Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 2315 del 30/01/2018


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Civile Ord. Sez. 6 Num. 2315 Anno 2018
Presidente: CIRILLO ETTORE
Relatore: MANZON ENRICO

ORDINANZA
sul ricorso 28024-2016 proposto da:
AGENZIA DELLE ENTRATE C.F. 06363391001, in persona del
Direttore pro tempore, elettivamente domiciliata in ROMA, VIA DEI
PORTOGHESI 12, presso l’AVVOCATURA GENERALE DELLO
STATO, che la rappresenta e difende ope legis;

– ricorrente contro
SHOPPING 77 DI TORRONI SIMONE & CO SAS, in persona del
legale rappresentante pro tempore, elettivamente domiciliata in
ROMA, VIA GUIDO D’AREZZO 2, presso lo studio dell’avvocato
VITTORIO 13 IRLINI, che la rappresenta e difende;

– resistente –

Data pubblicazione: 30/01/2018

avverso la sentenza n. 2671/40/2016 della COMMISSIONE
TRIBUTARIA REGIONALE di ROMA SEZIONE DISTACCATA
di LATINA, depositata il 04/05/2016;
udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio non
partecipata del 21/12/2017 dal Consigliere Dott. ENRICO

Disposta la motivazione semplificata su concorde indicazione del
Presidente e del Relatore.
Rilevato che:
Con sentenza in data 17 febbraio 2016 la Commissione tributaria
regionale del Lazio, sezione distaccata di Latina, respingeva l’appello
proposto dall’Agenzia delle entrate, ufficio locale, avverso la sentenza
n. 17/2/12 della Commissione tributaria provinciale di Frosinone che
aveva accolto il ricorso della Shopping 77 di Torroni Simone & Co. sas
contro il diniego di condono per imposte erariali 1990-1992-1993. La
CFR osservava in particolare che la definizione agevolata risultava
conforme alle previsioni normative in ordine alle modalità ed ai tempi
(art. 12, legge 289/2002), sicchè ne risultava l’illegittimità del
provvedimento negativo impugnato.
Avverso la decisione ha proposto ricorso per cassazione l’ Agenzia
delle entrate deducendo due motivi.
L’intimata società contribuente non si è difesa.
Considerato che:
Con il primo motivo —ex art. 360, primo comma, n. 4, cod. proc. civ.l’agenzia fiscale ricorrente denuncia di nullità la sentenza impugnata
per la violazione dell’art. 112, cod. proc. civ., poiché la CTR non si è
pronunciata sulla sua eccezione impeditiva basata sul tardivo
versamento delle somme dovute in seguito all’accesso alla definizione

Ric. 2016 n. 28024 sez. MT – ud. 21-12-2017
-2-

I. \N ZON

agevolata di cui all’art. 12, legge 289/2002 e di inapplicabilità della
disciplina dell’ “errore scusabile”.
La censura è infondata.
Il giudice tributario di appello infatti ha incentrato la propria decisione
proprio sulla questione oggetto del rilievo de quo ancorchè in termini

Con il secondo motivo —ex art. 360, primo comma, n. 3, cod. proc.
civ.- l’agenzia fiscale ricorrente appunto lamenta la violazione/falsa
applicazione dell’art. 12, legge 289/2002, poiché la CTR ha affermato
l’illegittimità del provedimento di diniego della definizione agevolata da
tale disposizione legislativa prevista nonostante il tardivo versamento
della seconda rata.
La censura è fondata.
Va ribadito che «La sanatoria prevista dall’art. 12 della 1. n. 289 del
2000 costituisce una forma di condono clemenziale applicabile in
relazione a cartelle esattoriali relative ad IRPEF ed ILOR incluse in
ruoli emessi da uffici statali e affidati ai concessionari del servizio
nazionale della riscossione fino al 31 dicembre 2000 mediante il
pagamento del 25 per cento dell’importo iscritto a ruolo, sicché,
essendo pienamente certo il “quantum” da versarsi per definire
favorevolmente la lite fiscale, l’efficacia della sanatoria è condizionata
al pagamento dell’intero importo dovuto e l’omesso o ritardato
versamento delle rate successive alla prima escludono il verificarsi della
definizione della lite pendente» (Sez. 6 – 5, Ordinanza n. 11669 del
07/06/2016, Rv. 640044

01).

Nel caso di specie è asseverato che:
-i ruoli de quibus sono stati affidati all’Agente della riscossione entro il
31 dicembre 2000 (v. prospetti contabili trascritti nel ricorso);

Ric. 2016 n. 28024 sez. MT – ud. 21-12-2017
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giuridicamente erronei, come si dirà esaminando la seconda censura.

-la società contribuente ha versato la prima rata nel termine previsto
dall’art. 12, comma 2, legge 289/2002 (versamento il 16 maggio 2003,
termine prorogato al 16 ottobre 2003), ma ha poi versato il saldo
tardivamente ossia il 20 giugno 2007 (così la stessa contribuente nel
ricorso introduttivo della lite, passaggio riportato per autosufficienza

legislativa il 16 aprile 2004.
Non è quindi dubbio che il condono “clemenziale” in questione non si
è perfezionato, da cui la legittimità del diniego opposto dall’Ente
impositore.
Il ricorso va dunque accolto in relazione al secondo motivo, rigettato il
primo motivo, la sentenza impugnata va cassata e, decidendosi nel
merito non essendo necessari ulteriori accertamenti di fatto, il ricorso
originario della società contribuente va respinto.
Stante l’esito alterno dei giudizi di merito, risulta equo compensarne le
spese processuali correlative.
Le spese del giudizio di legittimità devono invece essere attribuite
secondo il generale principio della soccombenza e vengono liquidate
come in dispositivo.
PQM
1,a Corte, rigetta il primo motivo di ricorso, accoglie il secondo
motivo, cassa la sentenza impugnata e decidendo nel merito rigetta il
ricorso originario della contribuente; compensa le spese dei gradi di
merito; condanna la società contribuente intimata al pagamento delle
spese del giudizio di legittimità che liquida in
prenotate a debito.
Così deciso in Roma, 21 dicembre 2017

CUTO

5.000 oltre spese

nel ricorso), essendo il termine previsto dalla citata disposizione

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