Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 23347 del 23/10/2020

Cassazione civile sez. VI, 23/10/2020, (ud. 08/09/2020, dep. 23/10/2020), n.23347

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SESTA CIVILE

SOTTOSEZIONE L

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. DORONZO Adriana – Presidente –

Dott. LEONE Margherita Maria – Consigliere –

Dott. ESPOSITO Lucia – Consigliere –

Dott. PONTERIO Carla – rel. Consigliere –

Dott. MARCHESE Gabriella – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 766-2019 proposto da:

C.L., C.C., elettivamente domiciliati in

ROMA, PIAZZA CAVOUR presso la CANCELLERIA DELLA CORTE DI CASSAZIONE,

rappresentati e difesi dall’avvocato GIOVANNI CLEMENTE;

– ricorrente –

CA.LE.;

– intimato –

avverso la sentenza n. 299/2018 della CORTE D’APPELLO di SALERNO,

depositata l’11/06/2018;

udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio non

partecipata dell’8/09/2020 dal Consigliere Relatore Dott. CARLA

PONTERIO.

 

Fatto

RILEVATO

che:

1. con sentenza n. 299 pubblicata l’11.6.18 la Corte d’appello di Salerno ha respinto l’appello di C.L. e C.C. avverso la decisione di primo grado, di rigetto della domanda dai medesimi proposta nei confronti di ca.fi. e D.C.L. per il risarcimento dei danni derivati dalla cancellazione dagli elenchi dei braccianti agricoli;

2. la Corte territoriale ha premesso che ciascuno degli appellanti in data 5.5.2006 aveva proposto un separato procedimento nei confronti dell’INPS impugnando la cancellazione dagli elenchi dei braccianti agricoli disposta dall’Istituto all’esito di un accertamento ispettivo nei confronti dell’azienda agricola ca.fi.; che il ricorso proposto da C.L. era stato dichiarato inammissibile perchè tardivo; il ricorso di C.C. era stato definito con cancellazione della causa dal ruolo per inattività della parte;

3. ha ritenuto che il mancato accertamento in sede giudiziaria dell’effettiva esistenza di un rapporto di lavoro agricolo, presupposto necessario per la reiscrizione negli elenchi bracciantili, era da attribuire alla condotta negligente ed omissiva degli appellanti e che fosse precluso un nuovo accertamento nel merito della pretesa già azionata nei separati procedimenti in ragione della definitività delle declaratorie processuali adottate, per tardività del ricorso e cancellazione della causa dal ruolo;

4. avverso tale sentenza C.L. e C.C. hanno proposto ricorso per cassazione affidato a tre motivi; D.C.L., citato in proprio e quale erede universale di ca.fi., è rimasto intimato;

5. la proposta del relatore, ai sensi dell’art. 380 bis c.p.c., è stata comunicata alle parti, unitamente al decreto di fissazione dell’adunanza camerale.

Diritto

CONSIDERATO

che:

6. col primo motivo di ricorso è dedotta, ai sensi dell’art. 360, comma 1 c.p.c., nn. 3 e 4, violazione e falsa applicazione degli artt. 112,113,116 e 132 c.p.c.. Omessa pronuncia. Nullità della sentenza per motivazione apparente o perplessa e incomprensibile;

7. col secondo motivo è denunciata, ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, nn. 3 e 4, violazione e falsa applicazione degli artt. 1173,1175,2043 e 2909 c.c.;

8. col terzo motivo di ricorso è censurata la sentenza d’appello, ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, per omesso esame circa un fatto storico che è stato oggetto di discussione tra le parti, decisivo ai fini di una diversa soluzione della controversia;

9. si censura con i tre motivi la sentenza d’appello per violazione del principio di corrispondenza tra chiesto e pronunciato, per avere erroneamente interpretato la domanda proposta dai ricorrenti e volta non a reiterare la richiesta di prestazioni già azionata nei confronti dell’INPS bensì ad ottenere l’accertamento incidentale del rapporto di lavoro con l’azienda agricola ca. per gli anni dal 1999 al 2001 e la condanna della titolare dell’azienda e del figlio al risarcimento dei danni per aver provocato, in malafede e con false denunce penali, la cancellazione degli attuali ricorrenti dagli elenchi dei braccianti agricoli; i titolari dell’azienda avevano denunciato come false le assunzioni poste in essere dal gestore dell’azienda, M.F.;

10. si deduce la nullità della sentenza d’appello per motivazione laconica e meramente adesiva alla pronuncia di primo grado;

11. si rileva come la Corte territoriale, violando l’art. 115 c.p.c., avesse posto a base della decisione un elemento di fatto mai indicato dai ricorrenti, cioè l’avvenuta cancellazione dall’elenco dei braccianti agricoli “dopo l’accertamento ispettivo sull’azienda agricola ca.fi.” da parte dell’INPS, laddove la cancellazione doveva considerarsi diretta conseguenza delle denunce penali e non un’iniziativa, previa attività ispettiva, dell’INPS;

12. si deduce l’omesso esame dei documenti prodotti (comunicazioni annuali trasmesse dall’azienda all’INPS ai sensi del D.Lgs. n. 35 del 1993, e denunce penali) in violazione degli artt. 115,116 e 416 c.p.c., ed inoltre la mancata applicazione del principio di non contestazione per non avere i giudici di appello ritenuto provato il rapporto di lavoro allegato dai ricorrenti in conseguenza della contumacia dei convenuti;

13. è infine criticata la statuizione d’appello laddove ha ritenuto precluso un accertamento nel merito per effetto delle pronunce adottate nei procedimenti contro l’INPS, rilevando la mancata formazione di un giudicato in relazione alle decisioni di carattere meramente processuale;

14. i motivi di ricorso, che si esaminano congiuntamente per ragioni di connessione logica, sono inammissibili;

15. i ricorrenti hanno dedotto la violazione dell’art. 112 c.p.c., rilevando come la Corte di merito non avesse colto la diversità, per petitum e causa petendi, delle domande proposte nei confronti dell’Inps e nei confronti dell’azienda agricola; hanno sottolineato come la domanda proposta nei confronti dell’INPS nel procedimento separato avesse ad oggetto le prestazioni previdenziali collegate all’iscrizione nei registri dei braccianti agricoli quale conseguenza dello svolgimento del rapporto di lavoro; la domanda azionata verso la titolare dell’azienda agricola e il figlio aveva ad oggetto il risarcimento del danno (consistito nella cancellazione dai predetti elenchi) che si assume causato dalla condotta illecita dei medesimi per aver presentato false denunce penali disconoscendo lo svolgimento del rapporto di lavoro;

16. la denuncia del vizio di omessa pronuncia sulla domanda proposta nei confronti dell’azienda agricola si basa sul seguente presupposto logico, cioè che la cancellazione dagli elenchi dei braccianti agricoli fosse conseguenza unicamente delle false denunce penali presentate dai titolari dell’azienda e non fosse invece l’esito di un autonomo accertamento ispettivo dell’Inps;

17. questo presupposto risulta, tuttavia, non dimostrato ed anzi smentito dall’accertamento in fatto contenuto nella sentenza impugnata che a pag. 5 ha statuito come “la cancellazione dagli elenchi dei braccianti agricoli (fosse stata) disposta dall’Istituto dopo l’accertamento ispettivo sull’azienda agricola ca.fi.”;

18. nè tale accertamento contenuto nella pronuncia d’appello è adeguatamente censurato dagli attuali ricorrenti atteso che essi hanno denunciato la violazione dell’art. 115 c.p.c., per avere la Corte di merito posto a fondamento della decisione un elemento di fatto non allegato dai predetti, senza tuttavia trascrivere e allegare gli atti processuali a tal fine rilevanti; hanno inoltre dedotto l’omessa valutazione di documenti (pag. 18 del ricorso: se la Corte d’appello avesse “valutato in modo adeguato la documentazione allegata ai fascicoli delle parti – denunce penali e accertamenti attestanti il rapporto di lavoro -…avrebbe avuto contezza che la cancellazione dei ricorrenti dagli elenchi bracciantili è stata una diretta conseguenza delle denunce penali del datore di lavoro e non un’iniziativa – previa attività ispettiva dell’INPS”) in modo inammissibile alla luce del nuovo testo dell’art. 360 c.p.c., n. 5, come interpretato dalle Sezioni Unite di questa Corte con la sentenza n. 8053 del 2014;

19. in base al nuovo testo dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, è difatti denunciabile per cassazione solo il vizio di “omesso esame circa un fatto decisivo per il giudizio che è stato oggetto di discussione tra le parti”; al riguardo, le Sezioni Unite cit. e le successive pronunce conformi (cfr. Cass., 27325 del 2017; Cass., n. 9749 del 2016) hanno precisato che l’omesso esame deve riguardare un fatto, inteso nella sua accezione storico-fenomenica, principale (ossia costitutivo, impeditivo, estintivo o modificativo del diritto azionato) o secondario (cioè dedotto in funzione probatoria), la cui esistenza risulti dal testo della sentenza o dagli atti processuali e che abbia carattere decisivo. Non solo quindi la censura non può investire argomenti o profili giuridici, ma il riferimento al fatto secondario non implica che possa denunciarsi, ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, anche l’omesso esame di determinati elementi probatori;

20. si è aggiunto che “Il mancato esame di un documento può essere denunciato per cassazione solo nel caso in cui determini l’omissione di motivazione su un punto decisivo della controversia e, segnatamente, quando il documento non esaminato offra la prova di circostanze di tale portata da invalidare, con un giudizio di certezza e non di mera probabilità, l’efficacia delle altre risultanze istruttorie che hanno determinato il convincimento del giudice di merito, di modo che la “ratio decidendi” venga a trovarsi priva di fondamento. Ne consegue che la denuncia in sede di legittimità deve contenere, a pena di inammissibilità, l’indicazione delle ragioni per le quali il documento trascurato avrebbe senza dubbio dato luogo a una decisione diversa” (cfr. Cass. n. 16812 del 2018; n. 19150 del 2016);

21. nè può soccorrere alla tesi dei ricorrenti la denuncia di violazione dell’art. 416 c.p.c., atteso che per giurisprudenza costante la non contestazione della domanda, che ha per oggetto i fatti costitutivi della stessa, scaturisce dalla non negazione fondata sulla volontà della parte oggettivamente risultante e deve essere pertanto inequivocabile, di talchè non può ravvisarsi nè in caso di contumacia del convenuto (come nella specie), nè in ipotesi di contestazione meramente generica e formale, (cfr. Cass. n. 14623 del 2009; n. 10098 del 2007);

22. i profili di inammissibilità rilevati quanto alle censure di violazione degli artt. 112,115 e 416 c.p.c., portano a ritenere assorbiti i vizi di violazione degli artt. 1173 e 2043 c.c.;

23. per le considerazioni svolte il ricorso va dichiarato inammissibile;

24. non si fa luogo alla regolazione delle spese atteso che controparte è rimasta intimata;

25. si dà atto della sussistenza dei presupposti processuali di cui al D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, art. 13, comma 1 quater, introdotto dalla L. 24 dicembre 2012, n. 228, art. 1, comma 17.

P.Q.M.

La Corte dichiara inammissibile il ricorso.

Ai sensi del D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, art. 13, comma 1-quater, nel testo introdotto dalla L. 24 dicembre 2012, n. 228, art. 1, comma 17, dà atto della sussistenza dei presupposti processuali per il versamento, da parte dei ricorrenti, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato, pari a quello previsto per il ricorso, a norma del cit. art. 13, comma 1-bis, se dovuto.

Così deciso in Roma, nell’adunanza camerale, il 8 settembre 2020.

Depositato in Cancelleria il 23 ottobre 2020

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