Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 23151 del 19/08/2021

Cassazione civile sez. lav., 19/08/2021, (ud. 21/01/2021, dep. 19/08/2021), n.23151

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE LAVORO

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. BALESTRIERI Federico – Presidente –

Dott. PAGETTA Antonella – rel. Consigliere –

Dott. LEO Giuseppina – Consigliere –

Dott. BOGHETICH Elena – Consigliere –

Dott. PICCONE Valeria – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 6437-2018 proposto da:

A.F., elettivamente domiciliato in ROMA, VIA MARCELLO

PRESTINARI, 13, presso lo studio dell’avvocato MASSIMO PALLINI, che

lo rappresenta e difende;

– ricorrente –

contro

– I.N.P.S. – ISTITUTO NAZIONALE DELLA PREVIDENZA SOCIALE, in persona

del legale rappresentante pro tempore, elettivamente domiciliato in

ROMA, VIA CESARE BECCARIA 29, presso l’Avvocatura Centrale

dell’Istituto, rappresentato e difeso dagli avvocati ESTER ADA

SCIPLINO, CARLA D’ALOISIO, ANTONINO SGROI, GIUSEPPE MATANO, EMANUELE

DE ROSE, LELIO MARITATO;

– F.LLI D.C. DI F. FARA S. MARTINO S.P.A., in persona del

legale rappresentante pro tempore, elettivamente domiciliata in

ROMA, L.G. FARAVELLI 22, presso lo studio degli avvocati ARTURO

MARESCA, e VALERIO SPEZIALE;

– controricorrenti –

avverso la sentenza n. 926/2017 della CORTE D’APPELLO di L’AQUILA,

depositata il 23/11/2017 R.G.N. 163/2017;

udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio del

21/01/2021 dal Consigliere Dott. ANTONELLA PAGETTA.

 

Fatto

RILEVATO

Che:

1. con sentenza n. 926/2017 la Corte di appello di L’Aquila ha confermato la sentenza di primo grado di rigetto della domanda di A.F. diretta ad ottenere, a decorrere dal 9.10.2004, ai sensi del D.Lgs. n. 276 del 2003, art. 69 l’accertamento della natura subordinata del rapporto intercorso con la società F.lli D.C. di D.C.F. – Fara San Martino s.p.a. rapporto instaurato a partire dall’anno 1997 e rinnovatosi annualmente fino al 31.12.2013 – con diritto all’inquadramento nella qualifica di dirigente o in subordine impiegatizia dalla medesima data e condanna della società al pagamento delle connesse differenze retributive e dei contributi omessi nonché alla costituzione di rendita vitalizia ai sensi della L. n. 1388 del 1962, art. 13 a titolo di risarcimento del danno in forma specifica per omessa contribuzione ovvero, in subordine, al pagamento dei compensi per le prestazioni rese in forma coordinata e continuativa per l’anno 2013 e dal gennaio al settembre dell’anno 2014;

2. per la cassazione della decisione ha proposto ricorso A.F. sulla base di tre motivi; la società intimata han resistito con tempestivo controricorso; l’INPS ha depositato controricorso;

3. A.F. e F.lli D.C. di D.C.F. – Fara San Martino s.p.a. hanno depositato memoria ai sensi dell’art. 382 bis.1. c.p.c..

Diritto

CONSIDERATO

Che:

1. con il primo motivo di ricorso parte ricorrente, deducendo violazione e/o falsa applicazione dell’art. 409 c.p.c., n. 3, dell’art. 1372 c.c., nonché dell’art. 115 c.p.c., anche in combinato disposto con gli artt. 228 e 229 c.p.c., censura la sentenza impugnata per non avere posto a fondamento della decisione fatti incontroversi tra le parti, anzi oggetto di confessione da parte della società; in particolare si duole che il rapporto in controversia fosse stato ricondotto all’ambito del procacciamento di affari anziché a quello del contratto di agenzia, come sostenuto da controparte, o a quello di collaborazione coordinata e continuativa, come sostenuto da esso A.; la qualificazione del rapporto come procacciamento di affari si poneva in contrasto sia con le caratteristiche dello stesso quali desumibili dalle emergenze in atti e dalle stesse allegazioni della società convenuta sia con l’elaborazione giurisprudenziale in tema di criteri discretivi tra la figura dell’agente e quella del procacciatore di affari;

2. con il secondo motivo di ricorso parte ricorrente, deducendo violazione e/o falsa applicazione dell’art. 409, c.p.c., n. 3, degli artt. 1362 e 1363 c.c., nonché dell’art. 115 c.p.c., anche in combinato disposto con gli artt. 228 e 229 c.p.c., censura la sentenza impugnata per non avere la Corte territoriale posto a fondamento della decisione fatti (vale a dire la qualificazione come rapporto di agenzia operata dalla società) non specificamente contestati ed anzi, addirittura oggetto di confessione di controparte;

la negazione al rapporto inter partes dei caratteri della collaborazione coordinata e continuativa riconducibile all’art. 409 c.p.c., comma 3 era frutto di una nozione giuridica di coordinamento non conforme al parametro normativo il quale implicava lo svolgimento di attività in collegamento con l’azienda stessa, circostanze queste emergenti dagli elementi rivenienti dalla prova orale e documentale; in una prospettiva concorrente assume violazione delle regole legali di interpretazione con riguardo al contenuto negoziale dell’accordo del 1998 regolante i rapporti tra le parti, più volte reiterato, in particolare con riferimento alla previsione dell’obbligo a carico dell’ A. di rispettare le norme di legge e le disposizioni aziendali ricevute; evidenzia che la ripetuta qualificazione da parte della società del rapporto in essere come di agenzia, intrinsecamente presupponeva il coordinamento dell’attività del lavoratore da parte del datore di lavoro; richiama,inoltre, la previsione di un corrispettivo fisso annuale e non a provvigione, elemento che asserisce incompatibile con il carattere di aleatorietà che connota la causa del contratto di agenzia, come chiarito dalla consolidata giurisprudenza di legittimità sulla quale non era destinata ad incidere l’art. 6 della Direttiva n. 86/653/CE, comunque non recepita sul punto dal D.Lgs. n. 65 del 1999; ai fini della qualificazione del rapporto, infine, alcun rilievo poteva attribuirsi alle conclusioni ai quali erano giunti gli ispettori dell’ENASARCO all’esito di un procedimento al quale esso A. era rimasto del tutto estraneo, conclusioni che assume comunque errate in quanto frutto della valorizzazione di elementi marginali ed accessori;

3. con il terzo motivo di ricorso, deducendo nullità della sentenza e del procedimento – violazione dell’art. 111 Cost., comma 6 -violazione degli artt. 112,115 e 116 c.p.c. e omessa motivazione, denunzia, in sintesi, apparenza di motivazione in ordine alle ragioni alla base del rigetto del terzo motivo di appello con il quale aveva diffusamente argomentato circa la erronea valutazione delle prove testimoniali e la necessità di confronto tra i testimoni avendo questi reso dichiarazioni che mettevano in dubbio la veridicità delle relative deposizioni;

4. il primo motivo di ricorso è inammissibile;

4.1. la Corte di merito, confermando la valutazione del giudice di prime cure, ha ritenuto che nell’attività prestata dall’ A., consistente in sintesi nello svolgimento di attività di acquisizione della clientela, di pubbliche relazioni, di consulenza ecc. non fossero ravvisabili i connotati della collaborazione coordinata e continuativa per non essere la stessa inserita nell’organizzazione aziendale ovvero assoggettata a direttive ed ingerenze da parte dei vertici della società; in particolare ha rilevato il difetto dell’elemento del coordinamento, mancando la prova che l’ A. dovesse collegarsi funzionalmente e strutturalmente con l’organizzazione aziendale, che fosse stato concretamente assoggettato alle direttive della società o subito un’ingerenza nell’espletamento della propria attività; la circostanza che la società aveva inteso (verosimilmente anche in seguito ad ispezione ENASARCO) qualificare il rapporto come di agenzia non implicava il riconoscimento della collaborazione inter partes come coordinata e continuativa, avendo, anzi, la società espressamente negato il carattere coordinato della prestazione e la stabile integrazione dell’ A. nell’organizzazione aziendale; lo svolgimento della attività dedotta, in autonomia e senza ingerenze e direttive, era riconducibile al procacciamento di affari più che allo schema del contratto di agenzia e tanto escludeva l’applicabilità del D.Lgs. n. 276 del 2003, art. 69 posto che l’art. 61 D.Lgs. cit. escludeva espressamente per gli agenti e i rappresentanti di commercio la disciplina prevista in tema di contratto a progetto; analogamente per le ulteriori attività di consulenza circa il marketing ed i processi di produzione aziendale ecc.;

4.2. tanto premesso, la valutazione di inammissibilità del motivoin esame scaturisce dalla considerazione che parte ricorrente mostra di conferire valore di confessione giudiziale, con gli effetti dell’art. 228 c.p.c., alla qualificazione da parte della società del rapporto con l’ A. come rapporto di agenzia; tale prospettazione è viziata da un errore di diritto in quanto non considera che la confessione deve avere ad oggetto fatti obiettivi e non anche la relativa qualificazione giuridica che è rimessa alla valutazione esclusiva del giudice (Cass. n. 5725/2019, n. 21509/2011, n. 3453/1971);

4.3. la inammissibilità delle ulteriori critiche articolate dal ricorrente scaturisce dalla considerazione che esse sono intese a sollecitare direttamente una diversa ricostruzione fattuale del rapporto; ciò in contrasto sia con i limiti del sindacato di legittimità (Cass. n. 24679/2013, n. 2197/2011, n. 20455/2006, n. 7846/2006, n. 2357/2004) sia con la preclusione scaturente, ai sensi dell’art. 348, ter dalla esistenza di “doppia conforme” non avendo parte ricorrente, come suo onere, indicato le ragioni di fatto poste a base della decisione di primo grado e quelle poste a base della sentenza di rigetto dell’appello, dimostrando che esse sono tra loro diverse (Cass. n. 5528/2018, n. 19001/2016; n. 26774/2016);

4.4. infine, è inidonea alla valida censura della decisione la critica alla qualificazione del rapporto inter partes come di procacciamento di affari, critica fondata sul carattere di stabilità assunto dallo stesso, protrattosi per quindici anni, laddove la Corte di merito ha dimostrato di ritenere dirimente l’assenza dell’elemento del coordinamento tra l’ A. e l’organizzazione della società nonché di una qualche ingerenza di quest’ultima nell’attività dell’ A., elementi che in radice impediscono di ricondurre l’attività prestata dall’odierno ricorrente in favore della società all’ambito della collaborazione coordinata e continuativa;

5. il secondo motivo di ricorso è inammissibile;

5.1. premesso quanto osservato al paragrafo 4.2. in tema di oggetto della confessione, si rileva che la sentenza impugnata è frutto di un concreto accertamento di fatto in relazione alle modalità di svolgimento del rapporto che non può più essere messo in discussione per il principio della “doppia conforme”; tale accertamento non è incrinato né incrinabile dalla deduzione relativa alla violazione delle regole di interpretazione del contratto con riferimento all’accordo tra le parti rinnovatosi annualmente in quanto incentrata sul momento genetico del rapporto e non sul concreto svolgimento dello stesso quale accertato dal giudice di merito; può ulteriormente soggiungersi che la valutazione della Corte di merito, che ha escluso rilievo dirimente alla previsione pattizia che imponeva all’ A. “di rispettare secondo le norme di legge e le disposizioni aziendali ricevute” in ragione della genericità del riferimento a tale obbligo, non risulta validamente censurata sotto il profilo della violazione dei canoni ermeneutici per non essere la relativa deduzione articolata con modalità conformi alle prescrizioni di questa Corte; secondo il giudice di legittimità, infatti, per inficiare l’interpretazione di un contratto non è sufficiente l’astratto riferimento alle regole legali di ermeneutica, ma è necessaria la specificazione dei canoni in concreto violati, con la precisazione del modo e delle considerazioni attraverso i quali il giudice se ne è discostato mentre la denuncia del vizio di motivazione dev’essere, invece, effettuata mediante la precisa indicazione delle lacune argomentative, ovvero delle illogicità consistenti nell’attribuzione agli elementi di giudizio di un significato estraneo al senso comune, oppure con l’indicazione dei punti inficiati da mancanza di coerenza logica, e cioè connotati da un’assoluta incompatibilità razionale degli argomenti, sempre che questi vizi emergano appunto dal ragionamento logico svolto dal giudice di merito, quale risulta dalla sentenza. In ogni caso, per sottrarsi al sindacato di legittimità, non è necessario che quella data dal giudice sia l’unica interpretazione possibile, o la migliore in astratto, sicché, quando di una clausola siano possibili due o più interpretazioni, non è consentito alla parte, che aveva proposto l’interpretazione disattesa dal giudice, dolersi in sede di legittimità del fatto che ne sia stata privilegiata un’altra (Cass. n. 19044/2010, n. 15604/2007, in motivazione, n. 4178/2007) dovendosi escludere che la semplice contrapposizione dell’interpretazione proposta dal ricorrente a quella accolta nella sentenza impugnata, come nel caso di specie, rilevi ai fini dell’annullamento di quest’ultima (Cass. n. 14318/2013, n. 23635/2010);

5.2. prive di pregio si rivelano le deduzioni in tema di elementi distintivi del contratto di agenzia rispetto a quelle di procacciamento di affari e la dedotta assenza di aleatorietà del rapporto stipulato tra le parti per la previsione di un corrispettivo fisso, elemento questo intrinsecamente inidonee a d incidere sul concreto accertamento del giudice di merito relativo alla non riconducibilità del rapporto accertato all’area della collaborazione coordinata e continuativa;

6. il terzo motivo di ricorso è infondato;

6.1. è da premettere che con il motivo in esame parte ricorrente, pur formalmente denunziando anche violazione del principio di corrispondenza tra il chiesto ed il pronunciato, deduce la nullità della sentenza per apparenza di motivazione; la prima censura è infondata posto che la statuizione adottata dalla Corte di appello, implicava il rigetto implicito delle critiche alla sentenza di primo grado in punto di corretta interpretazione delle risultanze istruttorie; neppure sussiste apparenza di motivazione – che la giurisprudenza parifica, quanto alle conseguenze giuridiche, alla motivazione in tutto o in parte mancante – configurabile allorquando pur non mancando un testo della motivazione in senso materiale, lo stesso non contenga una effettiva esposizione delle ragioni alla base della decisione, nel senso che le argomentazioni sviluppate non consentono di ricostruire il percorso logico – giuridico alla base del decisum;

6.2. la Corte di merito infatti ha chiarito in maniera argomentata le ragioni per le quali ha ritenuto assente il coordinamento, inteso come collegamento funzionale e strutturale tra l’attività demandata all’ A. e l’organizzazione dell’impresa, evidenziando che tanto non era emerso né dalla deposizione dei testi citati dall’appellante, “i quali operando fuori dall’azienda non hanno saputo riferire nulla circa i rapporti interni tra le parti non essendo neppure a conoscenza degli incarichi attribuiti all’ A. e, quindi, tantomeno se il medesimo avesse ricevuto direttive dalla committente “, né dalla documentazione prodotta (sentenza, pag. 6), dovendosi escludere la necessità che il giudice del merito dia conto in motivazione del fatto di aver valutato analiticamente tutte le risultanze processuali, né che confuti ogni singola argomentazione prospettata dalle parti (Cass. n. 14972/2006);

7. al rigetto del ricorso segue il regolamento delle spese di lite secondo soccombenza.

8. sussistono i presupposti processuali per il versamento da parte del ricorrente dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello, ove dovuto, per il ricorso a norma del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 bis (Cass. Sez. Un. 20/09/2019 n. 23535).

P.Q.M.

La Corte rigetta il ricorso. Condanna parte ricorrente alla rifusione delle spese di lite che liquida in favore di ciascuna parte controricorrente in Euro 4.500,00 per compensi professionali, Euro 200,00 per esborsi, oltre spese forfettarie nella misura del 15% e accessori come per legge.

Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater dà atto della sussistenza dei presupposti processuali per il versamento da parte del ricorrente dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello previsto per il ricorso a norma dello stesso art. 13, comma 1 bis se dovuto.

Così deciso in Roma, il 21 gennaio 2021.

Depositato in Cancelleria il 19 agosto 2021

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