Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 23133 del 22/10/2020

Cassazione civile sez. I, 22/10/2020, (ud. 10/07/2020, dep. 22/10/2020), n.23133

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE PRIMA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. DE CHIARA Carlo – Presidente –

Dott. FERRO Massimo – Consigliere –

Dott. MARULLI Marco – Consigliere –

Dott. MERCOLINO Guido – Consigliere –

Dott. AMATORE Roberto – rel. Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso n. 8833/2019 r.g. proposto da:

I.E.A.A., (cod. fisc. provvisorio (OMISSIS)), rappresentato

e difeso, giusta procura speciale apposta in calce al ricorso,

dall’Avvocato Corrado Viazzo, con cui elettivamente domicilia presso

l’indirizzo di posta del difensore;

– ricorrente –

contro

MINISTERO DELL’INTERNO, (cod. fisc. (OMISSIS)), in persona del legale

rappresentante pro tempore il Ministro;

– intimato –

avverso il decreto del Tribunale di Bologna, depositato in data 16

gennaio 2019;

udita la relazione della causa svolta nella Camera di consiglio del

10/7/2020 dal Consigliere Dott. Roberto Amatore.

 

Fatto

RILEVATO

Che:

1. Con il decreto impugnato il Tribunale di Bologna ha respinto la domanda di protezione internazionale ed umanitaria avanzata da I.E.A.A., cittadino (OMISSIS), dopo il diniego di tutela da parte della locale commissione territoriale, confermando, pertanto, il provvedimento reso in sede amministrativa.

Il tribunale ha ricordato, in primo luogo, la vicenda personale del richiedente asilo, secondo quanto riferito da quest’ultimo; egli ha infatti narrato: i) di essere nato in (OMISSIS) e di aver lavorato come fruttivendolo; ii) di essere stato costretto ad emigrare dal suo paese perchè in gravi condizioni economiche.

Il tribunale ha ritenuto che: a) non erano fondate le domande volte al riconoscimento dello status di rifugiato e della protezione sussidiaria, del D.Lgs. n. 251 del 2007, sub art. 14, lett. a e b, in ragione della mancata allegazione da parte del ricorrente di una effettiva condizione di persecuzione in danno di quest’ultimo ovvero di una condizione di danno prevista dal sopra richiamato art. 14 b); non era fondata neanche la domanda di protezione sussidiaria del D.Lgs. n. 251 del 2007, ex art. 14, lett. c, in ragione dell’assenza di un rischio-paese riferito al Marocco, paese di provenienza del richiedente, collegato ad un conflitto armato generalizzato; c) non poteva accordarsi tutela neanche sotto il profilo della richiesta protezione umanitaria, posto che il ricorrente non aveva dimostrato una sua condizione di soggettiva vulnerabilità e perchè non era stata neanche provata una condizione di estrema indigenza, non rilevando a tal fine neanche la presenza in Italia degli zii materni, come persone ormai integrate nel contesto sociale italiano.

2. Il decreto, pubblicato il 16 gennaio 2019, è stato impugnato da I.E.A.A. con ricorso per cassazione, affidato a tre motivi.

L’amministrazione intimata non ha svolto difese.

Diritto

CONSIDERATO

Che:

1. Con il primo motivo il ricorrente lamenta, ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, violazione e falsa applicazione del D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 3 e D.Lgs. n. 25 del 2008, artt. 8 e 27. Si denuncia l’erronea valutazione del profilo di credibilità del ricorrente, nonostante la nuova audizione giudiziale di quest’ultima, nonchè l’omessa valutazione della documentazione versata in atti al fine di dimostrare la situazione di radicamento sociale in Italia della sua famiglia materna e si stigmatizza anche l’omessa attivazione dei poteri istruttori dei giudici del merito, al fine di meglio valutare le condizioni del suo paese di provenienza, il Marocco, come paese che non riesce a garantire un’esistenza dignitosa ai suoi cittadini.

2. Il secondo mezzo deduce violazione e falsa applicazione, ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, D.Lgs. n. 286 del 1998, art. 5, comma 6 e art. 19, in ordine al diniego della reclamata protezione umanitaria.

3. Con il terzo motivo si censura il provvedimento impugnato, ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, per violazione e falsa applicazione dell’art. 2 Cost. e dell’art. 8Cedu.

4. Il ricorso è inammissibile.

4.1 Già il primo motivo è inammissibile.

La censura mossa dal ricorrente non coglie, invero, la ratio decidendi della motivazione impugnata che, in relazione al profilo del diniego del richiesto status di rifugiato e della protezione sussidiaria D.Lgs. n. 251 del 2007, ex art. 14, lett. a e b, non fonda la decisione di rigetto delle relative domande su uno scrutinio negativo del racconto del richiedente che, anzi, viene posto alla base del predetto provvedimento di diniego, e ciò proprio in riferimento alla riferita necessità di emigrare per stringenti necessità economiche. Ne consegue che la censura mossa alla valutazione di non credibilità del ricorrente (valutazione – come detto – mai espressa dal tribunale emiliano) si pone “fuori fuoco” rispetto alle ragioni poste a sostegno della decisione impugnata e determina il sicuro insuccesso delle doglianze così veicolate da parte del ricorrente.

Ed invero, il ricorrente ha riferito che le ragioni della sua emigrazione dal paese di origine erano collegate alla condizione di estrema indigenza della sua famiglia e il tribunale ha correttamente evidenziato che la fattispecie concreta allegata dal richiedente per invocare la richiesta protezione internazionale non rientrava nel paradigma applicativo della disciplina protettiva dettata dal D.Lgs. n. 251 del 2007 e ciò con particolare riferimento al richiesto riconoscimento dello status di rifugiato e della protezione sussidiaria sempre D.Lgs. n. 251, ex art. 14, lett. a e b, sopra richiamato.

A fronte di questa chiara (e condivisibile, dal punto di vista giuridico) motivazione espressa dal tribunale, il ricorrente ha incomprensibilmente impugnato una presunta valutazione negativa dei giudici del merito in relazione al profilo di credibilità del ricorrente, valutazione, invece, mai espressa da parte del tribunale.

4.2 Ad analoga conclusione di inammissibilità deve pervenirsi in relazione anche al secondo motivo di censura, articolato in riferimento al diniego della richiesta protezione umanitaria.

In realtà, occorre anche qui evidenziare che la censura non colga in alcun modo le rationes decidendi della motivazione impugnata, che fonda la decisione negativa sull’affermata mancanza di una condizione di vulnerabilità soggettiva del richiedente e per la mancata dimostrazione di una seria integrazione sociale di quest’ultimo, spostando, invece, la censura proposta l’impugnazione su circostanze fattuali (peraltro, anche genericamente formulate) del tutto irrilevanti a fini della decisione sulla invocata protezione umanitaria, e cioè sul profilo della integrazione sociale della famiglia materia (e cioè degli zii materni).

4.3 Anche il terzo motivo è inammissibile per le medesime ragioni già evidenziate, in relazione al secondo profilo di censura, e cioè in conseguenza dell’evidente genericità di allegazione delle doglianze formulate, che, al solito, ripetono, sotto l’egida formale del vizio di violazione di legge, valutazioni fattuali in relazione alla condizione della famiglia del ricorrente.

Nessuna statuizione è dovuta per le spese del giudizio di legittimità, stante la mancata difesa dell’amministrazione intimata.

Per quanto dovuto a titolo di doppio contributo, si ritiene di aderire all’orientamento già espresso da questa Corte con la sentenza n. 9660-2019.

P.Q.M.

dichiara inammissibile il ricorso.

Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, inserito dalla L. n. 228 del 2012, ex art. 14, lett. a e b, dà atto della sussistenza dei presupposti per il versamento, da parte del ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello, se dovuto, per il ricorso principale, a norma dello stesso art. 13, comma 1-bis.

Così deciso in Roma, il 10 luglio 2020.

Depositato in Cancelleria il 22 ottobre 2020

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