Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 23148 del 14/11/2016


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Cassazione civile sez. lav., 14/11/2016, (ud. 09/06/2016, dep. 14/11/2016), n.23148

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE LAVORO

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. AMOROSO Giovanni – Presidente –

Dott. VENUTI Pietro – Consigliere –

Dott. MANNA Antonio – Consigliere –

Dott. NEGRI DELLA TORRE Paolo – Consigliere –

Dott. DE GREGORIO Federico – rel. Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

SENTENZA

sul ricorso 3689/2014 proposto da:

G.L., C.F. (OMISSIS), elettivamente domiciliata in ROMA,

VIA AGRI 1, presso lo studio dell’avvocato PASQUALE NAPPI, che la

rappresenta e difende unitamente all’avvocato MARCO PICCHI, giusta

delega in atti;

– ricorrente –

contro

POSTE ITALIANE S.P.A., C.F. (OMISSIS), in persona del legale

rappresentante pro tempore, elettivamente domiciliata in ROMA, VIA

PO 25-B, presso lo studio dell’avvocato ROBERTO PESSI, che la

rappresenta e difende, giusta delega in atti;

– controricorrente –

avverso la sentenza n. 1198/2012 della CORTE D’APPELLO di FIRENZE,

depositata il 29/01/2013 R.G.N. 18/2012;

udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del

09/06/2016 dal Consigliere Dott. FEDERICO DE GREGORIO;

udito l’Avvocato HYERACI LUCIO per delega verbale Avvocato PESSI

ROBERTO;

udito il P.M., in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott.

SERVELLO Gianfranco, che ha concluso per l’inammissibilità del

ricorso, in subordine rigetto.

Fatto

SVOLGIMENTO DEL PROCESSO

Con ricorso in data 12 gennaio 2012 G.L. appellava la sentenza pronunciata dal giudice del lavoro di Grosseto, emessa l’unici gennaio 2011, con la quale, all’esito della espletata istruttoria, veniva respinta l’impugnazione del licenziamento disciplinare intimato all’attrice da Poste italiane S.p.A. con lettera del 27 febbraio 2007.

L’appellante aveva lamentato l’erroneità della decisione, ritenendo quantomeno dubbi gli elementi oggettivi forniti da parte datoriale a sostegno dei fatti ascritti, inesistente il dolo della lavoratrice -che soltanto avrebbe potuto giustificare la misura esclusiva adottata – con la conseguente sproporzione della sanzione applicata.

La Corte di Appello di Firenze con sentenza n. 1198 del 6 novembre 2012 / 29 gennaio 2013 rigettava l’interposto gravame, condannando la G. al pagamento delle relative spese. Osservava che in base agli elementi raccolti i fatti non potevano essere messi in discussione, avendo trovato ampia conferma testimoniale, correttamente richiamata dalla sentenza di primo grado, e che gli stessi non potevano non essere imputati alla ricorrente, dal momento che tutte le operazioni in contestazione erano state eseguite nella postazione di lavoro della stessa e nelle giornate in cui ella non era stata assente dal lavoro.

In relazione alla asserita mancata prova del dolo, la Corte fiorentina riteneva che l’affermazione contenuta nel impugnata sentenza (secondo cui i comportamenti tenuti dalla ricorrente, anche a prescindere dalla prova di fatto di dolosa appropriazione indebita, dovevano essere invero considerati in sè e per sè quanto meno gravemente negligenti e dunque idonei ad integrare la giusta causa licenziamento ex art. 2119 c.c., avendo reso impossibile la prosecuzione anche temporanea del rapporto di lavoro) aveva ingenerato un falso problema. Infatti, ciò che veniva in rilievo nel caso esaminato era la circostanza, per cui nessuna delle operazioni (“errate”) eseguite dalla lavoratrice (ed a costei quest’ultima contestate) era stata seguita dalle immediata restituzione al cliente delle somme già versate e soprattutto che nonostante ciò le quotidiane chiusure di cassa fatte dalla G. non avevano fatto mai emergere eccedenze, anche quando erano state constatate nel corso della giornata dalla direttrice dell’ufficio postale.

Questa “copertura” era assolutamente inverosimile che fosse dipesa da errore e qualificava disciplinarmente anche in termini soggettivi la condotta della lavoratrice. Nè costei poteva trincerarsi utilmente dietro lo schermo di uno stato psicologico alterato da fatti nel frattempo occorsi, dal momento che la documentazione medica allegata non forniva la prova che gli incidenti avessero comportato uno stato patologico a livello psichico, che esigesse terapie farmacologiche continuative, tanto meno idonee ad alterare la sua capacità mnemonica. La reiterazione delle condotte, ancorchè ognuna di minima rilevanza economica, non ne sminuiva il disvalore, anzi lo aggravava in ragione dell’apparente futilità, così da rendere inaffidabile sua prestazione di lavoro.

Avverso tale pronuncia ha proposto ricorso per cassazione G.L. con atto notificato il 29 gennaio 2014 a seguito di richiesta del precedente giorno 28, affidato a due motivi.

Con il primo la ricorrente ha lamentato violazione e falsa applicazione dell’art. 2697 c.c., art. 115 c.p.c. e art. 420 c.p.c., comma 5, in relazione all’art. 360 c.p.c., n. 3.

Il giudice di appello, secondo la G., aveva ingiustamente, immotivatamente e contraddittoriamente negato la possibilità di dimostrare, tramite c.t.u. medico-legale, di cui era stata ritualmente rinnovata la richiesta, che le irregolarità contestatele fossero state determinate dalle proprie particolari precarie condizioni psicofisiche, così da alterare la volontarietà (il dolo) di tale condotta.

Infatti, era pacifico che nel periodo, anteriore ai fatti di cui è causa, la dipendente era stata suo malgrado vittima di ben tre incidenti stradali (settembre 2014, febbraio 2015 e aprile 2006). Contrariamente a quanto affermato nella impugnata sentenza, nel corso del giudizio di primo grado era stata prodotta copiosa certificazione medica (relazioni medico-legali del 12 settembre 2007, 24 luglio 2006 e 29 giugno 2007, 12 luglio 2006, agosto 2007…), attestante che in conseguenza dei suddetti incidenti essa ricorrente era stata costretta ad assumere una serie di farmaci – in particolare antivertiginosi, antalgici e ansiolitici – che in concorso con disturbi psichici, conseguenti ai menzionati eventi traumatici, avevano comportato tutta una serie di effetti secondari, quali in particolare alterazioni della memoria, cefalea, sonnolenza, confusione mentale, riduzione della capacità cognitiva, amnesia e alterazioni del comportamento. Era, dunque, assolutamente possibile che le irregolarità contabili oggetto della contestazione disciplinare fossero state determinate dai disturbi di tipo psichico, che avevano purtroppo afflitto la ricorrente in epoca successiva al secondo incidente, impedendole, unitamente agli effetti di farmaci assunti, di svolgere in modo efficiente il proprio lavoro. Si sarebbe dunque trattato, in ipotesi, di atti involontari, appunto perchè favoriti dalla malattia e dai farmaci assunti, dovendosi radicalmente escludere, in tal caso, non solo la sussistenza di quel disegno criminoso, sotteso evidentemente all’applicazione del licenziamento in tronco, ma anche qualsiasi addebito di negligenza, che presupponeva la consapevole prestazione di attività lavorativa senza quindi rispettare i prescritti canoni diligenza. Pertanto, ingiustamente era stato negato il diritto all’attrice di procedere all’accertamento medico-legale, già richiesto in prime cure, appunto al fine dell’accertamento dell’elemento soggettivo e della condotta contestata in sede disciplinare, a verificare quali effetti potessero aver avuto nell’attività lavorativa le patologie psichiche conseguenti ad infortuni subiti ed ai farmaci assunti per il trattamento delle stesse.

Con il secondo motivo la ricorrente ha denunciato violazione e falsa applicazione degli artt. 51, 52,53 54 C.C.N.L., in relazione all’art. 360 c.p.c., n. 3, in quanto la sentenza di appello in ogni caso contrastava con i principi di gradualità e proporzionalità delle sanzioni disciplinari, ribaditi anche dall’art. 52, comma 4, del contratto collettivo, tenuto conto delle somme di cui alle operazioni di cassa contestate, che ammontavano complessivamente a poche decine di euro, e che mai in precedenza essa ricorrente era stata destinataria di contestazioni di sorta. Pertanto, la condotta ascritta era riconducibile alla fattispecie di cui all’art. 53, comma 3, lett. d), oppure a quella di cui alla successiva lett. n), entrambe le quali contemplavano come sanzione la sospensione dei servizio con privazione della retribuzione sino a dieci giorni, e non già il licenziamento.

Ha resistito all’impugnazione avversaria la S.p.a. POSTE ITALIANE mediante controricorso, notificato il 12 marzo 2014 a seguito di richiesta del precedente 7 marzo, eccependo l’inammissibilità e l’infondatezza di entrambi i motivi addotti da controparte, cui ha fatto seguito il deposito di memoria ex art. 378 c.p.c., in vista della pubblica udienza fissata al 9 giugno 2016.

Diritto

MOTIVI DELLA DECISIONE

Il ricorso va respinto in base alle seguenti considerazioni.

Preliminarmente, deve rilevarsi come parte ricorrente abbia omesso, tra l’altro, di riportare, ancorchè succintamente, i termini della contestazione disciplinare mossale da POSTE ITALIANE, da cui è poi derivato l’impugnato licenziamento, non essendo a tal riguardo sufficiente il mero riferimento alla nota di addebiti in data 24 gennaio 2007, relativi ai vari episodi di presunta appropriazione indebita di somme di danaro dal 21 al 30 settembre 2006, dal 28 agosto all’otto settembre 2006 e dal 5 ai 26 aprile dello stesso anno. Nè il ricorso contiene un qualche preciso riferimento alla produzione di parte, laddove potrebbe essere stata depositata la suddetta lettera di contestazione disciplinare, non bastando di certo al riguardo il generico indice dei documenti in calce al ricorso, nel quale peraltro, a parte la menzione dell’originale del ricorso medesimo, della copia dell’impugnata sentenza, dell’istanza di trasmissione ex art. 369 c.p.c., u.c., vi è soltanto l’indicazione del fascicolo di parte del giudizio di appello.

Attesa l’evidenziata carenza, dunque, neanche è possibile comprendere appieno la portata delle critiche mosse con il primo motivo di ricorso.

Parimenti va evidenziata la carenza documentale inerente al secondo motivo, laddove si assumono violate le succitate disposizioni del non meglio indicato c.c.n.l. Poste, di modo che neanche è dato sapere se, dove, come e quando sia stato prodotto tale contratto collettivo, nè se sia stato depositato nel suo testo integrale almeno per questo giudizio di legittimità.

Per contro, l’art. 366 c.p.c., prescrive, a pena d’inammissibilità, che il ricorso deve contenere, tra l’altro, oltre all’esposizione, ancorchè sommaria (ossia in modo sintetico, ma sufficientemente completo), dei fatti della causa, anche (comma 1, n. 6) la specifica indicazione degli atti processuali, dei documenti e dei contratti o accordi collettivi sui quali il ricorso si fonda. A sua volta, poi, l’art. 369 c.p.c., stabilisce che insieme col ricorso debbono essere depositati, sempre a pena di improcedibilità:…4) gli atti processuali, i documenti, i contratti o accordi collettivi sui quali il stesso ricorso si fonda.

Dunque, attesa l’evidente improcedibilità per il secondo motivo di ricorso, quanto poi al primo, a parte il rilevato difetto di autosufficienza, non solo in effetti la ricorrente finisce per pretendere inammissibilmente in sede di legittimità la rivisitazione di circostanze di fatto, motivatamente e congruamente già apprezzate dal competente giudice di merito, ma nemmeno indica con precisione quali sarebbero stati gli errori di diritto commessi con la sentenza d’appello in relazione all’art. 2697 c.c., artt. 115 e 420 c.p.c..

Ed invero, il giudice non è obbligato ad ammettere i mezzi di prova richiesti dalle parti, laddove la causa risulti già matura per la decisione (perchè involga soltanto questioni di diritto, oppure in quanto risultino sufficienti le sole produzioni documentali, o in base a circostanze di fatto pacifiche o comunque debitamente allegate ma non idoneamente contestate), nè tanto meno a disporre consulenze tecniche di ufficio (nella specie medico – legali).

La consulenza tecnica d’ufficio, infatti, è mezzo istruttorio (e non una prova vera e propria) sottratta alla disponibilità delle parti ed affidata al prudente apprezzamento del giudice di merito, rientrando nel suo potere discrezionale la valutazione di disporre la nomina dell’ausiliario giudiziario e la motivazione dell’eventuale diniego può anche essere implicitamente desumibile dal contesto generale delle argomentazioni svolte e dalla valutazione del quadro probatorio unitariamente considerato effettuata dal suddetto giudice (Cass. 1 civ. n. 15219 del 5/7/2007. Conforme Cass. lav. n. 9461 dei 21/04/2010.

In senso analogo, Cass. 2 n. 5422 del 15/04/2002, secondo cui la consulenza tecnica non costituisce un mezzo di prova, ma è finalizzata all’acquisizione, da parte del giudice del merito, di un parere tecnico necessario, o quanto meno utile, per fa valutazione di elementi probatori già acquisiti o per la soluzione di questioni che comportino specifiche conoscenze. La nomina del consulente rientra, quindi, nel potere discrezionale di tale giudice, che può provvedervi anche senza alcuna richiesta delle parti, sicchè ove una richiesta di tale genere venga formulata dalla parte essa non costituisce una richiesta istruttoria in senso tecnico ma una mera sollecitazione rivolta al giudice perchè questi, avvalendosi dei suoi poteri discrezionali, provveda al riguardo. V. altresì Cass. II n. 6479 del 6/5/2002, nonchè Cass. 3 n. 4660 del 2/3/2006). D’altro canto, il principio relativo all’onere della prova, di cui all’art. 2697 c.c., non implica affatto che la dimostrazione dei fatti costitutivi del diritto preteso debba ricavarsi esclusivamente dalle prove offerte da colui che è gravato del relativo onere, senza poter utilizzare altri elementi probatori acquisiti al processo, poichè nel vigente ordinamento processuale, vale il principio di acquisizione, secondo il quale le risultanze istruttorie, comunque ottenute e quale che sia la parte ad iniziativa o ad istanza della quale sono formate, concorrono tutte, indistintamente, alla formazione del convincimento del giudice, senza che la diversa provenienza possa condizionare tale formazione in un senso o nell’altro (Cass. 5 n. 739 del 19/01/2010. In senso analogo, tra le altre, v. Cass. 3 n. 15408 del 10/08/2004, id. n. 2285 del 2/2/2006).

Dunque, il ricorso va respinto, con la condanna alle spese della parte rimasta soccombente, tenuta altresì al versamento dell’ulteriore contributo unificato come per legge.

P.Q.M.

la Corte RIGETTA il ricorso e condanna la ricorrente al pagamento delle spese, che liquida, a favore della società controricorrente, in Euro 4000,00 (quattromila/00) per compensi professionali, oltre Euro 100,00 per esborsi ed oltre spese generali al 15% nonchè accessori di legge.

Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, dà atto della sussistenza dei presupposti per il versamento, da parte della ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato, pari a quello dovuto per il ricorso, a norma dello stesso art. 13, comma 1-bis.

Così deciso in Roma, il 9 giugno 2016.

Depositato in Cancelleria il 14 novembre 2016

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