Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 23131 del 14/11/2016

Cassazione civile sez. II, 14/11/2016, (ud. 20/07/2016, dep. 14/11/2016), n.23131

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SECONDA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. MAZZACANE Vincenzo – Presidente –

Dott. PICARONI Elisa – rel. Consigliere –

Dott. GRASSO Giuseppe – Consigliere –

Dott. SCALISI Antonino – Consigliere –

Dott. FALABELLA Massimo – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

SENTENZA

sul ricorso 14547/2015 proposto da:

INTER PARTNER ASSISTANCE S.A., C.F. (OMISSIS), in persona del

Rappresentante Generale per l’Italia, Dott.

C.S.J.S., elettivamente domiciliata in ROMA, VIA SAN NICOLA DA

TOLENTINO 67, presso lo studio dell’avvocato STEFANO PARLATORE, che

la rappresenta e difende unitamente all’avvocato PAOLO POTOTSCHNIG;

– ricorrente –

contro

OMNIA DI T. L. & C. s.a.s., in persona del legale

rappresentante pro tempore, L.A. (OMISSIS), elettivamente

domiciliati in ROMA, VIA BOCCA DI LEONE 78, presso lo studio

dell’avvocato GIOVANNI PESCE, che li rappresenta e difende

unitamente agli avvocati VINCENZO DONATIVI, CURZIO CICALA;

– controricorrenti –

e contro

L.A.;

– intimato –

avverso la sentenza n. 186/2015 della CORTE D’APPELLO di LECCE,

depositata il 17/03/2015;

udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del

20/07/2016 dal Consigliere Dott. ELISA PICARONI;

udito l’Avvocato FEDERICA DE SIMONE, con delega dell’Avvocato PAOLO

POTOTSCHNIG difensore della ricorrente, che si è riportata alla

ricorso ed alla memoria;

udito l’Avvocato GIOVANNI PESCE e CURZIO CICALA, difensori della

controricorrente, che ha chiesto di riportarsi agli scritti, al

controricorso ed alla memoria;

udito il P.M., in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott.

CAPASSO Lucio, che ha concluso per il rigetto del ricorso.

Fatto

RITENUTO IN FATTO

1. – E’ impugnata la sentenza della Corte d’appello di Lecce, depositata il 17 marzo 2015 e notificata il 2 aprile 2015, che ha accolto l’appello proposto da L.A. e da OMNIA di T. L. & C. s.a.s. avverso la sentenza del Tribunale di Lecce, sezione distaccata di Francavilla Fontana e nei confronti di Inter Partner Assistenza Servizi (IPAS) s.p.a..

1.1. – Nel 2003 L.A. e Omnia sas convennero in giudizio IPAS spa per ottenere il pagamento dei compensi indicati nella scrittura privata autenticata in data (OMISSIS), in misura pari alla percentuale del 20% sui contratti conclusi con Nissan Italia s.p.a. e del 5% sui contratti conclusi con Teleleasing s.p.a. e con Privata Leasing s.p.a.. Gli attori dedussero che IPAS dal mese di (OMISSIS) aveva omesso i versamenti dovuti per corrispettivi già maturati e fatturati e non aveva comunicato i dati relativi al periodo successivo, e chiesero anche fosse ordinato a Nissan Italia spa, Teleleasing spa e Privata Leasing spa di comunicare i contratti sottoscritti con IPAS o con società ad essa collegate.

1.2. – La convenuta IPAS eccepì la nullità dell’accordo di cui alla scrittura privata del (OMISSIS), che prevedeva l’obbligo a suo carico di corrispondere compensi senza che la controparte fosse tenuta a prestare attività di intermediazione, e neppure consentiva di quantificare la durata e la consistenza dell’unica obbligazione prevista, sicchè comportava l’impegno di IPAS a tempo indeterminato. Nissan Italia spa e Teleleasing spa contestarono la propria legittimazione passiva, e Nissan Italia propose domanda di condanna degli attori ex art. 96 c.p.c..

1.3. – Il Tribunale qualificò il rapporto tra le parti come intermediazione unilaterale atipica, rilevò che L.A. non risultava iscritto all’albo dei mediatori, e rigettò le domande, condannando gli attori al risarcimento del danno ex art. 96 c.p.c., in favore di Nissan Italia spa.

2. – La Corte d’appello ha accolto il gravame proposto da L. e dalla società Omnia, sul rilievo che il rapporto inter partes – iniziato negli anni 80, con incarico conferito da Unitalia Assistenza s.p.a. (poi IPAS), in seguito regolamentato con la scrittura privata del (OMISSIS), e proseguito anche dopo tale data – fosse riconducibile al contratto d’opera. La stessa Corte ha ritenuto infondata l’eccezione di nullità dell’accordo richiamando, per un verso, il criterio ermeneutico dettato dall’art. 1367 c.c. e, per altro verso, l’implausibilità dell’assunzione da parte di IPAS dell’obbligo di corrispondere i compensi in assenza di un vantaggio patrimoniale, tenuto conto della qualità soggettiva e dell’importanza economica dei contratti.

2.1. – Sulla base del predetto accertamento, la Corte d’appello ha condannato IPAS al pagamento dell’importo quantificato sulla base di CTU in Euro 370.485,60, oltre interessi legali dalla domanda al saldo.

3. – Per la cassazione della sentenza Inter Partner Assistance S.A. ha proposto ricorso sulla base di cinque motivi. Resistono con controricorso Omnia di T. L. & C. s.a.s. e L.A.. Le parti hanno depositato memorie illustrative in prossimità dell’udienza. In data 19 luglio 2016 la società ricorrente ha depositato documentazione a sostegno della legittimazione attiva contestata dai resistenti.

Diritto

CONSIDERATO IN DIRITTO

1. – Preliminarmente deve essere rigettata l’eccezione sollevata dalla difesa dei resistenti, nella memoria ex art. 378 c.p.c., di carenza di legittimazione attiva della società Inter Partner Assistance SA.

Dalla documentazione prodotta dalla ricorrente ai sensi dell’art. 372 c.p.c., ammissibile in quanto relativa alla contestata legittimazione attiva (Cass., Sez. U, sentenza n. 11650 del 2006), risulta che vi è stata successione a titolo particolare nel diritto controverso tra le due società, e che la ricorrente IPA è stata destinataria del precetto notificato da Omnia sulla base della sentenza della Corte d’appello, sicchè la questione della legittimazione attiva non è ulteriormente discutibile.

1.2. – Nel merito, il ricorso è infondato.

1.3. – Con il primo motivo è dedotta violazione e falsa applicazione degli artt. 1362, 1363, 1367 e 1754 c.c. e si contesta che, nell’applicazione dei criteri di ermeneutica contrattuale, la Corte d’appello non avrebbe rispettato il principio del gradualismo, in base al quale si può fare ricorso alla cosiddetta interpretazione oggettiva solo se non sia stato possibile individuare con ragionevole grado di certezza la comune intenzione delle parti. In particolare, la Corte di merito avrebbe utilizzato il criterio sussidiario oggettivo dettato dall’art. 1367 c.c., senza prima verificare se fosse possibile utilizzare i criteri di cui all’art. 1362 c.c., comma 2 e art. 1363 c.c. e in definitiva avrebbe disatteso il dato letterale della scrittura privata, così pervenendo ad attribuire al rapporto tra le parti una qualificazione giuridica contraria a quanto emerge dalla stessa scrittura, e cioè agli elementi essenziali e tipici del contratto di mediazione.

2. – Con il secondo motivo è dedotta violazione degli artt. 2222 e 2229 c.c. e si contesta la sussunzione del rapporto inter partes nello schema del contratto d’opera, che ha carattere residuale e del quale non sussistevano i presupposti.

3. – Con il terzo e quarto motivo sono dedotti vizio di motivazione sub specie di omesso esame di un fatto decisivo oggetto di discussione, violazione dell’art. 115 c.p.c., nonchè violazione e/o falsa applicazione dell’art. 2697 c.c. e si contesta la individuazione del contenuto dell’incarico affidato a L., che la Corte d’appello avrebbe esteso ad attività ulteriori e di natura diversa rispetto alla promozione dei contratti, senza indicare il percorso che l’aveva condotta a ritenere che l’attività oggetto dell’incarico fosse quella “descritta dagli appellanti”.

4. – Con il quinto motivo è dedotto di omesso esame di un fatto decisivo oggetto di discussione, in riferimento all’art. 360 c.p.c., n. 5, o, in subordine, all’art. 360 c.p.c., n. 4, assumendo che la Corte d’appello si sarebbe limitata ad affermare che il rapporto tra le parti non potesse qualificarsi in termini di mediazione, senza fornire sul punto alcuna motivazione.

5. – I motivi, che possono essere esaminati congiuntamente in quanto denunciano sotto profili diversi la qualificazione del rapporto inter partes, sono infondati.

5.1. – La Corte d’appello ha fatto ricorso al criterio ermeneutico sussidiario di cui all’art. 1367 c.c., non “in sostituzione” della volontà delle parti, ma sul rilievo della non esaustività dell’interpretazione letterale e logico-sistematica, che non consentiva di pervenire all’attribuzione di significato al regolamento di interessi riportato nella scrittura privata del (OMISSIS), e il criterio sussidiario è valso ad escludere la nullità ovvero la mancanza di causa di quel regolamento (ex plurimis, Cass., sez. 2, sentenza n. 28357 del 2011; sez. 3, sentenza n. 27564 del 2011).

All’esito dell’operazione ermeneutica, la Corte distrettuale ha individuato il significato economico dell’attività posta in essere dalla società Omnia e da L. sulla base della regolamentazione contenuta nella scrittura privata, dopo avere messo in evidenza l’implausibilità della tesi secondo cui IPAS aveva assunto un obbligo che comportava ricadute economiche di un certo rilievo, senza trarne un vantaggio. L’analisi economica del diritto, avuto riguardo al contesto di riferimento, escludeva che il corrispettivo riconosciuto nella scrittura privata fosse espressione di mero spirito di liberalità.

5.2. – Più in particolare, la Corte d’appello ha osservato che la scrittura privata del 1998 – di contenuto evidentemente ricognitivo del rapporto pregresso, la cui “permanente utilità” giustificava la previsione dei corrispettivi a percentuale – richiamava sia la figura del mandato sia quella della intermediazione, senza però specificare in cosa fosse consistita l’attività diretta a sviluppare “accordi commerciali per conto della mandante”, svolta da L. a partire dal 1988, pure compensata a percentuale. L’esame della documentazione reperita agli atti, costituita da contratti conclusi direttamente da IPAS con Nissan Italia, faceva escludere che IPAS avesse conferito a L. un mandato a concludere i contratti qualificati come “convenzione di assistenza per veicoli Nissan”, e comunque un mandato siffatto non era stato esercitato, nè sussistevano elementi per ritenere che L. avesse svolto attività di mediazione, sia pure nella forma della mediazione atipica unilaterale indicata dal Tribunale. Ciò posto, era certo, proprio sulla base della scrittura del 1998, che L. aveva svolto “una qualche attività nell’interesse di IPAS”, e che per tale attività era stato remunerato e avrebbe dovuto esserlo “fino a quando gli accordi con le società Nissan Italia, Teleleasing e Privata Leasing (fossero stati) operativi”.

Sulla base degli elementi indicati, la stessa Corte ha ritenuto che l’attività svolta da L. e da Omnia, collegata in modo strumentale alle “convenzioni di assistenza” concluse da IPAS, dovesse essere qualificata come prestazione di servizi, e come tale fosse sussumibile nello schema residuale del contratto d’opera.

5.2. – Il percorso decisionale seguito dalla Corte distrettuale risulta corretto sotto il profilo dell’attività ermeneutica, poichè dà adeguatamente conto del permanente dubbio sul significato del rapporto intercorso tra le parti all’esito dell’interpretazione letterale e logico-sistematica, e si articola in una serie di valutazioni e apprezzamenti in fatto che sfuggono per definizione al sindacato di legittimità (da ultimo, Cass., sez. 3, sentenza n. 14355 del 2016), nè è dato rilevare l’omesso esame di fatti decisivi per il giudizio, alla cui stregua la motivazione della sentenza impugnata potrebbe essere censurata (Cass., Sez. U, sentenza n. 8053 del 2014).

Quanto detto vale con riferimento alla individuazione dell’attività svolta da L., che la Corte d’appello avrebbe ricondotto in modo acritico a “quella indicata dagli appellanti”. Diversamente da quanto afferma la ricorrente, la Corte d’appello sul punto ha evidenziato il collegamento “necessario” tra la previsione contenuta nella scrittura privata del 1998, relativa ai compensi pro-futuro, e l’attività in precedenza svolta da L., compensata secondo gli stessi criteri. Allo stesso modo, la Corte distrettuale ha esposto le ragioni per cui il rapporto tra le parti non era qualificabile in termini di mediazione, rilevando che la previsione di compensi a provvigione continuativi era distonica rispetto all’attività tipica del mediatore, che consiste nel mettere in contatto due o più parti per la conclusione di un affare, e in ciò esaurisce il proprio significato economico.

6. – Al rigetto del ricorso segue la condanna della società ricorrente alle spese del giudizio di legittimità, liquidate come in dispositivo.

Sussistono i presupposti per il versamento dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato.

P.Q.M.

La Corte rigetta il ricorso e condanna la società ricorrente al pagamento delle spese del presente giudizio, che liquida in complessivi Euro 12.000,00, di cui Euro 200,00 per esborsi, oltre spese generali e accessori di legge.

Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1-quater, dà atto della sussistenza dei presupposti per il versamento, da parte del ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso, a norma dello stesso art. 13, comma 1-bis.

Così deciso in Roma, nella Camera di consiglio della Sezione Seconda Civile della Corte Suprema di Cassazione, il 20 luglio 2016.

Depositato in Cancelleria il 14 novembre 2016

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