Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 2332 del 29/01/2019

Cassazione civile sez. III, 29/01/2019, (ud. 04/04/2018, dep. 29/01/2019), n.2332

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE TERZA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. OLIVIERI Stefano – Presidente –

Dott. SCARANO Luigi Alessandro – Consigliere –

Dott. FIECCONI Francesca – Consigliere –

Dott. GUIZZI Stefano Giaime – rel. Consigliere –

Dott. AMBROSI Irene – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 29245/2016 proposto da:

A.A., elettivamente domiciliato in ROMA, PIAZZA CAVOUR

17, presso lo studio dell’avvocato MAURIZIO CANFORA, che lo

rappresenta e difende giusta procura in calce al ricorso;

– ricorrente –

EDIL PORTO CERVO SRL;

– intimata –

nonchè da:

ITI ISTITUTO TURISTICO ITALIANO SRL, in persona del legale

rappresentante pro tempore, ing. C.A., elettivamente

domiciliata in ROMA, VIA BOCCA DI LEONE 78, presso lo studio

dell’avvocato ANTONIO ROMEI, che la rappresenta e difende unitamente

all’avvocato VALENTINA CORBEDDU giusta procura a margine del

controricorso e ricorso incidentale;

– ricorrente incidentale –

contro

A.A.;

– intimato –

avverso la sentenza n. 6203/2015 della CORTE D’APPELLO di ROMA,

depositata il 09/11/2015;

udita la relazione della causa svolta nella Camera di consiglio del

04/04/2018 dal Consigliere Dott. STEFANO GIAIME GUIZZI;

lette le conclusioni scritte del Pubblico Ministero, in persona del

Sostituto Procuratore generale Dott. CARDINO Alberto, che ha

concluso chiedendo il rigetto del ricorso principale e rigetto del

ricorso incidentale.

Fatto

FATTI DI CAUSA

1. A.A. ricorre, sulla base di un unico motivo, per la cassazione della sentenza n. 6203/15 del 9 novembre 2015, della Corte di Appello di Roma, che – nell’accogliere solo parzialmente il gravame da esso esperito contro la sentenza n. 27201/05 del Tribunale di Roma – ha condannato la società ITI Istituto Turistico Italiano S.r.l. (d’ora in poi, “ITI”) a risarcirgli, nella misura di Euro 19.356,46, il solo danno non patrimoniale conseguente ad un illegittimo protesto di assegno bancario.

2. Riferisce in punto di fatto l’odierno ricorrente di aver adito il Tribunale di Roma per conseguire il ristoro di tutti i danni patrimoniali e non – derivati dall’illegittimo protesto di assegno bancario che esso aveva consegnato alla società Edil Porto Cervo S.r.l. (oggi società ITI) a garanzia della corretta esecuzione di un mandato, conferitogli per la vendita di un immobile in (OMISSIS).

La domanda risarcitoria, integralmente respinta in primo grado (ritenendosi non illecito il comportamento della convenuta), veniva all’esito del gravame proposto da parte attrice – parzialmente soddisfatta in appello, riconoscendosi il ristoro del solo danno non patrimoniale. Quanto, infatti, al danno patrimoniale, quantunque la sentenza impugnata abbia riconosciuto che, a seguito della revoca dell’autorizzazione ad emettere assegni (conseguenza dell’illegittimo protesto), fosse risultato che l’attore aveva dovuto dimettersi dalla carica di amministratore unico che rivestiva in due società, nonchè a rilasciare l’immobile di proprietà di una di esse, concessogli a titolo di comodato gratuito quale “benefit” connesso all’incarico ricoperto, ha negato il ristoro del pregiudizio patrimoniale lamentato.

A tale conclusione il giudice di appello perveniva sul rilievo che, sebbene l’attore avesse “allegato alcuni documenti che dimostrano che egli effettivamente ha subito un pregiudizio patrimoniale, detti elementi probatori non possono ritenersi idonei a dimostrare l’entità del danno subito”, non consentendo di “operare una liquidazione del danno in via equitativa”, non potendo essa “sopperire alla mancanza di parametri certi o quantomeno indicativi della situazione patrimoniale del danneggiato prima e dopo il danno”.

3. Avverso la sentenza della Corte capitolina ha proposto ricorso per cassazione l’ A., sulla base di un unico motivo.

3.1. Esso ipotizza – ai sensi, congiuntamente, dell’art. 360 c.p.c., comma 1, nn. 3) e 5) – violazione e falsa applicazione degli artt. 1226 e 2056 c.c., oltre che omesso esame di un fatto decisivo per il giudizio che ha formato oggetto di discussione tra le parti.

Si assume l’erroneità (e contraddittorietà) della decisione, laddove afferma esservi elementi documentali idonei a dimostrare il pregiudizio patrimoniale subito dall’attore, negando che possa farsi però luogo alla liquidazione equitativa, in assenza di prova sulla sua entità.

4. Ha resistito la società ITI con controricorso, per chiedere che l’avversaria impugnazione venga dichiarata inammissibile o comunque rigettata, proponendo, altresì, ricorso incidentale, sulla base di due motivi.

4.1. Il primo motivo ipotizza – ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3) – violazione degli artt. 301,302,309 c.p.c..

Si assume che il processo si sarebbe estinto, per non essere stato riassunto o proseguito nel termine di sei mesi decorrente dalla irrogazione della sanzione della sospensione dall’albo, comminato dal Consiglio dell’Ordine degli Avvocati di Roma al legale dell’appellante (ed odierno ricorrente) nelle more del giudizio di appello.

4.2. Il secondo motivo deduce – ai sensi, congiuntamente, dell’art. 360 c.p.c., comma 1, nn. 3) e 5) – violazione dell’art. 115 c.p.c., nonchè omesso esame di un fatto decisivo per il giudizio che ha formato oggetto di discussione tra le parti.

Si censura la sentenza impugnata laddove ha riconosciuto l’esistenza del danno non patrimoniale sulla base di circostanze (le dimissioni dell’attore dalla carica di amministratore di due società, e il rilascio dell’immobile di proprietà di una di esse) non provate dall’odierno ricorrente, ed anzi oggetto di specifica contestazione da parte di essa controricorrente.

In sostanza, il giudice di appello avrebbe omesso di esaminare anche in violazione dell’art. 115 c.p.c. – tali specifica “documentata contestazione”.

5. E’ intervenuto in giudizio il Procuratore Generale della Repubblica presso questa Corte, in persona di un suo sostituto, per chiedere che entrambi i ricorsi siano rigettati.

Quanto al primo motivo di ricorso incidentale (ritenuto pregiudiziale), si osserva che la sospensione del difensore dell’odierno ricorrente ebbe ad operare dal 25 marzo al 25 maggio 2011, ovvero lungo un arco di tempo in cui non fu svolta alcuna attività procedimentale, donde l’assenza di qualsivoglia pregiudizio nei confronti della parte non assistita dal predetto legale.

In relazione al secondo motivo, si assume che neppure sarebbe chiaro quale sia il fatto che il giudice avrebbe omesso di valutare.

Non fondato sarebbe, infine, il motivo di ricorso principale, giacchè si risolverebbe in un tentativo di rivisitazione del materiale istruttorio.

6. Il ricorrente ha presentato memoria, ribadendo le proprie argomentazioni.

Diritto

RAGIONI DELLA DECISIONE

7. Il ricorso principale non è fondato.

7.1. La motivazione della Corte di Appello di Roma si sottrae alla censura formulata, avendo essa – nella sostanza – evidenziato l’assenza di elementi, da fornirsi anche ad iniziativa dell’interessato (quali, ad esempio, gli emolumenti riscossi come amministratore delegato delle due società), utili a consentire la liquidazione equitativa del danno patrimoniale da esso lamentato.

Difatti, va al riguardo rammentato che “l’esercizio del potere discrezionale di liquidare il danno in via equitativa, conferito al giudice dagli artt. 1226 e 2056 c.c., presuppone che sia dimostrata l’esistenza di danni risarcibili e che risulti obiettivamente impossibile, o particolarmente difficile, provare il danno nel suo preciso ammontare, ciò che non esime, però, la parte interessata – per consentire al giudice il concreto esercizio di tale potere, la cui sola funzione è di colmare le lacune insuperabili ai fini della precisa determinazione del danno stesso – dall’onere di dimostrare non solo l'”an debeatur” del diritto al risarcimento”, bensì anche “ogni elemento di fatto utile alla quantificazione del danno e di cui, nonostante la riconosciuta difficoltà, possa ragionevolmente disporre” (così, da ultimo, Cass. Sez. 3, sent. 17 ottobre 2016, n. 20889, Rv. 642928-01; in senso analogo anche Cass. Sez. 3, sent. 8 gennaio 2016, n. 127, Rv. 638248-01).

Si tratta, invero, di conclusione coerente con la natura “integrativa” che la valutazione equitativa del giudice presenta nelle fattispecie previste dagli artt. 1226 e 2056 c.c.; difatti, l’assenza di elementi attendibili sui quali il giudice possa basare la propria valutazione quantitativa non consentirebbe allo stesso di assolvere il dovere di rendere una motivazione che “dia adeguatamente conto dell’uso di tale facoltà, indicando il processo logico e valutativo seguito” (da ultimo, Cass. Sez. 3, sent. 13 ottobre 2017, n. 24070, Rv. 645831-01; in senso analogo Cass. Sez. 1, sent. 15 marzo 2016, n. 5090, Rv. 639029-01), ciò che presuppone “che il giudice indichi, almeno sommariamente e nell’ambito dell’ampio potere discrezionale che gli è proprio, i criteri seguiti per determinare l’entità del danno e gli elementi su cui ha basato la sua decisione in ordine al “quantum”” (Cass. Sez. 3, sent. 31 gennaio 2018, n. 2327, Rv. 647590-01).

In questa prospettiva, dunque, non pare inutile rammentare che la liquidazione equitativa – come di recente precisato da questa Corte – consiste pur sempre “in un giudizio di prudente contemperamento dei vari fattori di probabile incidenza sul danno nel caso concreto, sicchè, pur nell’esercizio di un potere di carattere discrezionale, il giudice è chiamato a dare conto, in motivazione, del peso specifico attribuito ad ognuno di essi, in modo da rendere evidente il percorso logico seguito nella propria determinazione e consentire il sindacato del rispetto dei principi del danno effettivo e dell’integralità del risarcimento”, pena, altrimenti, il “vizio di nullità per difetto di motivazione (indebitamente ridotta al disotto del “minimo costituzionale” richiesto dall’art. 111 Cost., comma 6)”, nonchè quello “di violazione dell’art. 1226 c.c.” (Cass. Sez. 3, sent. 13 settembre 2018, n. 22272, Rv. 650596-01).

8. Neppure il ricorso incidentale può essere accolto.

8.1. Il primo motivo non è fondato.

8.1.1. Va, al riguardo, osservato che il “principio secondo il quale la sospensione dall’esercizio della professione dell’unico difensore, a mezzo del quale la parte è costituita in giudizio, determina l’automatica interruzione del processo, anche se il giudice e le altre parti non ne abbiano avuto conoscenza, con conseguente nullità degli atti successivi, presuppone il concreto pregiudizio arrecato al diritto di difesa” (cfr. Cass. Sez. 6-3, sent. 10 luglio 2015, n. 14520, Rv. 635984-01).

Nella specie, non solo l’esistenza di un siffatto pregiudizio non risulta neppure essere stata allegata dalla ricorrente incidentale, ma ben difficilmente sarebbe stata ipotizzabile, come ha osservato il sostituto Procuratore Generale presso questa Corte. E ciò in quanto la sospensione comminata al difensore dell’ A. ha ricompreso un arco di tempo lungo il quale il processo è stato rinviato da un’udienza ad un’altra.

Peraltro, è appena il caso di notare che il principio sopra rammentato, che postula – ai fini della nullità – l’esistenza di un concreto pregiudizio conseguente alla sospensione del difensore che non sia stata dichiarata, appare coerente con le caratteristiche proprie di tale evento, avendo questa Corte sottolineato come “la temporaneità che connota la sospensione dall’Albo professionale e la differenzia dagli altri (…) eventi interruttivi, diversifica i riflessi che essa produce sul processo interrotto per effetto del suo avveramento”, a cominciare dal fatto che “una volta terminato il periodo di sospensione, non è necessaria una nuova procura alla lite, nè una nuova costituzione in giudizio, essendo sufficiente, invece, che il procuratore, già regolarmente costituito prima della sua sospensione, riprenda a svolgere le proprie funzioni in base alla precedente procura ed alla già esperita costituzione, entrambe divenute nuovamente valide ed efficaci in seguito alla cessazione della sospensione” (così, in motivazione, Cass. Sez. 1, sent. 10 dicembre 2010, n. 24997, Rv. 615810-01)

8.2. Il secondo motivo è, invece, inammissibile.

8.2.1. Esso, per vero, si risolve in una censura che investe l’apprezzamento del materiale istruttorio compiuto dal giudice di appello.

Trova, pertanto, applicazione il principio secondo cui l’eventuale “cattivo esercizio del potere di apprezzamento delle prove non legali da parte del giudice di merito non dà luogo ad alcun vizio denunciabile con il ricorso per cassazione, non essendo inquadrabile nel paradigma dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5), (che attribuisce rilievo all’omesso esame di un fatto storico, principale o secondario, la cui esistenza risulti dal testo della sentenza o dagli atti processuali, abbia costituito oggetto di discussione tra le parti e presentì carattere decisivo per il giudizio), nè in quello del precedente n. 4), disposizione che – per il tramite dell’art. 132 c.p.c., n. 4) – dà rilievo unicamente all’anomalia motivazionale che si tramuta in violazione di legge costituzionalmente rilevante” (Cass. Sez. 3, sent. 10 giugno 2016, n. 11892, Rv. 640194-01; in senso conforme, tra le altre, ìn motivazione, Cass. Sez. 3, sent. 12 ottobre 2017, n. 23940; Cass. Sez. 3, sent. 12 aprile 2017, n. 9356, Rv. 644001-01).

9. Data la reciproca soccombenza delle parti, le spese del presente giudizio vanno integralmente compensate tra di esse.

10. A carico del ricorrente principale e di quello incidentale sussiste l’obbligo di versare un ulteriore importo a titolo di contributo unificato, ai sensi del D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, art. 13, comma 1-quater.

PQM

La Corte rigetta il ricorso principale e quello incidentale, compensando integralmente tra le parti le spese di lite.

Ai sensi del D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, art. 13, comma 1-quater, nel testo introdotto dalla L. 24 dicembre 2012, n. 228, art. 1, comma 17, la Corte dà atto della sussistenza dei presupposti per il versamento, da parte del ricorrente principale e di quello incidentale, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato, pari a quello dovuto per il ricorso, a norma dello stesso art. 13, comma 1-bis.

Così deciso in Roma, all’esito di adunanza camerale della Sezione Terza Civile della Corte di Cassazione, il 4 aprile 2018.

Depositato in Cancelleria il 29 gennaio 2019

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