedente ai fini della concessione della stessa. Nel caso di specie, pur risultando dal rapporto annuale di Amnesty International 2017-2018 sullo stato della (OMISSIS) diffuse violazioni dei diritti umani ed episodi di torture e maltrattamenti, non sussiste una condizione di vulnerabilità del ricorrente, la cui storia personale non è segnata da episodi di confronto-scontro con le criticità dell’impianto democratico del Paese di provenienza. Si esclude, altresì, che il richiedente abbia intrapreso un serio percorso d’integrazione in Italia.

Con il primo motivo di ricorso, riferito all’art. 360 c.p.c., nn. 3 e 5 il sig. S.G.O. deduce la violazione del D.Lgs. 19 novembre 2007, n. 251, artt. 2 e 11, lett. e) e f), l’illogica, contraddittoria e apparente motivazione per avere il tribunale rigettato la richiesta dello status di rifugiato “non riuscendo ad individuare persecuzioni per tendenze o stili di vita”. Si censura la statuizione del tribunale che fonda il diniego dello status di rifugiato sulla mancanza di persecuzione e sulla considerazione che la ragione della partenza dalla (OMISSIS) sarebbe solo la necessità di cure mediche. Parte ricorrente asserisce di avere, nel suo racconto, fatto emergere con precisione e coerenza la composizione della sua famiglia, il contesto spazio-temporale dei fatti che narra e i motivi della fuga, assolvendo all’onere di compiere ogni ragionevole sforzo per circostanziare la domanda di protezione. Al contrario, il tribunale, con una motivazione apparente, è venuto meno ai suoi doveri officiosi d’indagine, omettendo di considerare che il concetto di “persecuzione” non è da legare soltanto alla gravità della situazione socio-politica della (OMISSIS), ma anche al pericolo attuale per la propria-esistenza, essendo sufficiente anche la mancanza di esercizio delle libertà democratiche.

Con il secondo motivo di ricorso, riferito all’art. 360 c.p.c., ai nn. 3 e 5 il sig. S.G.O. deduce la violazione del D.Lgs. 19 novembre 2007, n. 251, art. 14, comma 1, lett. c) e art. 3, comma 3, lett. a), degli artt. 2, 3, 5, 8, 9 della CEDU e D.Lgs. 25 gennaio 2008, n. 25, art. 27, comma 1, dal momento che il rigetto della protezione sussidiaria è stato emesso senza alcuna valutazione sulla sussistenza del danno grave, con conseguente difetto d’istruttoria. Il tribunale, escludendo la sussistenza nella zona di provenienza del richiedente di una violenza indiscriminata derivante da una situazione di conflitto, che possa costituire un pericolo per i cittadini, non ha ravvisato l’esistenza di un danno grave. In tal modo, a detta del ricorrente, il tribunale avrebbe violato il D.Lgs. 19 novembre 2007, n. 251, art. 14, comma 1, lett. b) nella misura in cui ha rigettato la richiesta di protezione sussidiaria senza esaminare quale ipotesi di danno grave l’aver subito torture o trattamenti inumani o degradanti.

Parte ricorrente asserisce, infatti, che la concessione della protezione sussidiaria presuppone la sussistenza di un rischio effettivo di subire un grave danno in caso di rientro nel Paese d’origine e svolge un approfondimento sul concetto di tortura e trattamento inumano, alla luce dell’art. 3 CEDU e dell’art. 1 della Convenzione ONU. Nel caso di specie, il tribunale, omettendo di attivare i poteri istruttori officiosi, ha escluso il riconoscimento della protezione sussidiaria ritenendo arbitrariamente il danno, cui il ricorrente sarebbe esposto in caso di rimpatrio, eventuale e non effettivo, sulla base della sola eslusione di una situazione di pericolo generalizzato nell'(OMISSIS).

Con il terzo motivo di ricorso, riferito all’art. 360 c.p.c., nn. 3 e 5 il sig. S.G.O. deduce la violazione del D.Lgs. 19 novembre 2007, n. 251, art. 14 e art. 3, comma 3, lett. a) e b) e degli artt. 3 e 7 CEDU, dal momento che il rigetto del riconoscimento della protezione sussidiaria è stato emesso (anche) sulla base di un giudizio prognostico, futuro (e incerto) e non “sullo stato effettivo e attuale del Paese d’origine”, ritenendo che in (OMISSIS) non vi fosse un pericolo generalizzato. Il tribunale, affermando in merito alle condizioni della (OMISSIS) che “la zona (dell'(OMISSIS)) non è interessata dall’attività terroristica di (OMISSIS)”, non ha svolto una valutazione dello stato attuale ed effettivo del Paese d’origine del richiedente asilo, quanto piuttosto una prognosi contraddittoria, futura e incerta in violazione del D.Lgs. 19 novembre 2007, n. 251, art. 3. Il ricorrente afferma di aver rappresentato il timore, nel caso di rimpatrio, di essere arrestato dalla polizia e di vedere lesi la propria incolumità e dignità personale in conseguenza della tragica condizione delle carceri in (OMISSIS). Tale situazione non è stata presa in considerazione dal tribunale che, con difetto di istruttoria officiosa, non ha tenuto conto delle dichiarazioni rese in sede di audizione del richiedente e ha svolto un giudizio prognostico sullo stato della (OMISSIS), anziché guardare alla situazione attuale, al momento della domanda di protezione, del Paese d’origine del richiedente.

Con il quarto motivo di ricorso, riferito all’art. 360 c.p.c., n. 3 il sig. S.G.O. deduce la violazione del combinato disposto del D.Lgs. 25 luglio 1998, n. 286, art. 5, comma 6 e art. 19, comma 1, la violazione del D.Lgs. 19 novembre 2007, n. 251, art. 3, comma 3, lett. c) e comma 4, l’illogica, contraddittoria e apparente motivazione per avere il tribunale rigettato la richiesta di protezione umanitaria, senza operare un esame specifico e attuale della situazione soggettiva e oggettiva del richiedente, con riferimento al Paese d’origine. A detta del ricorrente, sussistono nel caso di specie motivi di carattere umanitario, atteso che questi è scappato dal suo Paese a causa di gravissimi problemi di salute, con grave compromissione del diritto alla salute costituzionalmente tutelato. Il rientro forzoso in Patria esporrebbe il ricorrente ad un danno grave, consistente nella lesione della libertà personale e dell’incolumità fisica, atteso che, a suo dire, sta continuando il percorso terapeutico riabilitativo in Italia. Quanto all’integrazione sociale e lavorativa, pur avendo la giurisprudenza precisato che non è fattore esclusivo ai fini della protezione umanitaria, essa può certamente concorrere a delineare una situazione di vulnerabilità personale che richiede un accertamento specifico e attuale, sulla base di una comparazione tra l’integrazione e le condizioni di vita privata del richiedente in Italia e nel Paese d’origine, che il tribunale ha totalmente omesso.

Il Ministero dell’Interno non ha espletato attività difensiva.

La causa è stata chiamata all’adunanza di camera di consiglio del 7 ottobre 2020, per la quale non sono state depositate memorie.

Il sig. S.G.O. è stato ammesso al patrocinio a spese dello Stato.

Il primo motivo, con cui si contesta il mancato riconoscimento dello status di rifugiato sulla base della mancanza di persecuzione e della circostanza che la ragione della partenza era la necessità di cure mediche, è inammissibile perché non attinge la ratio decidendi, ossia l’affermazione che “e’ stato lo stesso O. a dire di essere giunto in Italia per curarsi, senza rappresentare alcuna situazione riconducibile a persecuzioni a rischi di morte o di trattamenti inumani a degradanti” (pagina 12, terzultimo capoverso, del decreto).

Il secondo motivo e il terzo motivo, da trattare insieme per la loro stretta connessione, sono anch’essi da rigettare, avendo il tribunale fondato la propria decisione sullo specifico esame della situazione dell'(OMISSIS), effettuato sulla scorta di c.o.i. (rapporto del Dipartimento di Giurisprudenza dell’Università “Roma Tre” del maggio 2018 e rapporto annuale di Amnesty International 2017-2018 sulla situazione della (OMISSIS) Roma Tre del maggio 2018) che escludevano la sussistenza di violenze indiscriminate verso la popolazione. La censura si risolve dunque in una inammissibile sollecitazione al riesame del merito, svolta sulla base di rilievi scollegati dalla fattispecie concreta (cfr. pag. 12, primi righi, del ricorso, dove si parla di “situazione della condizione delle carceri in (OMISSIS), con assoluta privazione del giusto processo, in assoluta violazione la sua incolumità e dignità personale” senza che nel ricorso si indichi in quale sede di merito il ricorrente abbia rappresentato il rischio per di essere ristretto in carcere in caso di rimpatrio). Quanto allo stralcio tratto dal sito della Farnesina riprodotto a pag. 13 del ricorso, esso va giudicato inconcludente, nulla aggiungendo di nuovo al quadro delineato dal tribunale; tale stralcio, infatti, si limita a segnalare le aree in cui si registra una più intensa attività terroristica e criminale (sostanzialmente confermando, peraltro, che le violenze legate ai conflitti armati sono orientati verso gli stranieri), senza alcun riferimento alla situazione delle carceri (OMISSIS), nelle quali l’odierno ricorrente dichiara di temere la compromissione dei propri diritti fondamentali.

Anche il quarto motivo di ricorso, relativo al rigetto della richiesta di protezione umanitaria del D.Lgs. 25 luglio 1998, n. 286, ex art. 5, comma 6, va infine giudicato infondato, perché il tribunale ha analizzato tanto la situazione del paese di origine, sottolineando come la stessa non presentasse rischi per la popolazione locale, quanto la situazione soggettiva del ricorrente, rilevando come, in base alla certificazione medica allegata, il medesimo non presentasse alcuna necessità di ulteriori cure e considerando sia la sua storia personale, sia la sua mancanza di inserimento in Italia (ultimi due cpv di pag. 13 del decreto).

Il ricorso è rigettato.

Nulla per le spese, non avendo il Ministero espletato attività difensive.

Deve altresì darsi atto della sussistenza dei presupposti per il versamento, da parte del ricorrente, del raddoppio del contributo unificato D.P.R. n. 115 del 2002, ex art. 13, comma 1 quater, se dovuto.

P.Q.M.

La Corte rigetta il ricorso.

Si dà atto della sussistenza dei presupposti processuali per il versamento, da parte del ricorrente, di un ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello previsto per il ricorso principale, a norma dello stesso art. 13, comma 1 bis se dovuto.

Così deciso in Roma, il 7 ottobre 2020.

Depositato in Cancelleria il 24 agosto 2021

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