Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 23256 del 23/10/2020

Cassazione civile sez. trib., 23/10/2020, (ud. 04/12/2019, dep. 23/10/2020), n.23256

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE TRIBUTARIA

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. CHINDEMI Domenico – Presidente –

Dott. CAPRIOLI Maura – Consigliere –

Dott. LO SARDO Giuseppe – Consigliere –

Dott. MONDINI Antonio – Consigliere –

Dott. MARTORELLI Raffaele – rel. Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 25776-2015 proposto da:

GASBARRI SRL, elettivamente domiciliata in ROMA VIA MONTESANTO N.

10A, presso lo studio dell’avvocato ORSINI ALESSANDRO, che la

rappresenta e difende;

– ricorrente –

contro

COMUNE ALBANO LAZIALE, SAN GIORGIO SPA, EQUITALIA SUD;

– intimati –

avverso la sentenza n. 193/2013 della COMM. TRIB. REG. di ROMA,

depositata il 24/07/2015;

udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio del

04/12/2019 dal Consigliere Dott. MARTORELLI RAFFAELE.

 

Fatto

RITENUTO

Che:

-la Polizia Municipale di Albano Laziale contestava, in data 14.11.2006, alla impresa Gasbarri srl., che stava eseguendo lavori edili commissionati dal condominio di (OMISSIS), l’occupazione del suolo pubblico per la presenza di un ponteggio necessario per l’effettuazione di tali lavori. Per detti lavori, secondo l’impresa appaltatrice, in base agli accordi contrattuali, il su indicato condominio si era impegnato a richiedere l’autorizzazione comunale e a pagare l’imposta dovuta. I ponteggi venivano rimossi.

A seguito di emissione di avviso di accertamento da parte del Comune di Albano Laziale, la società Gasbarri proponeva impugnazione, deducendo la mancata notifica del verbale di contestazione della Polizia Municipale ed evidenziando che ogni onere relativo al pagamento dell’occupazione del suolo pubblico, come da contratto, doveva essere addebitato e sostenuto dal Condominio committente delle opere di ristrutturazione edile.

La Commissione Tributaria Provinciale di Roma, con sentenza n. 84 del 8.02.2011 respingeva il ricorso, ritenendo che la mancata notifica del verbale dell Polizia Municipale, non avesse rilievo, in quanto solo con l’avviso di accertamento sorgeva l’interesse a controdedurre in ordine alle risultanze di fatto emergenti.

La contribuente impugnava la sentenza e, per l’udienza dei 3.7.2013 fissata per la discussione innanzi alla C.T.R., i difensori comunicavano il loro impedimento a presenziare, in ragione dell’astensione proclamata dall’Ordine degli Avvocati di Latina, proclamata per quel giorno.

La C.T.R. di Roma con sentenza n. 193/35/13 rigettava l’appello.

Secondo la C.T.R. l’astensione proclamata dall’Organismo Unitario dell’Avvocatura Italiana (OUA) era fissata nei giorni dall’8 al 16 luglio del 2013 e quindi non riguardava il giorno 3 luglio 2013, in cui si era tenuta la discussione. Respingeva, pertanto, l’appello.

Proponeva ricorso la GASBARRI s.r.l. affidato a tre motivi. Gli intimati non si costituivano.

Diritto

RITENUTO

Che:

-con il ricorso si deduceva:

1) Violazione e falsa applicazione dell’art. 111 Cost., comma 1, per l’attuazione del giusto processo. Violazione dell’art. 360 c.p.c., n. 4. Nullità della sentenza n. 193/35/13 della Commissione Tributaria Regionale di Roma del 03.07.2013 per violazione di norme e principi generali sul diritto allo sciopero. Error in iudicando.

2) Omessa, insufficiente e contraddittoria motivazione su un elemento decisivo della controversia. Contraddittorietà manifesta tra provvedimenti giudiziari (Sentenza n. 795/10 del Giudice di Pace di Albano Laziale-Avv. Lorenti). Violazione dell’art. 111 Cost., comma VI, per insufficiente e contraddittoria motivazione in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5 e D.Lgs. n. 547 del 1992, art. 36. Cassazione con rinvio.

3) Riforma della sentenza anche in ordine all’addebito delle spese di soccombenza dei due gradi di merito.

Con il primo motivo, la ricorrente ripropone la propria doglianza in ordine al mancato differimento dell’udienza di discussione del 3.7.2013, in ragione dello sciopero indetto dagli avvocati, nonostante la richiesta di differimento formulata.

Il motivo non è fondato. La CTR ha puntualizzato che nel giorno del 3 luglio 2013 non risultava proclamata alcuna astensione, che invece, era stata disposta, nello stesso mese, dall’8 al 16 luglio 2013. A parte la fondatezza della circostanza, pacificamente desumibile dai comunicati OUA dell’epoca, va evidenziato, come, processualmente, il ricorrente reiteri le sue doglianze senza tener conto di questo dato contenuto nella sentenza impugnata e posto a base della decisione. E senza nulla dedurre sull’argomento, evidenziato dalla C.T.R., per respingere l’appello.

E’ infondato anche il secondo motivo, ove si deduce la mancata motivazione su un elemento decisivo della controversia, per la contraddittorietà tra il provvedimento del G.d.P. di Albano Laziale e la sentenza della CTR. di Roma, sopra indicate.

Va premesso che la questione dedotta non integra la violazione di cui all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5. Questa Corte ha avuto, in più occasioni, modo di affermare (da ultimo Cass. n. 20620/19) che in seguito alla riformulazione dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, il vizio di motivazione può essere dedotto solo per omesso esame di un “fatto storico”, che abbia formato oggetto di discussione e che appaia “decisivo” ai fini di una diversa soluzione della controversia. ” (Vedi Sez Un n. 8053 del 2014 e tra le tante conformi Cass. n. 21257 del 2014; n. 23828 del 2015; n. 23940 del 2017; n. 24035 del 2018).

Nel caso in esame, ribadito che per “fatto” deve intendersi non una questione o un punto della sentenza, nè un profilo di valutazione, ma l’omesso esame un “fatto vero e proprio”, si prospetta la sussistenza di un contrasto nascente tra due decisioni, in distinti procedimenti (incardinati in tempi diversi e innanzi a due diverse giurisdizioni – quella tributaria e quella ordinaria -). Nei termini prospettati non può dirsi fondata la dedotta censura.

In ogni caso, va precisato che questa Corte ha avuto modo di puntualizzare, con riferimento alla natura della ordinanza ingiunzione (la cui opposizione avrebbe determinato l’instaurazione del procedimento davanti al G.d.P.), che l’ingiunzione fiscale, costituisce un atto rivolto a portare la pretesa fiscale a conoscenza del debitore ed a formare il titolo per l’eventuale esecuzione forzata (Cass. n. 2912/2017). L’ingiunzione fiscale è espressione del potere di auto-accertamento e di autotutela della Pubblica Amministrazione, con natura giuridica di atto amministrativo, che cumula in sè le caratteristiche del titolo esecutivo e del precetto, legittimando, in caso di mancato pagamento, la riscossione coattiva mediante pignoramento dei beni del debitore. Essa segue il mancato pagamento dell’avviso di accertamento e non lo sostituisce. Una volta divenuto definitivo l’avviso di accertamento, infatti, il rapporto giuridico tributario deve considerarsi esaurito, sicchè la successiva ingiunzione fiscale non integra un nuovo atto impositivo, ma un atto liquidatorio (Cass. n. 10896/19; Cass. 13132/2017).

Non può quindi dedursi un “contrasto tra giudicati” come prospettato dal ricorrente, trattandosi di procedimenti che operano su piani diversi.

Il terzo motivo va respinto. La liquidazione delle spese nei giudizi di merito ha trovato ragione nella soccombenza del ricorrente.

Il ricorso va pertanto respinto. Nulla sulle spese in difetto di costituzione degli intimati.

PQM

Rigetta il ricorso. Nulla sulle spese.

Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1-quater dà atto della sussistenza dei presupposti per il versamento da parte del ricorrente dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso principale, a norma dello stesso art. 13, comma 1-bis, se dovuto.

Così deciso in Roma, in camera di consiglio, il 4 dicembre 2019.

Depositato in Cancelleria il 23 ottobre 2020

 

 

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