Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 23270 del 09/11/2011

Cassazione civile sez. III, 09/11/2011, (ud. 22/09/2011, dep. 09/11/2011), n.23270

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE TERZA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. MORELLI Mario Rosario – Presidente –

Dott. PETTI Giovanni Battista – Consigliere –

Dott. TRAVAGLINO Giacomo – Consigliere –

Dott. D’AMICO Paolo – Consigliere –

Dott. BARRECA Giuseppina Luciana – rel. Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

sentenza

sul ricorso proposto da:

MINISTERO ISTRUZIONE, MINISTERO UNIVERSITA’, MINISTERO RICERCA

&

SALUTE in persona dei Ministri pro tempore, PRESIDENZA CONSIGLIO

MINISTRI in persona del Presidente pro tempore, elettivamente

domiciliati in ROMA, VIA DEI PORTOGHESI 12, presso AVVOCATURA

GENERALE DELLO STATO, che li rappresenta e difende;

– ricorrenti –

contro

F.G., A.E., I.G.

(OMISSIS), C.E., S.V.,

CO.MI., O.L., elettivamente domiciliati in

ROMA, VIA SISTINA, 121, presso lo studio dell’avvocato FERRANTE

MARIA, che li rappresenta e difende unitamente all’avvocato FERRANTE

MARIANO giusto mandato in atti;

– controricorrenti –

avverso la sentenza n. 562/2008 della CORTE D’APPELLO di ROMA,

depositata il 11/02/2008 R.G.N. 7877/2004;

udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del

22/09/2011 dal Consigliere Dott. GIUSEPPINA LUCIANA BARRECA;

udito l’Avvocato ETTORE FIGLIDIA;

udito il P.M. in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott.

FUCCI Costantino che ha concluso con il rigetto del ricorso.

Fatto

SVOLGIMENTO DEL PROCESSO

1.- I dottori I.G., C.E., S. V., F.G., Co.Mi., A.E., O.L., adducendo di essere medici specialisti in diverse specializzazioni e di avere frequentato presso l’Università degli Studi (OMISSIS) i relativi corsi di specializzazione, in periodi precedenti l’anno accademico 1991/1992, convenivano in giudizio, davanti al Tribunale di Roma, la Presidenza del Consiglio dei Ministri, il Ministero della Salute, il Ministero dell’Istruzione e dell’Università e chiedevano accertarsi il loro diritto ad un’adeguata remunerazione e condannarsi in solido i convenuti al relativo pagamento.

2.- Con sentenza n. 14374 del 2004 il Tribunale di Roma accoglieva la domanda di tutti gli attori, condannando i convenuti in solido al pagamento delle retribuzioni dovute.

3.- La sentenza veniva appellata davanti alla Corte d’Appello di Roma dalla Presidenza del Consiglio dei Ministri e dai Ministeri, nonchè, con appello incidentale, dai procuratori degli appellati (avverso il capo della sentenza di primo grado che aveva rigettato la domanda di distrazione delle spese).

La Corte d’Appello, con sentenza dell’11 febbraio 2008, ha rigettato l’appello principale quanto al dedotto difetto di giurisdizione, ha dichiarato inammissibile l’appello quanto al merito e quanto all’eccezione di prescrizione avanzata col terzo motivo; ha altresì rigettato l’appello incidentale; ha condannato le amministrazioni appellanti principali al pagamento delle spese del grado.

4.- Contro questa sentenza propongono ricorso per cassazione, affidato a due motivi, la Presidenza del Consiglio dei Ministri ed i Ministeri dell’Istruzione, dell’Università, della Ricerca e della Salute.

Gli intimati resistono con controricorso.

Diritto

MOTIVI DELLA DECISIONE

1.- Con il primo motivo si denuncia violazione e falsa applicazione art. 342 c.p.c. – violazione D.Lgs. n. 257 del 1991; omessa insufficiente contraddittoria motivazione riguardo ad un fatto controverso e decisivo per il giudizio; art. 360 c.p.c., nn. 3 e 5.

Vi si deduce che la Corte territoriale avrebbe erroneamente ritenuto privo di specificità il motivo di appello sul punto in cui sarebbe stato affermato “non essere il D.Lgs. n. 257 del 1991 non self executing”, poichè le amministrazioni appellanti -secondo la Corte d’Appello – non avrebbero esplicitato l’iter logico-giuridico attraverso cui sarebbero pervenute a tale convincimento e non avrebbero indicato le specifiche censure mosse alle argomentazioni sviluppate dal primo giudice.

1.1. Il motivo è inammissibile.

Il ricorso per cassazione in esame è soggetto, quanto alla formulazione dei motivi, al regime dell’art. 366 bis cod. proc. civ. (inserito dal D.Lgs. 2 febbraio 2006, n. 40, art. 6 ed abrogato dalla L. 8 giugno 2008, n. 69, art. 47, comma 1, lett. d), applicabile in considerazione della data di pubblicazione della sentenza impugnata (11 febbraio 2008).

Il quesito di diritto riportato in due punti alle pagg. 7-8 del ricorso non è conforme al disposto del citato art. 366 bis cod. proc. civ., come interpretato da univoca giurisprudenza di questa Corte, che qui si intende ribadire. Con quanto dedotto al punto sub 1) si richiede alla Corte di esprimere un principio di diritto (circa l’adempimento da parte dell’appellante dell’onere di specificità dei motivi ex art. 342 cod. proc. civ.) del tutto privo di riferimenti al caso di specie, dal momento che per comprendere quale sia la vicenda oggetto di doglianza è necessario leggere l’illustrazione del motivo; invece, è stato ripetutamente affermato da questa Corte che il quesito di diritto è conforme alla ratio del citato art. 366 bis cod. proc. civ. soltanto se sia conferente rispetto alla fattispecie dedotta in giudizio, essendo inammissibile quando ne prescinda del tutto, limitandosi all’enunciazione astratta della questione che si reputa rilevante (cfr., da ultimo, Cass. n. 80/11, nonchè Cass. S.U. n. 7433/09).

Nè si può ritenere che ricorra l’ipotesi del quesito di diritto che, pur formulato per più punti, consista tuttavia in proposizioni, intimamente connesse, che, per la loro funzione unitaria, sotto il profilo logico e giuridico, risultino idonee a far comprendere senza equivoci la violazione denunciata ed a richiedere alla Corte di affermare un principio di diritto contrario a quello posto a base della decisione impugnata (cfr. Cass. n. 26737/08).

Infatti, con quanto dedotto sub 2) non si completa affatto la deduzione di cui al punto sub 1) in modo da far comprendere quale fosse, nel caso di specie, il motivo di appello che la Corte di merito ha ritenuto viziato, ma si enuncia la questione di diritto ad esso sottesa (non essere il D.Lgs. n. 257 del 1991, in quanto atto di recepimento delle pertinenti direttive comunitarie da parte dello Stato italiano, suscettibile di ulteriore valutazione in termini di “self executing” o di recepimento, a differenza delle direttive stesse che di tale carattere sono prive). In particolare, i due punti del quesito sono formulati in modo da tendere all’affermazione di due distinti principi di diritto, avulsi dalla fattispecie concreta (e tra loro autonomi); inoltre, la lettura combinata dei due punti dell’unico quesito non consente a questa Corte nè l’individuazione dell’errore di diritto denunciato dai ricorrenti con riferimento alla violazione dell’art. 342 cod. proc. civ., nè l’enunciazione, sempre con riguardo a tale violazione, di una regula iuris applicabile anche in casi ulteriori rispetto a quello da decidere con la presente sentenza (cfr. Cass. S.U. n. 26020 del 30 ottobre 2008).

1.2. Quanto al vizio di motivazione, denunciato col riferimento alla norma dell’art. 360 c.p.c., n. 5 nell’intitolazione del motivo, non si rinviene il momento di sintesi che questa Corte ha ripetutamente ritenuto indispensabile per una corretta formulazione del quesito ai sensi dell’art. 366 bis cod. proc. civ., nel testo come sopra vigente (cfr., tra le altre, Cass. n. 4556/09).

2. Col secondo motivo di ricorso si denuncia violazione e falsa applicazione L. n. 295 del 1939; art. 345 c.p.c.; art. 2934, 2936, 2937, 2938 cod. civ.; art. 360 c.p.c., n. 3.

Vi si deduce che erroneamente la Corte territoriale non avrebbe dichiarato la prescrizione del diritto eccepita dalle Amministrazioni convenute soltanto con l’atto di appello, essendo in primo grado restate contumaci. Secondo le Amministrazioni ricorrenti, il giudice di merito non avrebbe tenuto conto che la regola della non rinunciabilità della prescrizione, anche se non vale a qualificare quella sulla prescrizione come eccezione rilevabile d’ufficio, comporterebbe tuttavia una limitazione al divieto dello “ius novorum” in appello, dal momento che l’Amministrazione, quando deduce per la prima volta in appello l’eccezione di prescrizione, esercita il suo potere-dovere di corretta gestione delle risorse finanziarie pubbliche, rimediando alle carenze o all’inerzia nello svolgimento delle difese di primo grado.

2.1.- Il motivo è infondato.

Incontestato essendo che l’eccezione di prescrizione non sia rilevabile d’ufficio, la deroga al disposto dell’art. 345 c.p.c., comma 2, invocata dai ricorrenti non trova alcun riscontro normativo, in quanto la norma deve intendersi riferita ad ogni eccezione non rilevabile d’ufficio, senza che possa distinguersi tra “eccezioni in senso stretto” per le quali opererebbe il divieto di ius novorum in appello ed altre eccezioni non rilevabili d’ufficio che potrebbero essere avanzate per la prima volta in appello. Men che meno una distinzione siffatta potrebbe essere fondata – come sembrano sostenere gli appellanti – sulla natura, pubblica o privata, del soggetto appellante, che solleva l’eccezione.

Non pertinente è il riferimento al R.D.L. 19 gennaio 1939, n. 295 (ed alla relativa giurisprudenza amministrativa), poichè trattasi di normativa del tutto estranea alla fattispecie oggetto di giudizio.

Correttamente, pertanto, il giudice di merito ha deciso nel senso dell’inammissibilità dell’eccezione di prescrizione sollevata per la prima volta in appello dalle Amministrazioni statali rimaste contumaci in primo grado.

3.- Avuto riguardo alle ragioni in rito poste a fondamento della ritenuta inammissibilità del primo motivo di ricorso, si ritiene di giustizia la compensazione delle spese del giudizio di cassazione.

P.Q.M.

La Corte rigetta il ricorso. Compensa le spese del giudizio di cassazione.

Così deciso in Roma, il 22 settembre 2011.

Depositato in Cancelleria il 9 novembre 2011

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