Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 23253 del 15/11/2016


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Cassazione civile sez. II, 15/11/2016, (ud. 26/09/2016, dep. 15/11/2016), n.23253

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SECONDA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. MAZZACANE Vincenzo – Presidente –

Dott. PARZIALE Ippolisto – rel. Consigliere –

Dott. ORICCHIO Antonio – Consigliere –

Dott. GRASSO Giuseppe – Consigliere –

Dott. ABETE Luigi – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

SENTENZA

sul ricorso 13288-2012 proposto da:

V.R., (OMISSIS), ALPEN INVESTIMENT SRL, in persona del

legale rappresentante pro tempore, elettivamente domiciliati in

ROMA, VIA CICERONE 28, presso lo studio dell’avvocato ELISABETTA

RAMPELLI, che li rappresenta e difende unitamente all’avvocato EZIO

ANDERMARCHER, come da procura speciale a margine del ricorso;

– ricorrenti –

contro

VA.SI., elettivamente domiciliata in Roma, Via Salaria

259, presso lo studio dell’avvocato FABIO CINTIOLI, che la

rappresenta e difende, come da procura speciale in calce al

controricorso e ricorso incidentale;

– controricorrente e ricorrente incidentale –

avverso la sentenza n. 323/2011 della CORTE D’APPELLO di TRENTO,

depositata il 06/12/2011;

udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del

26/09/2016 dal Consigliere Ippolisto Parziale;

udito l’Avvocato Elisabetta Rampelli e l’avvocato Giuseppe Lo Pinto

per delega Cintioli, che si riportano agli atti e alle conclusioni

assunte;

udito il P.M. in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott.

CAPASSO Lucio, che conclude per il rigetto di entrambi i ricorsi.

Fatto

FATTI DI CAUSA

1. Così la sentenza impugnata riassume la vicenda processuale.

1. ” Va.Si. conveniva avanti il Tribunale di Trento il marito V.R. per sentir dichiarare la nullità per, simulazione o, comunque, annullare, per violazione delle disposizioni di cui agli artt. 1391 e 1395 c.c., il contratto, di data (OMISSIS), con il quale il V. aveva ceduto alla Alpen Investiment rappresentata dallo stesso V., la nuda proprietà, intestando il diritto di abitazione, di un immobile di proprietà di essa attrice, sito in (OMISSIS) e acquistato nel (OMISSIS) con i risparmi di entrambi, immobile per il quale essa Va. aveva rilasciato al marito, contestualmente all’acquisto, procura irrevocabile a vendere, anche a se stesso; assumeva, riguardo alla simulazione, che nessun corrispettivo era stato pagato e, riguardo alla prospettata annullabilità del negozio, che lo stesso era stato concluso in evidente conflitto di interessi con il rappresentato, posto che il negozio l’aveva spogliata di ogni bene e la vendita era stata comunque conclusa per un prezzo di molto fiore a quello reale e presumibilmente nemmeno corrisposto;

assumeva, ancora, che il conflitto era reso evidente dalla conclusione del negozio con se stesso e senza che l’autorizzazione all’uopo rilasciata fosse accompagnata, come invece necessario, dalla predeterminazione degli elementi del contratto da concludere”.

2. Il convenuto si costituiva deducendo che l’immobile era stato acquistato con denaro proprio – parte del quale ottenuto in prestito dalla madre – e che l’intestazione alla moglie era conseguenza solo di un sottostante negozio fiduciario sulla scorta del quale la Va., che nulla aveva sborsato per l’acquisto, si era obbligata a ritrasferirlo al marito; che il patto fiduciario era comprovato proprio dal contestuale rilascio della procura irrevocabile a vendere; negava che potesse comunque ipotizzarsi il dedotto conflitto di interessi, ipotesi rispetto alla quale egli era comunque privo di legittimazione passiva, attesa la posizione dell’attrice rispetto all’immobile e la ricorrenza del negozio fiduciario che era ricollegabile la procura vendere; chiedeva, in via riconvenzionale, nell’ipotesi di accoglimento della domanda, la condanna della Va. alla restituzione del da esso convenuto versato per l’acquisto, quanto meno ex art. 2041 c.c.”.

3. “Il Tribunale, previa riunione della causa ad altra pendente tra la Va. e la società acquirente avente ad oggetto la medesime domande e le medesime difese, ivi comprese le istanze riconvenzionali, con sentenza pubblicata il 12/4/2010, respinta ogni altra domanda, annullava “per violazione degli artt. 1394 e 1395 c.c., l’atto di compravendita (OMISSIS)”.

13. La Corte di appello di Trento rigettava il gravame proposto dal V. e, in parziale riforma della sentenza di primo grado, condannava la V. a pagare alla società l’importo di Euro 90.000.

1. In primo luogo, la Corte locale rilevava che “il primo giudice ha escluso che nella fattispecie fosse ipotizzabile la dedotta simulazione; ha negato altresì la ricorrenza di un negozio fiduciario; entrambe dette declaratoria non sono oggetto di impugnazione, rispettivamente del V. (e della Alpen) e della Va.”.

2. La Corte locale rilevava poi in particolare che, con “riguardo al domandato annullamento, il Tribunale ha premesso che le due azioni di cui agli artt. 1394 e 1395 c.c. si trovano in rapporto di genere a specie e che, nel caso in esame concorrono, trovando applicazione, nei confronti della Alpen, estranea alle dite parti del negozio di acquisto del bene, la prima e, nei confronti del V., la seconda, ha poi escluso che la deroga al divieto del contratto con se stesso potesse essere validamente invocata in quanto la procura rilasciata al V. difetta dei requisiti di specificità, invece necessari, con la conseguenza che il contratto concluso dal rappresentante deve essere annullato anche nei confronti della Alpen art. 1394 c.c.”.

C. Impugnano tale decisione il V. e la società che avanzano cinque motivi. Resiste con controricorso e avanza ricorso incidentale affidato a due motivi l’intimata.

Diritto

RAGIONI DELLA DECISIONE

A. I motivi del ricorso principale.

1. Col primo motivo si deduce: violazione e falsa applicazione degli artt. 342 e 346 c.p.c.; errata e/o omessa pronunzia su punto nodale della causa; difetto di motivazione”. I ricorrenti sostengono che la sentenza impugnata è errata nella parte in cui si afferma che “il rag. V. e la società Alpen Investiment srl avrebbero impugnato il capo di sentenza del Giudice di prime cure con il quale è stata ritenuta esclusa la sussistenza del negozio fiduciario”, ciò “nell’atto di citazione in appello si conclude per la totale riforma della sentenza di primo grado, ma anche perchè sul punto si sono puntualmente richiamate le deduzioni svolte sul punto in primo grado e, nella fase di gravame, si sono puntualmente riproposte le osservazioni in punto di sussistenza del negozio fiduciario (cfr. pag. 10 e 11 citazione in appello), sia pure in forma sintetica perchè ampiamente sviscerate”(pag. 10 del ricorso).

2. Col secondo motivo si deduce: “violazione e falsa applicazione dell’art. 1395 c.c., errata ed incongrua motivane su punto nodale della controversia”. I ricorrenti sostengono che la Corte locale ha errato nel ritenere sussistenti “le condizioni per la dichiarazione di annullabilità del contratto dd (OMISSIS) di compravendita tra la Va. ed Alpen Investiment a meno del procuratore speciale V.”. Rilevano che con la procura in esame “la signora Va. ha conferito procura irrevocabile a vendere a favore del signor V.. Con tale negozio la rappresentata ha espressamente conferito al rappresentante il potere di “convenire il prezzo, incassarlo, versarlo e rilasciare quietanza…”. Ma ancora la signora Valentini ha dichiarato di “rinunciare alla facoltà di revoca della presente procura perchè conferita anche nell’interesse del mandatario…” “con espressa fàcoltà di contratto anche a se stesso in deroga all’art. 1395 c.c.””. Osservano che “è evidente che la volontà delle parti era quella di devolvere ogni potere al rappresentante perchè la procura stessa era espressamente conferita con rinuncia alla revoca e “nell’interesse del mandatario”: ciò si spiega a fronte dell’integrale pagamento, ad origine, del prestito di acquisto da parte del V. (pag. 12 del ricorso).

3. Col terzo motivo si deduce: “violazione e falsa applicazione dell’art. 1394 c.c. nonchè mancanza e contraddittoria motivazione in relazione alla ritenuta sussistenza del conflitto d’interessi tra Va. e società Alpen investiment s.r.l”. Osservano i ricorrenti che “con riferimento al negozio concluso con Alpen Investiment non sussiste la fattispecie di cui all’art. 1395 c.c. bensì quella ex art. 1394 c.c”. Aggiungono che “sia il giudice di prime cure che la Corte d’Appello di Trento hanno totalmente omesso” di accertare “l’esistenza di un rapporto di incompatibilità tra gli interessi del rappresentato e quelli del rappresentante, da dimostrare non in modo astratto od ipotetico ma con riferimento al singolo atto o negozio di verificare”. Infatti, la Corte d’Appello si è limitata a ritenere sussistente il conflitto di interesse in re ipsa richiamando esclusivamente la duplice qualità in capo al signor V.R., all’epoca dei fatti, di rappresentante della signora Va. e di legale rappresentante pro tempore della società acquirente”. Rilevano poi, quanto alla Alpen “ex art. 1394 c.c., l’onere della prova del conflitto d’interessi ricade(va) sulla parte che la invoca(va) e, dunque, in capo alla signora Va.Si.”. Risultava conferita la procura a vendere, così da ritenere l’interesse alla vendita; il prezzo complessivo era pari a quello d’acquisto; la Alpen ha versato “90.000,00 per l’acquisto della sola nuda proprietà dell’immobile”. Rilevano che “la sussistenza del conflitto di interesse andava valutata concretamente e non aprioristicamente, sulla base di una comprovata relazione antagonistica d’incompatibilità degli interessi di cui i soggetti siano portatori” e aggiungono che “la Corte d’Appello ha esteso l’argomentazio riferita all’art. 1395 c.c. Alpen Investiment s.r.l.”.

4. Col quarto motivo si deduce: “violazione e/o falsa o incongrua applicazione degli artt. 1419, 1420 e 1446 difetto di motivazione”.

Lamentano i ricorrenti che la “Corte d’Appello di Trento ha esteso aprioristicamente la nullità ravvisata in ordine all’alienazione del rappresentante a se stesso del diritto di abitazione, alla vendita della nuda proprietà ad Alpen Investiment s.r.l). Rilevano la diversità delle posizioni, posto che quanto alla vendita al V. nel contratto si dava atto che l’importo di Euro 270.000 era stato già versato, mentre per il prezzo di acquisto della società pari a Euro 90.000, da pagarsi entro il 31 dicembre 2007, risultavano i pagamenti con bonifici. Osservano che “tra la alienazione della nuda proprietà e del diritto di abitazione non sussiste reciproca interdipendenza”. Aggiungono che “la dichiarata nullità ex art. 1395 c.c. del contratto con lidi medesimo non si ripercuote per sè sul negozio relativo all’alienazione del diritto di nuda proprietà ad Alpen Investiment s.r.l.” e concludono rilevando che “escluso conflitto di interesse ex art. 1394 c.c., non vi è ragione alcuna acchè venga annullato pure il negozio intercorso tra la Va. e Alpen Investiment s.r.l.”.

5. Col quinto motivo si deduce: “omessa pronuncia su punto nodale della controversia – domande riconvenzionali svolte; omessa e contraddittoria motivazione in relazione alla mancata ammissione dei mezzi di prova dedotti in ordine alle domande riconvenzionali di V.R.”. Rilevano i ricorrenti che “la Corte d’Appello ha totalmente omesso di valutare le domande formulate, in via riconvenzionale principale ed in via riconvenzionale subordinata, da V.R.”. Quest’ultimo aveva fornito prova documentale relativa alle modalità di pagamento del prezzo di cui all’atto dd. (OMISSIS) stipulato dalla Va. con le signore B.”. Aveva poi “ad integrazione della prova documentale offerta (assegni bancari e circolari intestati alle venditrici), formulato istanza di prova testimoniale volta ad integrare la prova documentale offerta dimostrando che il denaro proveniva dal proprio patrimonio, che il prezzo era stato corrisposto in proprio mediante gli assegni prodotto e che nulla la Va. avena corrisposto per l’acquisto della villa di (OMISSIS)”. La Corte d’Appello non ha preso posizione in ordine alle istanze istruttorie, seppure richiamate sia in atto di citazione d’appello che in sede di precisazione delle conclusioni. Rilevano che “tali prove testimoniali sono tutt’altro che irrilevanti, posto che, a mezzo di queste, il signor V.R. verrebbe a dimostrare compiutamente che il denaro per l’acquisto dell’immobile era proprio e che, soprattutto, in caso di non creduta conferma dell’assenza di negozio fiduciario, il pagamento da parte del V. sarebbe totalmente privo di causa”. La Corte locale “nulla ha statuito in merito limitandosi a considerare la sola azione di restituzione del prezzo in favore della Alpen Investiment s.r.l. e non anche le subordinate azioni riconvenzionali in via gradata di ripetizione dell’indebito e di arricchimento senza giusta causa di cui all’art. 2041 c.c.”, sulle quali ultime è ammessa la prova per testimoni.

B. I motivi del ricorso incidentale.

1. Col primo motivo si deduce: “Violazione e falsa applicazione dell’art. 2033 c.c.. Travisamento dei fatti ed ingiustizia manifesta. Contraddittorietà intrinseca”. La Corte D’Appello di Trento ha “condannato la sig.ra Va. alla restituzione ex art. 2033 c.c. in favore dell’Alpen di Euro 90.000,00, asseritamente corrisposti a titolo di corrispettivo alla sig.ra Va. per l’alienazione della nuda proprietà dell’immobile”. Presupposto dell’azione di indebito oggettivo è che il soggetto nei cui confronti la stessa viene promossa abbia effettivamente incassato la somma di denaro non dovuta, la sig.ra Va. non ha mai ricevuto il benchè minimo corrispettivo, nè tantomeno alcun rendiconto della vendita del proprio bene immobile”. Osserva che “è provato che il sig. V. ha stipulato il contratto a totale insaputa della rappresentata e sulla base di una procura illegittima, incassando integralmente le somme corrisposte dalla Alpen. Viceversa, non è mai stato provato – e non avrebbe potuto esserlo – che il V. (e/o la Alpen) abbia mai versato tale somma alla deducente”. Di qui “l’illogicità, erroneità e contraddittorietà della sentenza della corte d’Appello sul punto. Da una parte, infatti, è stata riconosciuta del contratto stipulato attraverso un vero e proprio “raggiro” a danno ed insaputa della rappresentata. Al contempo, però, la parte offesa è stata condannata alla restituzione di una somma… che non ha mai ricevuto!”.

2. Necessità di nuova regolazione delle spese in ragione dell’esito del giudizio.

C. Entrambi i ricorsi sono infondati e possono essere respinti.

D. Il ricorso principale.

1. Il primo motivo è inammissibile e comunque infondato. Si tratta di censura del tutto generica e formulata in violazione del principio di autosufficienza del ricorso, non venendo indicate quali “specifiche”, ex art. 342 c.p.c., argomentazioni, destinate ad incrinare il fondamento logico-giuridico di quella contenuta nella sentenza di primo grado (relativa alla inesistenza del “negozio fiduciario”), fossero state formulate nell’atto di appello, con il quale si censurava il potere di impugnazione.

2. Il secondo motivo è infondato. L’interpretazione del dettato dell’art. 1395 c.c., prospettata dalla parte ricorrente, diverge da quella propria della riflessione giurisprudenziale di questa Corte. Le ipotesi previste dalla predetta norma non sono confondibili. Nella seconda ipotesi si prescinde del tutto dall’autorizzazione al rappresentante perchè il negozio da porre in essere, per il suo oggettivo contenuto, rigidamente predeterminato, denota l’indifferenza, per il rappresentato, della persona dell’altro contraente, mentre nella prima ipotesi l’autorizzazione esclude il conflitto di interessi solo se ad essa si accompagna la determinazione puntuale degli elementi negoziali. L’autorizzazione specifica, nei sensi predetti, opera su piani diversi della procura “irrevocabile”.

3. E’ infondato anche il terzo motivo. La sussistenza del conflitto di interessi, di cui all’art. 1395 c.c., involge apprezzamento di fatto, nel caso di specie argomentatamente desunto dalla conoscenza dalla convergenza di interessi tra rappresentante e terzo e dalla cristallizzazione del prezzo di vendita (comprensivo della nuda proprietà e del diritto di abitazione) dopo quattro anni dall’acquisto dell’immobile (nel (OMISSIS)), sempre che “prezzo” dichiarato nel rogito del (OMISSIS) fosse quello effettivamente versato. Trattasi pertanto di questioni di merito, involgenti una inammissibile richiesta di rivalutazione dei dati istruttori.

4. Anche il quarto motivo è infondato. Va innanzitutto escluso che si possa trattare di domanda nuova, tale non essendo la prospettazione della corretta individuazione delle conseguenze giuridiche della domanda attorea. La censura è infondata in quanto nella argomentata valutazione della Corte territoriale il conflitto di interessi abbraccia sia la vendita alla Società della nuda proprietà che quella del diritto di abitazione (per il quale non era stato prestabilito alcun “prezzo”) in favore del rappresentante (il V.).

5. Il quinto motivo è inammissibile e comunque infondato. Come si legge a foglio 10 della gravata pronuncia, la Corte distrettuale aveva evidenziato che il tribunale aveva utilizzato due autonome rationes decidendi per rigettare la domanda subordinata di restituzione al V. del prezzo di acquisto dell’immobile. La prima ratio è costituita dal difetto di prova del rapporto fiduciario e la seconda dalla mancata prova dell’avvenuto pagamento a mezzo assegno bancario. Per la Corte distrettuale la prima ratio non era stata investita dell’appello, mentre la seconda ratio era investita da censure generiche dell’appellante. Ora il rigetto del primo motivo dell’odierno ricorso (che riguarda la prima ratio detidendi del tribunale ritenuta inappellata), assorbe ogni questione sulla seconda ratio decidendi. Inoltre, la reiterazione in appello di istanze istruttorie non comporta necessariamente la sussistenza di specifico, ex art. 342 c.p.c., motivo di appello, perchè la parte argomentativa del motivo d’appello non può consistere nella mera riproposizione di istanze istruttorie.

E. Il ricorso incidentale.

Il primo motivo di ricorso è infondato. Se la vendita della nuda proprietà alla società non è simulata e se il versamento del prezzo è documentato da due bonifici (sentenza foglio 11), è l’alienante Va., destinataria del pagamento relativo alla vendita annullata, a dover restituire il prezzo pagato dall’acquirente, ponendosi su un altro piano i rapporti interni tra rappresentante ( V.) e rappresentata ( Va.). A ben vedere, la censura non esamina la complessiva ratio decidendi utilizzata dalla corte distrettuale.

Il secondo motivo sulle spese resta assorbito dal rigetto del primo.

F. Spese compensate in ragione della reciproca soccombenza.

PQM

La Corte rigetta i ricorsi. Spese compensate.

Così deciso in Roma, nella Camera di Consiglio, il 26 settembre 2016.

Depositato in Cancelleria il 15 novembre 2016

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