Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 2325 del 01/02/2010

Cassazione civile sez. II, 01/02/2010, (ud. 18/12/2009, dep. 01/02/2010), n.2325

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SECONDA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. TRIOLA Roberto Michele – Presidente –

Dott. MALZONE Ennio – rel. Consigliere –

Dott. MAZZIOTTI DI CELSO Lucio – Consigliere –

Dott. PICCIALLI Luigi – Consigliere –

Dott. ATRIPALDI Umberto – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

sentenza

sul ricorso 4083/2005 proposto da:

FALL PASTORELLI & FEDI SNC (OMISSIS) in persona del Curatore Avv.

B.P., elettivamente domiciliato in ROMA, VIA NOVENIO

BUCCHI 7, presso lo studio dell’avvocato CANNIZZARO FRANCO,

rappresentato e difeso dall’avvocato PERONACI Vittorio;

– ricorrente –

contro

F.F. (OMISSIS), C.N.

(OMISSIS), elettivamente domiciliati in ROMA, C.NE

GIANICOLENSE 95, presso lo studio dell’avvocato CORSINI ANDREA,

rappresentati e difesi dall’avvocato NICOSIA Giuseppe;

– controricorrenti –

avverso la sentenza n. 2034/2003 della CORTE D’APPELLO di FIRENZE,

depositata il 22/12/2003;

udita la relazione della causa svolta nella Pubblica udienza del

18/12/2009 dal Consigliere Dott. ENNIO MALZONE;

udito il P.M., persona del Sostituto Procuratore Generale Dott.

MARINELLI Vincenzo, e ha concluso per il rigetto del ricorso.

Fatto

SVOLGIMENTO DEL PROCESSO

Con citazione 1.4.1989 i coniugi F.F. e C.N. convenivano in giudizio davanti al Tribunale di Grosseto la s.n.c. Pastorelli e Fedi (già F.lli Ferrari s.n.c.), chiedendo che, rilevato il possesso pubblico, pacifico, non interrotto per oltre un ventennio, fosse dichiarata l’intervenuta usucapione della proprietà superficiaria dell’appartamento, del negozio e della cantina individuati alla partita (OMISSIS), mapp. (OMISSIS), part. (OMISSIS).

La società convenuta, in concordato preventivo dal (OMISSIS), si opponeva alla domanda affermando che F.F. aveva detenuto gli immobili quale socio (e, per un certo tempo, quale Am. Un.) della s.n.c. F.lli Ferrari, senza che vi fosse mai stato un atto di interversione del possesso.

Il Tribunale con sentenza n. 131/93 dichiarava avvenuto l’acquisto per usucapione degli immobili in questione in favore di entrambi i coniugi.

La Corte di Appello di Firenze con sentenza n. 980/96, in accoglimento dell’appello proposto dalla Curatela, riformava la sentenza impugnata,rigettando la domanda attorea e condannando gli appellati al pagamento dei due gradi di giudizio.

La Corte di Cassazione con n. 2478/2000, depositata in data 4.3.2000, ha cassato la sentenza impugnata dagli stessi coniugi, con rinvio alla Corte di Appello di Firenze, per nuovo esame.

Il giudice di legittimità, premesso che la costruzione di un edificio ad opera dei soci di una società in nome collettivo comporta, in virtù del principio dell’accessione, l’acquisizione in proprietà dell’intero edificio in capo alla società a sensi dell’art. 934 c.c., con la conseguenza che non assume rilievo giuridico la circostanza se l’edificio sia stato edificato a spese dei soci o con l’impiego di capitale della stessa, considerava corretto l’inquadramento della fattispecie nella previsione dell’art. 1141 c.c., comma 2, potendo il socio, che detiene per un suo interesse personale l’immobile di proprietà della società, assumere il possesso del bene solo a seguito di un atto di interversione del possesso:

Ciò posto, rilevava che la Corte di merito aveva escluso categoricamente l’esistenza di un qualsiasi atto compiuto dai singoli soci che dimostrasse alla società la volontà delle stessi di sottrarre la porzione di immobile in loro godimento al dominio della società, osservando, che la Corte di merito non aveva tenuto nel debito conto l’intestazione catastale fatta a proprio nome dai ricorrenti in relazione alle porzioni di immobile in loro godimento e,quindi,la distrazione degli stessi beni dal patrimonio della società, come evidenziato con il pagamento delle imposte da parte degli stessi, il mancato computo degli stessi beni nel patrimonio della società, la costituzione dell’ipoteca sui beni per debiti personali degli stessi, elementi tutti, che ove provati, avrebbero potuto assumere rilievo ai fini di ritenere il convincimento del socio di detenere i beni nel suo esclusivo interesse.

Riassunto il giudizio da parte dei predetti coniugi, la Corte di Appello di Firenze con sentenza n. 2034/03, depositata il 22.12.03, ha rigettato l’appello della Curatela, confermando la sentenza del Tribunale di Grosseto n. 131/93 e compensando le spese.

Per la cassazione della decisione ricorre la Curatela del Fallimento Pastorelli & Fedi s.n.c., esponendo due motivi,cui resistono gli intimati con controricorso.

Diritto

MOTIVI DELLA DECISIONE

Con il primo motivo di ricorso si censura la sentenza impugnata per difetto di motivazione, per avere la Corte di merito omesso di considerare la preclusione del giudicato interno formatosi sulla circostanza, accertata dal Tribunale, della realizzazione del fabbricato con denaro della società e non dei singoli soci,in riferimento alla pretesa degli stessi di avere realizzato il fabbricato con denaro proprio.

Si sostiene che non era mai stata fornita la prova del mutamento della destinazione del possesso qualificato ai fini dell’usucapione da parte dei coniugi istanti,così da non permettere una esatta ricostruzione dei fatti nè l’identificazione del dies a quo da cui far partire il decorso del tempo ai fini dell’usucapione.

Con il secondo motivo di ricorso si censura la sentenza impugnata per difetto di motivazione in ordine al vizio di ultrapetizione denunciato dalla Curatela.

Si sostiene che gli attori avevano rivendicato l’acquisto della sola proprietà superficiaria, mentre il Tribunale aveva dichiarato l’usucapione della piena proprietà dell’immobile; il giudice di legittimità con la sentenza di annullamento con rinvio, ha chiesto un nuovo esame della fattispecie, giammai restringendo il campo d’indagine alla verifica dell’esistenza dei presupposti per l’usucapione della proprietà dell’immobile ovvero solo del diritto di superficie.

Il ricorso è infondato, avendo il giudice di rinvio deciso in piena osservanza dei quesiti in fatto e in diritto posti con la sentenza di legittimità. Ed infatti,il giudice di rinvio,nel confermare la sentenza del primo giudice, ha fatto positivo riscontro delle seguenti circostanze, specificamente segnalate nella sentenza di rinvio come fatti che, se debitamente provati, avrebbero potuto indurre a ritenere l’interversione del possesso in capo agli attori, e cioè l’avvenuto pagamento delle imposte, la costituzione di ipoteche per debiti personali dei soci, il mancato computo dell’immobile tra i beni della società indiscussa detenzione delle porzioni dello stesso fabbricato detenute dagli stessi attori sin dalla sua edificazione risalente al 1966.

Risulta, pertanto, provato l’inquadramento della fattispecie nella previsione dell’art. 1141 c.c., comma 2, e cioè che il socio ha detenuto le porzioni del fabbricato di proprietà della società nel suo personale interesse per un periodo di tempo sufficiente all’acquisto per usucapione.

Soluzione adeguata è stata anche data alla definizione del petitum, determinata dall’eccezione di ultrapetizione della decisione rispetto all’originaria domanda di acquisizione per usucapione della proprietà superficiaria, significando che gli attori avevano sempre fatto riferimento alle porzioni di immobile detenuti nel proprio esclusivo interesse e,a un tempio, che nessuna doglianza era stata sollevata in proposito in sede di legittimità.

Non ha formato autonomo motivo di ricorso la questione circa l’estensione della decisione al coniuge dell’originario detentore.

Vale, comunque, rilevare che la Corte di merito, in sede di giudizio di rinvio, ha dato puntuale risposta al riguardo, specificando che in regime di comunione legale, gli effetti del giudicato sulla domanda di usucapione si riverbano automaticamente nella sfera giuridico.

patrimoniale dell’altro coniuge estraneo al giudizio, facendo sì che egli acquisti la comproprietà dei beni in questione (Cass. 3.11.2000 n. 14347).

Ne consegue il rigetto del ricorso proposto dalla Curatela del Fallimento della Pastorelli & Fedi s.n.c. e la condanna della stessa, così come rappresentata, al pagamento delle spese del presente giudizio.

P.Q.M.

rigetta il ricorso e condanna la Curatela del Fallimento Pastorelli &

Fedi s.n.c. al pagamento delle spese di giudizio di cassazione, che liquida in complessivi Euro 3.200,00, di cui Euro 200,00 per spese, oltre spese generali ed oneri accessori come per legge.

Così deciso in Roma, il 18 dicembre 2009.

Depositato in Cancelleria il 1 febbraio 2010

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