Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 23230 del 20/08/2021

Cassazione civile sez. I, 20/08/2021, (ud. 22/06/2021, dep. 20/08/2021), n.23230

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE PRIMA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. ACIERNO Maria – Presidente –

Dott. MELONI Marina – Consigliere –

Dott. VANNUCCI Marco – Consigliere –

Dott. SUCCIO Roberto – rel. Consigliere –

Dott. SOLAINI Luca – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso iscritto al n. 14221/2020 R.G. proposto da:

P.T., rappresentato e difeso giusta delega in atti dall’avv.

Enrica Gianola Bazzini, (PEC avvgianola.pe.giufre.it);

– ricorrente –

contro

MINISTERO DELL’INTERNO, in persona del Ministro pro tempore,

rappresentato e difeso dall’Avvocatura Generale dello Stato, con

domicilio in Roma, Via dei Portoghesi, n. 12, presso l’Avvocatura

Generale dello Stato (PEC ags.rm.mailcert.avvocaturastato.it);

– intimato –

avverso il la sentenza della Corte di appello di Venezia n. 3961/2019

depositata il 30/09/2019;

Udita la relazione della causa svolta nell’adunanza camerale del

22/06/2021 dal Consigliere Dott. Roberto Succio.

 

Fatto

RILEVATO

che:

– con il provvedimento di cui sopra la Corte Territoriale ha rigettato l’appello dell’odierno ricorrente;

– avverso detta sentenza si propone ricorso per cassazione con atto affidato a tre motivi; il Ministero dell’Interno ha unicamente depositato atto di costituzione in vista dell’udienza.

Diritto

CONSIDERATO

che:

– il primo motivo di ricorso dedotto censura la gravata sentenza per violazione e falsa applicazione del D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 3, comma 5, D.Lgs. n. 25 del 2008, art. 8, comma 3, D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 14, lett. b) e c), in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 3, per avere la Corte territoriale ritenuto non credibile la narrazione del ricorrente senza esplicitarne le ragioni, mentre questi andava ritenuto attendibile e andavano conseguentemente da parte del giudice del merito esercitati i poteri di indagine officiosi in ordine all’acquisizione di informazioni sul paese d’origine;

– il secondo motivo per non avere la Corte d’appello di Venezia riconosciuto lo status di rifugiato a fronte della condizione in cui si trova il paese di origine del richiedente (la Nigeria, regione del Delta State) e comunque per non avere riconosciuto la sussistenza dei requisiti per la concessione della protezione c.d. “sussidiaria” omettendo ogni tipo di accertamento istruttorio sul punto e senza valutare la situazione famigliare (la violenza e le minacce poste in essere dai parenti che vantano diritti sull’eredità del richiedente) e quella complessiva del paese di origine, poiché nella zona del Delta State vi è una situazione di grave instabilità ed attacchi terroristici;

– i motivi vanno rigettati, per più ragioni;

– invero la sentenza impugnata fonda la decisione sulla diversa considerazione secondo la quale “il ricorrente non ha neppure allegato la sussistenza di uno specifico intento persecutorio nei suoi confronti, non indicando specifiche circostanze di fatto idonee a rivelare una tale situazione di pericolo, evidenziando solo il dissidio famigliare per questioni economiche”;

– sotto questo profilo, quindi, il primo e il secondo motivo sono inammissibili in quanto fuori bersaglio rispetto alla ratio decidendi, che non attingono con le censure formulate e che resiste quindi all’impugnazione;

– il terzo motivo si incentra sulla violazione e falsa applicazione del combinato disposto di cui all’art. 33 della Convenzione di Ginevra 1951 e del D.Lgs. n. 286 del 1998, art. 19, commi 1 e 6, D.Lgs. n. 25 del 2008, art. 32, comma 3, in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, per non avere la Corte ritenuto concedibile il permesso di soggiorno per motivi umanitari senza valutare il grado di integrazione in Italia acquisito dal richiedente;

– il motivo è fondato;

– il D.Lgs. n. 286 del 1998, art. 5, comma 6, prevede, nella sua formulazione originaria, il diritto alla protezione umanitaria nel caso in cui fossero d’ostacolo al rimpatrio la sussistenza di “seri motivi di carattere umanitario”; costituisce interpretazione consolidata e diritto vivente (cfr., di recente, Cass. n. 22832/2020) che con la predetta locuzione il legislatore abbia dato vita a un istituto di protezione internazionale residuale e atipico, una sorta di catalogo aperto, al fine di assicurare che il rimpatrio, non precluso dalla sussistenza delle ipotesi tipiche di protezione maggiore (diritto al rifugio e alla protezione sussidiaria), fosse, almeno temporaneamente, impedito per assicurare all’immigrato il rispetto della dignità della persona (art. 2 Cost.);

– l’interpretazione offerta dalla Corte lagunare con la sentenza qui in esame contrasta con la “ratio legis” e con l’anzidetta atipicità dell’istituto, avendo aprioristicamente ricusato di apprezzare il grado d’integrazione dell’immigrato, dipendente dallo svolgimento di attività lavorative, formative, d’istruzione e culturali, nel giudizio di comparazione effettiva della situazione soggettiva ed oggettiva del richiedente con riferimento al Paese d’origine, al fine di verificare se il rimpatrio possa determinare la privazione della titolarità e dell’esercizio dei diritti umani, al di sotto del nucleo ineliminabile costitutivo dello statuto della dignità personale, in correlazione con la situazione d’integrazione raggiunta nel Paese d’accoglienza (cfr., ex multis, Cass. n. 4455/2018 e di recente Cass. n. 7396/2021);

– non può, di conseguenza, predicarsi, come erroneamente fa la Corte di Venezia, la non valutabilità per “tabulas”, (“la frequentazione di un corso di studi o per acquisire delle competenze lavorative non è rilevante” – pag. 16 della sentenza impugnata; “lo svolgimento di attività lavorative, nonostante sia un’iniziativa apprezzabile, non distingue e caratterizza la posizione di una persona che necessita di protezione rispetto a quella di un migrante economico”) in ordine al giudizio d’integrazione, del lavoro e delle attività formative e d’istruzione svolte dall’interessato approfittando di una tale possibilità, seppure, per contro, non può affermarsi, in senso contrario, che tali attività, sempre e comunque siano significative allo scopo in discorso; né del tutto irrilevante è la circostanza secondo la quale il richiedente manca dal proprio paese di origine ben dal 2015;

– il D.Lgs. n. 286 del 1998, art. 19, comma 1, n. 1, introdotto dal D.L. n. 130 del 2020, art. 1, conferma la natura atipica dell’istituto, il che fa escludere la correttezza di un percorso ermeneutico che conduca a limitare, cioè a numerare, il novero delle circostanze dalle quali possa trarsi il giudizio di seria vulnerabilità; infatti, la norma in discorso, piuttosto che reintrodurre tal quale la disposizione abrogata con il D.L. n. 113 del 2018, integrando il citato art. 19, prevede che: “Non sono altresì ammessi il respingimento o l’espulsione di una persona verso uno Stato qualora esistano fondati motivi di ritenere che l’allontanamento dal territorio nazionale comporti una violazione del diritto al rispetto della propria vita privata e familiare, a meno che esso non sia necessario per ragioni di sicurezza nazionale ovvero di ordine e sicurezza pubblica. Ai fini della valutazione del rischio di violazione di cui al periodo precedente, si tiene conto della natura e della effettività dei vincoli familiari dell’interessato, del suo effettivo inserimento sociale in Italia, della durata del suo soggiorno nel territorio nazionale nonché dell’esistenza di legami familiari, culturali o sociali con il suo Paese d’origine”;

– deve concludersi quindi che la Corte d’appello, a fronte di una situazione di importante integrazione in Italia, si è in realtà concentrata e dilungata su considerazioni che sono estranee al paradigma indicato dal questa Corte nella propria sopra citata giurisprudenza e pertanto non conformi a diritto;

– in accoglimento del terzo motivo di ricorso, quindi, la sentenza impugnata deve essere cassata con rinvio al giudice dell’appello per nuovo esame che nel vagliare il diritto alla protezione internazionale per ragioni umanitarie, allo scopo di far luogo all’effettiva valutazione comparativa della situazione soggettiva ed oggettiva del richiedente, con riferimento al Paese d’origine, al fine di verificare se il rimpatrio possa determinare la privazione della titolarità e dell’esercizio dei diritti umani, al di sotto del nucleo ineliminabile costitutivo dello statuto della dignità personale, in correlazione con la situazione d’integrazione raggiunta nel Paese d’accoglienza, deve anche tener conto del lavoro e delle attività formative e d’istruzione svolte dall’interessato e statuirà anche quanto alle spese.

P.Q.M.

accoglie il terzo motivo ricorso; dichiara inammissibili i restanti motivi; cassa la sentenza impugnata e rinvia alla Corte di appello di Venezia in diversa composizione che statuirà anche quanto alle spese del presente giudizio di Legittimità.

Così deciso in Roma, il 22 giugno 2021.

Depositato in Cancelleria il 20 agosto 2021

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