Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 2328 del 03/02/2020

Cassazione civile sez. VI, 03/02/2020, (ud. 26/11/2019, dep. 03/02/2020), n.2328

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SESTA CIVILE

SOTTOSEZIONE 1

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. SAMBITO Maria Giovanna C. – Presidente –

Dott. DI MARZIO Mauro – rel. Consigliere –

Dott. LAMORGESE Antonio Pietro – Consigliere –

Dott. NAZZICONE Loredana – Consigliere –

Dott. VELLA Paola – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 13794-2018 proposto da:

I.N., elettivamente domiciliato in ROMA, PIAZZA CAVOUR

presso la CANCELLERIA della CORTE di CASSAZIONE, rappresentato e

difeso dall’avvocato FRANCESCO BONATESTA;

– ricorrente –

contro

MINISTERO DELL’INTERNO, (OMISSIS), in persona del Ministro pro

tempore, elettivamente domiciliato in ROMA, VIA DEI PORTOGHESI 12,

presso l’AVVOCATURA GENERALE DELLO STATO, che lo rappresenta e

difende ope legis;

– controricorrente –

avverso la sentenza n. 2697/2017 della CORTE D’APPELLO di BOLOGNA,

depositata il 14/11/2018;

udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio non

partecipata del 26/11/2019 dal Consigliere Relatore Dott. MAURO DI

MARZIO.

Fatto

RILEVATO

CHE:

1. – I.N., cittadino del Benin, ricorre per tre mezzi, nei confronti del Ministero dell’Interno, contro la sentenza del 14 novembre 2017 con cui la Corte d’appello di Bologna ha respinto l’appello da lui proposto avverso ordinanza del locale Tribunale che, in conformità con la competente Commissione territoriale, aveva rigettato la sua domanda di protezione internazionale o umanitaria.

2. – Il Ministero dell’interno resiste con controricorso.

Diritto

CONSIDERATO

CHE:

3. – Il primo motivo denuncia violazione D.Lgs. n. 51 del 2007, art. 3, comma 5, in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, nn. 3 e 5, censurando la sentenza impugnata per essersi discostato dei criteri legali di valutazione della credibilità del richiedente.

Il secondo motivo denuncia violazione del D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 2, comma 2, e art. 14, lett. b), in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, censurando nuovamente la sentenza impugnata per aver basato il proprio ragionamento sulle dichiarazioni raccolte nel modello C/3, che esso richiedente non aveva neppure sottoscritto, essendo viceversa il giudice di merito tenuto ad attivarsi per raccogliere informazioni precise sulla condizione carceraria in Benin.

Il terzo motivo denuncia violazione del D.Lgs. n. 286 del 1998, art. 5, comma 6, in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, censurando la sentenza impugnata in ragione del diniego anche della domanda di protezione umanitaria.

Ritenuto che:

4. – Il Collegio ha disposto la redazione del provvedimento in forma semplificata.

5. – Il ricorso è inammissibile.

5.1. – Stabilisce l’art. 366 c.p.c., comma 2, n. 6, che il ricorso per cassazione deve contenere a pena di inammissibilità la specifica indicazione degli atti processuali e dei documenti sui quali il ricorso si fonda.

Questa Corte ha in più occasioni avuto modo di chiarire che detta disposizione, oltre a richiedere l’indicazione degli atti e dei documenti, nonchè dei contratti o accordi collettivi, posti a fondamento del ricorso, esige che sia specificato in quale sede processuale tali atti o documenti risultino prodotti, prescrizione, questa, che va correlata all’ulteriore requisito di procedibilità di cui all’art. 369 c.p.c., comma 2, n. 4. Il precetto di cui al combinato disposto delle richiamate norme deve allora ritenersi soddisfatto:

a) qualora l’atto o il documento sia stato prodotto nelle fasi di merito dallo stesso ricorrente e si trovi nel fascicolo di esse, mediante la produzione del fascicolo, purchè nel ricorso si specifichi che il fascicolo è stato prodotto e la sede in cui il documento è rinvenibile;

b) qualora il documento sia stato prodotto, nelle fasi di merito, dalla controparte, mediante l’indicazione che il documento è prodotto nel fascicolo del giudizio di merito di controparte, pur se cautelativamente si rivela opportuna la produzione del documento, ai sensi dell’art. 369 c.p.c., comma 2, n. 4, per il caso in cui la controparte non partecipi al giudizio di legittimità o non depositi il fascicolo o lo depositi senza quell’atto o documento (Cass., Sez. Un., 25 marzo 2010, n. 7161; Cass. 20 novembre 2017, n. 27475; Cass. 11 gennaio, n. 195, chiarisce altresì che, ove si tratti di atti e documenti contenuti nel fascicolo d’ufficio, il requisito di cui all’art. 369 c.p.c., comma 2, n. 4, è soddisfatto mediante il deposito della richiesta di trasmissione presentata alla cancelleria del giudice che ha pronunciato la sentenza impugnata, ferma, beninteso, l’esigenza di specifica indicazione degli atti e documenti e dei dati necessari al reperimento degli stessi).

Nel caso in esame il ricorso si fonda sul modello C/3 nonchè su una non meglio identificata “memoria depositata” (così a pagina 3 del ricorso) non si sa quando, e, tuttavia, nessuno dei due documenti è localizzato.

5.2. – E’ in ogni caso inammissibile il primo motivo.

Sostiene il ricorrente che la Corte territoriale si sarebbe discostata dai criteri legali di valutazione della credibilità del richiedente la protezione internazionale.

Ma non è così.

Ed invero, sotto la rubrica: “Esame dei fatti e delle circostanze”, il D.Lgs. 19 novembre 2007, n. 251, art. 3, “Attuazione della Dir. 2004/ 83/ CE recante norme minime sull’attribuzione, a cittadini di Paesi terzi o apolidi, della qualifica del n’Agiato o di persona altrimenti bisognosa di protezione internazionale, nonchè norme minime sul contenuto della protezione riconosciuta”, disciplina per un verso gli oneri di allegazione e prova gravanti su colui il quale richiede la protezione internazionale, per altro verso gli obblighi cui il giudice è sottoposto nello scrutinare la richiesta.

Sotto il primo aspetto, una volta allegati, i fatti posti a sostegno della domanda di protezione internazionale vanno provati dal richiedente, sia pure entro speciali limiti, e con peculiari agevolazioni. Stabilisce difatti il menzionato art. 3, comma 5, che, qualora taluni elementi posti a sostegno della domanda di protezione internazionale non siano suffragati da prove, prove che dunque la norma ribadisce di porre di regola a carico dell’interessato, essi sono considerati veritieri ove possa ritenersi che il richiedente, oltre ad essersi attivato tempestivamente alla proposizione della domanda:

-) abbia compiuto ogni ragionevole sforzo per circostanziarla e, così, abbia offerto tutti gli elementi pertinenti in suo possesso ed abbia fornito una idonea motivazione dell’eventuale mancanza di altri elementi significativi;

-) abbia fornito dichiarazioni coerenti e plausibili e non in contraddizione con le informazioni generali e specifiche pertinenti al suo caso, di cui si dispone, e risulti altresì, in generale credibile.

In perfetta sintonia con il quadro normativo, la Corte territoriale ha nella specie ritenuto che il richiedente non fosse credibile per aver offerto “un racconto con tali e tante lacune, rimaste impiegate persino dopo che la Commissione prima il Tribunale avevano rilevato come non sia stato spiegato il rapporto con lo zio nè sotto il profilo dell’affidamento del denaro da parte della madre di Alì nè sotto quello del rifiuto della restituzione; come non sia stato circostanziato l’arresto ne sotto il profilo della pretestuosa accusa ne sotto quello delle condizioni della detenzione e come sia fumosa la descrizione degli effetti della magia. L’andirivieni della data di nascita è la più vistosa delle bugie senza che la concussione invocata la possa giustificare, visto che si tratta di informazioni basilari, l’obnubilamento delle quali sarebbe credibile solo con una condizione psicologica patologica qui non dimostrata e neppure dedotta; inoltre si nota come la bugia sulla data non sia stata detta solo al momento dell’identificazione nel marzo 2016, ma anche nel modello C/3 vari giorni dopo e come quando davanti alla Commissione il dato è stato rettificato, la rettifica non sia stata accompagnata dalla benchè minima spiegazione. Nel mascheramento dell’identità, cui è funzionale la data di nascita diversamente dichiarata in varie occasioni, si nota come quella attribuitasi inizialmente rendesse lo straniero assai più giovane e assai più vulnerabile di quanto non sia e di fronte alle vicende asseritamente subite in patria e di fronte all’attuale condizione di immigrato. Altrettanto vistosa è l’incoerenza su quella che, nella logica del racconto alla Commissione, è la manifestazione più pericolosa dell’asserita persecuzione dello zio: l’arresto pretestuoso”.

Orbene, è di tutta evidenza che il ricorrente, sotto il velo della denuncia di violazione di legge, ha in realtà inteso rimettere in discussione la valutazione di merito insindacabilmente svolta dalla Corte territoriale in conformità alla previsione normativa di cui si è detto.

Del tutto fuor d’opera, d’altro canto, è il richiamo al numero 5 dell’art. 360 c.p.c., il quale si riferisce oggi all’omesso esame di un fatto storico decisivo e controverso, specifico fatto storico, decisivo e non esaminato, del quale, nel caso di specie, non vi è nel ricorso menzione alcuna.

5.3. – L inammissibile il secondo motivo.

Si sostiene che il giudice di merito avrebbe dovuto approfondire le indagini sulla condizione carceraria in Benin: ma tale pretesa non ha senso, una volta che il giudice di merito ha insindacabilmente ritenuto non credibile la vicenda narrata dal richiedente, il che involge anche l’assunto secondo cui egli sarebbe stato incarcerato sulla base di una falsa denuncia.

5.4. – E’ inammissibile il terzo motivo.

Esso non spiega neppure approssimativamente, infatti, in che cosa consisterebbe la personale situazione di vulnerabilità del richiedente. Si afferma che “la conditone di vulnerabilità del ricorrente è stata ben definita (sia nel ricorso introduttivo che nell’atto di appello) ed è stata esattamente esplicitata”: ma, a parte il fatto che neppure tali documenti risultano localizzati, non è dato comprendere, dalla lettura del ricorso, come si diceva, perchè il soggetto sarebbe persona vulnerabile.

6. Le spese seguono la soccombenza. Sussistono i presupposti processuali per il raddoppio del contributo unificato, se dovuto.

P.Q.M.

dichiara inammissibile il ricorso e condanna il ricorrente al rimborso, in favore del controricorrente, delle spese sostenute per questo giudizio di legittimità, liquidate in complessivi Euro 2.100,00, oltre alle spese prenotate a debito. Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1-quater, dichiara che sussistono i presupposti per il versamento, a carico della parte ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso a norma dello stesso art. 13, comma 1 bis, ove dovuto.

Depositato in Cancelleria il 3 febbraio 2020

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